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mercoledì 18 dicembre 2013

Pritchard del Telegraph: L'Italia sta per esplodere, potrebbe avvenire un incidente che la farà uscire dall'Euro

Il seguente articolo ripreso dal Telegraph è tratto dal sito "Il Nord".

"In Italia - scrive Pritchard sulla prima del Telegraph - gli eventi stanno volgendo al peggio. Il presidente Giorgio Napolitano ha lanciato l'allarme su possibili "tensioni sociali e disordini diffusi" nel 2014, mentre la lunga recessione si trascina. Coloro che vivono ai margini vengono coinvolti in "atti di protesta indiscriminata e violenta, verso una forma di opposizione totale".

Il suo ultimo discorso è una vera e propria Geremiade. Migliaia di aziende sono "sull'orlo del collasso". Grandi masse di persone prendono il sussidio di disoccupazione o rischiano di perdere il posto di lavoro. L'altissimo tasso di disoccupazione giovanile (41%)  sta portando verso un pericoloso stato di alienazione. "La recessione sta ancora mordendo duro, e c'è la sensazione diffusa che sarà difficile sfuggirle, e trovare il modo per tornare alla crescita" ha detto.

Ma ora, - si chiede Pritchard - quale potrebbe essere la causa di tutto questo?
Potrebbe avere qualcosa a che fare con il fatto centrale e prioritario che l'Italia ha una moneta sopravvalutata del 20% o più, all'interno dell'Unione Monetaria Europea: che è intrappolata in un sistema di cambi fissi stile anni '30, gestito da una banca centrale anni '30, che sta lì a guardare (per motivi politici) mentre l'aggregato monetario M3 ristagna, il credito si contrae e la deflazione incombe? Napolitano non offre alcuna risposta. Ex stalinista, che ha applaudito all'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956 (un peccato giovanile), Napolitano da tempo ha manifestato il suo fervore ideologico a favore del progetto UE. Egli è per natura incapace di mettere in discussione le premesse dell'unione monetaria, quindi non aspettatevi nessuno spunto utile dal Quirinale su come uscire da questa impasse.

Egli ammette che la crisi della zona euro "ha messo a dura prova la coesione sociale", ma lascia la questione in sospeso, e la sua argomentazione incompiuta, più sul descrittivo che sull'analitico. Senza arrivare al punto di lanciare l'allarme sul rischio che corre lo Stato italiano stesso, ha detto che la crescente minaccia delle forze insurrezionali deve essere affrontata. La legge deve essere rigorosamente rispettata. Il paese deve andare avanti con disciplina. "L'Europa ci sta guardando", ha detto.

Napolitano è allarmato, e ha ragione di esserlo. La rivolta dei "Forconi" ha preso una svolta inquietante per le élite dell'Italia. Durante l'ultima manifestazione di massa a Torino la polizia si è tolta i caschi, come manifestazione di simpatia. Questo sta diventando un movimento anti-UE. Uno dei leader dei Forconi è appena stato arrestato per essere salito agli uffici dell'Unione europea a Roma e aver strappato giù la bandiera blu e oro dell'Europa.

Dove porti tutto questo nessuno lo sa. Secondo Citigroup nel 2014 l'Italia resterà bloccata in depressione con una crescita dello 0.1%, di nuovo a zero nel 2015, e allo 0.2% nel 2016. Se è così, ben otto anni dopo la crisi, la produzione in Italia sarà ancora del 10% sotto l'ultimo picco, una performance di gran lunga peggiore di quella avuta durante la Grande Depressione.

Anche se la zona euro incontrasse una ripresa nel corso dei prossimi tre anni o giù di lì, il meglio che l'Italia possa sperare è la stabilizzazione su livelli di disoccupazione di massa – al 20% se si considera l'altissimo livello di lavoratori Italiani scoraggiati (numero tre volte superiore alla media UE) che sono usciti fuori dalle statistiche. La domanda è quanto tempo la società potrà tollerare tutto questo. Nessuno di noi sa la risposta.

Per ora l'Italia ha evitato un ritorno agli "anni di piombo", il terrorismo tra gli anni '70 e i primi anni '80, quando la stazione ferroviaria di Bologna fu fatta saltare dai fascisti e l'ex premier Aldo Moro fu sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse. Ma questo tipo di violenza non è poi così lontano come la gente pensa. Nel 2011 il capo dell'agenzia fiscale Equitalia è stato quasi accecato da una lettera bomba di matrice anarchica. Da allora ci sono stati ripetuti casi di attacchi dinamitardi.

La mia ipotesi è che ad un certo punto ci sarà un incidente - un po' come lo scontro tra le truppe francesi e i portuali a Brest nel 1935, quando un lavoratore fu colpito a morte con il calcio di un fucile, mettendo in moto degli eventi che infine costrinsero Laval alle dimissioni e fecero uscire la Francia dal Gold Standard. A coloro che continuano a insistere che l'Italia deve stringere la cinghia e recuperare competitività tagliando i salari, vorrei obiettare che questo è matematicamente impossibile, in un clima di ampia deflazione o quasi deflazione in tutta l'UEM.

La ragione dovrebbe essere evidente a tutti, ormai. Non è possibile permettere allo stock di debito nominale di salire su una base nominale in contrazione. Una politica del genere fa sì che la traiettoria del debito aumenti in maniera esponenziale. Negli ultimi tre anni il debito Italiano è già aumentato dal 119% al 133% del PIL, in gran parte a causa delle politiche di austerità fiscale. Sotto le attuali politiche UEM questo rapporto presto sfonderà il 140%, nonostante l'avanzo primario del bilancio Italiano - un livello oltre il punto di non ritorno per un paese senza moneta sovrana o senza una propria banca centrale. Tale è il potere dell'effetto denominatore.

Giusto per essere chiari. Non credo che l'Italia debba lasciare l'euro come prima opzione. Ci sono altre misure che dovrebbero essere prese prima, se non altro per costruire un contesto politico e morale favorevole. L'Italia può cambiare la sua strategia diplomatica, spingendo per un cartello degli stati debitori del Club Med a leadership francese che prenda il controllo della BCE e della macchina politica dell'UEM. Hanno i voti, e la piena autorità legale basata sui trattati, per forzare una strategia di reflazione che potrebbe cambiato tutto, se solo osassero.

Questo è più o meno il nuovo piano di Romano Prodi, ex premier Italiano e "Mr. Euro", che ora sta sollecitando l'Italia, la Spagna e la Francia a unirsi, piuttosto che illudersi di poter fare da soli, e "sbattere i pugni sul tavolo". L'economista premio Nobel Joe Stiglitz riprende il tema su Project Syndicate , dicendo: "Se la Germania e gli altri non sono disposti a fare il necessario - se non c'è abbastanza solidarietà per far funzionare la politica - allora l'euro potrebbe dover essere abbandonato per salvare il progetto europeo".

Ieri, al Parlamento europeo, Mario Draghi della BCE ha avvertito che l'uscita dall'UEM porterebbe ad una svalutazione del 40% e a una crisi che metterebbe qualsiasi paese in ginocchio, ancor più brutalmente di quella che si deve affrontare adesso. Questo è sempre lo stesso argomento che viene portato avanti in difesa dei regimi di cambio fissi, sia del Gold Standard nel 1931, che dello SME nel 1992, o dell'ancoraggio argentino al dollaro nel 2001. E' stato dimostrato falso, anche nel caso dell'Italia negli anni '90, quando la svalutazione ha funzionato benissimo.

Draghi si sofferma sul trauma immediato, ma ignora gli effetti molto più corrosivi di una crisi permanente. I paesi possono infatti recuperare molto velocemente se il tasso di cambio si sblocca. Si potrebbe ugualmente sostenere che ci sarebbe una marea di investimenti in Italia nel momento in cui il paese prendesse risolutamente il toro dell'euro per le corna e ristabilisse l'equilibrio valutario.

In ogni caso, la tesi di Draghi presuppone che la BCE lascerebbe accadere una svalutazione del 40%, anche quando le potenze del nord hanno un forte interesse ad assicurare un'uscita ordinata dell'Italia? La BCE potrebbe intervenire sui mercati FX per stabilizzare la lira per un paio di mesi, fino a quando la situazione si calmasse. Questo eviterebbe gli eccessi, eviterebbe delle perdite rovinose per il blocco dei creditori e degli esportatori tedeschi, ed eviterebbe una crisi da deflazione in Germania, Olanda, Finlandia e Francia.

Quello che Draghi sta implicitamente affermando (senza volerlo), è che la BCE si comporterebbe in maniera spericolata, punendo l'Italia per il gusto di farlo, anche se questo potrebbe rendere l'intera prova peggiore per tutti. Sarebbe stato bello se un deputato gli avesse chiesto perché mai la BCE dovrebbe fare una cosa del genere. Quello che sembra certo è che nessun paese democratico sopporterà uno stato perdurante di semi-recessione e disoccupazione di massa, quando esistono delle alternative plausibili".
Ambrose Evans Pritchard per il Telegraph.

venerdì 24 febbraio 2012

Mobilitiamoci, il pericolo è estremo ( articolo di Maurizio Blondet )

Il seguente articolo, è a firma di Maurizio Blondet ed è tratto dal sito web della casa editrice EFFEDIEFFE.

In coda all'articolo, metterò il filmato - citato nel pezzo - dell'economista Lidia Undiemi, la quale ha redatto sia un dossier sulla pericolosità del M.E.S. ( Meccanismo Economico di Stabilità ) e sia un appello da inviare ai politici italiani a finchè non firmino a favore del M.E.S.

Ricordo pure, che il materiale della Undiemi è reperibile sul sito web "palermoreport.it" col quale collabora.
Il link all'argomento qui citato ( e che è alla base dell'articolo di Blondet ), lo trovate cliccando su "L'Italia non deve aderire all'ESM".
 

Dopo matura riflessione, invito i lettori ad aderire all’appello riportato qui:
 L’Italia non deve aderire all'ESM. Ecco la mozione. Scrivete in massa ai politici, parlamentari, ministri, eurodeputati, giornali, opinion makers in genere: è l’ultima possibilità di impedire la perdita definitiva e permanente della sovranità, o di quel che ne resta. Cancellata quella, finisce anche la libertà, una conquista che è costata secoli di lotte e sangue, e che i nostri figli e nipoti dovranno riconquistare con altre lacrime e sangue. La mozione da inviare ai politici è già nel sito palermitano (grazie per una volta, siciliani!), e basta scaricarlo. I dettagli del pericolo estremo li spiega molto bene la giovane economista Lidia Undiemi (che non conosco di persona) nel video; chi ha tempo, legga il materiale in pdf. Mi limito ad un sunto: i poteri finanziari stanno creando una entità finanziaria sovrannazionale sovraordinata non solo agli Stati, ma persino all’Unione Europea e financo alla Banca Centrale (BCE), che diverrebbe un’ausiliaria di questo «super-governo» di una qualità inaudita. Si tratta di un «governo dei creditori» contro gli Stati debitori che imporrà «rigori e austerità» per assicurarci che continuiamo a servire il debito. Nella neolingua anodina, questa entità è denominata «Meccanismo Europeo di Stabilità» (ESM), e nel linguaggio demagogico del professor Monti, «Fondo Salva-Stati» (1). Il suo vero nome è «Fondo Ammazza-Stati». Come dice benissimo la Undiemi, a questa entità gli Stati (sono 17, fra cui l’Italia) parteciperanno non come sovrani, ma «in qualità di soci e debitori»; e in qualità di debitori Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda riceveranno istruzioni su quali tagli, austerità e rigori applicare ai loro cittadini (sudditi) «al fine di ottenere la liquidità necessaria per evitare il default» (un default che sarebbe saggio fare subito)... Nell’ultimo «accordo», gli europei-creditori hanno imposto alla Grecia di inserire nella sua Costituzione una norma che dà assoluta priorità al pagamento del debito su ogni altro tipo di spesa pubblica: sanità, istruzione, pensioni comprese. Il destino che hanno riservato alla Grecia, commissariata dalla Troika, diventerà il nostro. Lo ESM avrà il potere di svuotare le casse degli Stati senza che governi, parlamenti e cittadini possano opporsi. Per sostenere un euro agonizzante e un sistema bancario che merita di subire le conseguenze del crack mondiale che ha provocato, comincia il saccheggio senza limiti e senza controllo democratico. Questo farà anche a noi lo ESM. Una dittatura dell’Usura sui popoli europei. Una dittatura permanente. Perchè, contrariamente al Meccanismo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria che già esiste, e spirerà nel 2013, questo ESM viene dotato di poteri vastissimi; che potrà esercitare per sempre. Dotata della più totale impunità. Perché «nel trattato fondativo, si dichiara che l’ESM, il suo personale, i suoi dirigenti e i suoi beni, ‘godono dell’immunità da ogni forma di giurisdizione’», ossia nessuna magistratura potrà mai chiamarli in giudizio, qualunque magistratura europea. Anche la documentazione che l’ente produce durante le sue manipolazioni e i suoi affari, «non può essere oggetto di perquisizione, sequestro, confisca (...) derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative e normative». Il segreto più assoluto coprirà i suoi atti. Un simile livello di immunità supra legem, erano un tempo prerogative dei sovrani per diritto divino. Un tempo che si credeva del tutto passato. Invece, adesso le oligarchie ci restituiscono un monarca, il Re Usura. Anzi, è peggio. Perchè lo ESM non è una pubblica istituzione di qualche genere. È un ente privatistico che «opera come un qualsiasi istituto finanziario, eroga prestiti, si rivolge ai mercati finanziari» per raccolta di fondi, «ed ha come scopo il profitto». In pratica, funzionerà come una banca. Nonostante ciò, godrà di totale esenzione fiscale sui suoi profitti. Ed avrà poteri totali sugli Stati indebitati. E perchè mai un ente a scopo di lucro dovrebbe essere così totalmente insindacabile e superiore alle leggi di ogni Stato? Fino al punto di godere di totale esenzione fiscale? Soprattutto, perchè vuol essere dichiarato immune da ogni indagine giudiziaria in via preliminare? Evidentemente, ha in progetto di commettere azioni, che secondo i diritti vigenti in Europa, sono criminali. Probabilmente, ipotizza la Undiemi, si prepara così a svendere senza aste e concorsi i beni degli Stati e dei privati, con sequestri e pignoramenti e grandi «privatizzazioni», per darli agli amici suoi. Violerà i diritti di proprietà, o anche peggio.. Si sta realizzando quel mostro finanziario anticristico che potrà obbligare «tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. E nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia» secondo Apocalisse 13:16-18. Solo un ultimo ostacolo trattiene ancora questa Bestia: il trattato ESM, per entrare in vigore, deve essere ratificato dai parlamenti nazionali. Quello italiano non lo ha ancora ratificato. Non c’è dubbio che, se noi elettori non gli facciamo paura, ratificherà anche quest’ultimo tradimento. Il Parlamento attuale non ci ha risparmiato alcuno spettacolo della sua vergognosa bassezza, nessuno scandalo, nessuna esibizione di ladrocinio e di viziostà, di avidità e disonestà. È la propaggine residuale di una classe politica che ci ha portato a questa condizione di schiavi passo passo: aumentando il debito pubblico a livelli abnormi per ingrassare clientele; ratificando tutte le direttive eurocratiche che ci hanno privato della sovranità – la sovranità che gli avevamo delegato perchè la difendessero; abolendo anche da noi le norme che vietavano la commistione fra attività bancaria creditizia e speculativa; non opponendosi ad una globalizzazione che oggi mostra la sua faccoia devastatrice; è la classe che ci ha fatto entrare nell’euro al solo scopo di continuare ad indebitarsi, approfittando dei tassi d’interesse più miti. Tutte le volte avrebbe potuto dire un «no», opporsi, rallentare il processo; non l’ha mai fatto. Ed ora, dopo il disastro provocato, di fronte agli interessi aggravati (lo spread), questa classe politica ha auto-certificato la propria indegnità e incapacità, cedendo il governo a «tecnici», a cui per giunta presta la foglia di fico democratica, sostenendo questo governo nominato dalle oligarchie e dai tedeschi, con il voto parlamentare. Una maggioranza parlamentare mai vista, e concordemente bipartisan. Questa classe politica si adatta benissimo la sua nuova, vergognosa condizione di traditrice della nazione; la perdita della sovranità non la angoscia; conta di sopravvivere coi suoi emolumenti e prebende appunto nella nuova veste di votatrice automatica dei salassi e dei saccheggi che Monti esegue su ordine del supergoverno anonimo e pignoratore che si chiamerà ESM. Proprio in queste settimane, la cricca parlamentare sta accordandosi dietro le quinte per confezionare una legge elettorale proporzionale, il cui solo scopo è di garantire a se stessa di sopravvivere alla propria inutilità certificata, di continuare ad esistere e a ricevere le prebende a dispetto della fine della democrazia e della sovranità popolare. Dovrà solo votare per qualcosa che si avrà cura di nascondere all’opinione pubblica sotto il gergo anodino della flaccida dittatura eurocratica: «Modifica dell’articolo 136 del Trattato sul Funzionamento della UE». E la Bestia si leverà torreggiante su di noi. Bisogna far paura a questi servi. Avvertirli che nessuno di loro – nessuno di coloro che oggi occupano un seggio nelle due Camere – sarà mai più votato. Bisogna scrivere ai giornali, esigere che rompano il loro complice silenzio sulla reale natura dello ESM. Naturalmente, tutti i complici e i disonesti saranno lì a giustificare la cessione di sovranità invocando la «situazione obbiettiva» di enormi debitori che devono elemosinare il denaro ai «mercati»; implicheranno che la sovranità è un lusso che non possiamo più permetterci – come il posto fisso, salari decenti e assistenza sanitaria. Invocheranno la «forza maggiore». Tutte balle. Recentemente, in una conferenza a Roma, m’è capitato di rievocare un caso (l’unico) in cui la sovranità italiana fu vittoriosamente difesa a dispetto di una «situazione obbiettiva» infinitamente più tragica dell’attuale, una economia bombardata, una penuria di mezzi che riduceva le capacità di reazione quasi a nulla, e la pesante tutela di una potenza europea rigida e spietata che ci stava sul collo. È un esempio estremo, politicamente scorretto, impronunciabile: la Repubblica Sociale Italiana. Certo non era facile affermare la sovranità diuna repubblica creata dal nulla dai tedeschi, bisognosa del loro appoggio, nella condizione della disfatta, in un piccolo territorio di un Paese già largamente occupato (liberato) dagli Alleati, e per di più travagliato dalla guerra civile. Che potevano fare i ministri di quella repubblica prossima a sparire nel sangue (durò infatti venti mesi), se non adeguarsi alla condizione di Stato-fantoccio del tedesco, e pensare intanto a salvare la pelle propria, il proprio futuro, a mettere in salvo le famiglie? Ebbene, non andò così. Un mese dopo la sua nomina, il ministro delle Finanze di quello Stato evanescente come il fumo, Domenico Pellegrini Giampietro (un napoletano), ingiunse ai tedeschi di ritirare immediatamente dalla circolazione i «marchi d’occupazione» (Reichskreidit Kassenscheine) con cui le truppe germaniche, ogni volta che entravano in una bottega a comprare le poche merci esistenti, commettevano di fatto un esproprio senza indennizzo (nel Meridione liberato, gli americani continuarono per anni a inondare il Paese della loro moneta d’occupazione, le AM-lire). Ma la RSI non era più territorio occupato, era un alleato: dunque le truppe germaniche favorissero adempiere ad ogni pagamento esclusivamente in lire italiane. E di cessare requisizioni e prelievi di fondi dalle nostre banche. Anzi, visto che c’erano lavoratori italiani nel Terzo Reich, Pellegrini Giampietro pretese ed ottenne il trasferimento in Italia dei loro risparmi. Frattanto, impedì il trasferimento del Poligrafico di Stato a Vienna; fece restituire buona parte dell’oro che la Wehrmacht aveva sottratto alla Banca d’Italia, e mise al sicuro le sue riserve d’oro e valute a Fortezza, dove gli americani le trovarono intatte nel ‘45 (2). Nello stesso tempo – e nonostante la repubblica dovesse versare ai tedeschi ogni mese 7 miliardi di lire come «contributo per le spese militari, fortificazioni, riattazione delle vie di comunicazione» –, il ministro riuscì a mantenere il potere d’acquisto della lira, anche con un ferreo controllo sui prezzi. Chi ha vissuto quei tempi al Nord, li ha ricordati, non senza motivo, come tempi di paura e di tessere alimentari da fame: ma i dati dicono che al Nord, nel periodo, gli alimentari rincararono del 50%, mentre nel Meridione liberato, del 400%. E la repubblica di Salò riuscì ad aumentare la razione di pane nei mesi invernali. La stampa di carta moneta fu oculatamente controllata: dei 137,8 miliardi autorizzati, ne stampò 110,9. Il Nord dunque non conobbe l’inflazione galoppante del Sud, dove infuriava inoltre il colossale mercato nero (alimentato dai surplus americani), la prostituzione per scatolette, sigarette e calze di nylon, la criminalità impunita e la fame – talchè si può dire che il collasso morale di Napoli, divenuta capitale del malaffare, risalga a quella «liberazione». Con un introito fiscale devastato dalle distruzioni e dalla povertà (ma nei primi mesi del ‘45 Pellegrini Giampietro era riuscito ad aumentare il gettito a 2 miliardi al mese), ebbe perfino la capacità di restituire il valore di parità ai titoli di Stato (che dopo l’8 settembre erano crollati al 30% del loro valore facciale). Come fece? Personalmente non so. Ma forse una cattedra alla Bocconi, tralasciando lo studio delle meraviglie speculative di Wall Street e della City, potrebbe dedicare un «master in political economy» per capire i segreti della finanza pubblica in condizioni finanziarie ed economiche disperate, la scienza in cui Pellegrini Giampietro si rivelò maestro. Il materiale documentale c’è: il ministro repubblichino riuscì a pubblicare, per l’esercizio finanziario, 1944-45, regolari bilanci di previsione e consuntivi, regolarmente pubblicati dalla Gazzetta Ufficiale. Vi si può constatare che le entrate dello stato di Salò (386,8 miliardi) superarono le uscite (359,6), configurando dunque un attivo di bilancio di quasi 21 miliardi. Sarebbe istruttivo apprendere come ci riuscì. La cosa stupì anche gli americani. Il senatore Victor Wickersham, venuto a visitare le macerie d’Europa, dichiarò nell’agosto del ‘45: «La situazione economica dell’Italia settentrionale (quella su cui aveva governato la RSI) è molto migliore non solo rispetto alle altre regioni dell’Italia meridionale e centrale (quella occupata da loro), ma anche in confronto ad altri Paesi europei in precedenza visitati dalla Commissione di controllo... Germania, Olanda, Norvegia, Belgio e certe zone della Francia». (Il Popolo, 25 agosto 1948) (3). E non si creda che l’affermazione della sovranità in qualche modo venisse da sè, fosse accettata con legalistico scrupolo dai tedeschi. No, ogni vittoria fu strappata dal piccolo (di statura) Pellegrini Giampietro in aspri confronti con l’ambasciatore Rahn, che si sentiva ovviamente il governatore della colonia, e finì per aver quasi paura di quel «neapolitaner» che si opponeva punto per punto con incredibile competenza e oratoria, che per ogni «contributo» che gli dava, li obbligava a firmare protocolli in cui si riaffermava la sovranità monetaria dello Stato, che i tedeschi dovevano riconoscere, quindi, nero su bianco. I tedeschi provavano continuamente a smantellare le industrie esistenti e trasferirle in Germania, a mettere le mani sull’oro pubblico, i comandi della Wehrmacht facevano requisizioni, sentendosi in diritto dato il «tradimento» di questo popolo di traditori. Si doveva ad ogni istante, con tutte le forze ed anche senza aver forze reali, lottare contro il disprezzo che trasudava da ogni azione e parola dell’«alleato», ahimè giustificato. No, non fu certo facile. Pellegrini era in qualche modo un tecnico, ma lo sosteneva qualcosa d’altro: coraggio personale e amor di Patria (4), entrambi inflessibili. Due cose che la Bocconi non insegna. Due cose che i politici non hanno mai considerato necessarie ai loro successi. Per gente così, esiste sempre la «forza maggiore». NOTE -------------------------------------------------------------------------------- 1) Occorre constatare che persino in demagogia il professor Monti supera di gran lunga il Berlusconi. Tronca le pensioni e aggrava le tasse, e chiama il decreto «Salva-Italia». Non fa nulla per stroncare i parassitismi, se non un tentativo di disciplinare i tassisti, e chiama questo nulla «liberalizzazioni», anzi «Cresci-Italia». Quando impapocchia le sue «riforme», e le sue «liberalizzazioni», Monti e il suo governo tecnico stanno attentissimi a non toccare, nemmeno sfiorare, i gangli maggiori dei parassiti pubblici, vera causa del debito. Per esempio, si veda la furbesca «lotta» ingaggiata coi sindacati per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Ciò che rende illicenziabili i fannulloni, gli assenteisti cronici e i ladri in azienda, non è in sè l’articolo 18: è il modo in cui lo interpreta la magistratura del lavoro, che continua a fare la Rivoluzione e la Lotta di Classe dai palazzi di giustizia, imponendo il reintegro dei suddetti ladri, assenteisti e fancazzisti. È quella che andrebbe abolita. Monti lo sa benissimo. 2) Intanto il ministro dell’Economia Corporativa, Angelo Tarchi, sventava i ripetuti tentativi dei tedeschi di trasferire gli impianti industriali del Nord nel Reich, con la plausibile scusa ce qui erano esposti ai bombardamenti. Già ANIC e Montecatini ed altre erano state trasferite. Il ministro Tarchi riuscì a far firmare ai tedeschi un accordo in cui questi garantivano la restituzione degli impianti il loro ripristino, la sostituzione (se necessario) con complessi di uguale potenzialità e caratteristiche nell’ipotesi di distruzione, con spese totali a carico del Reich, oltre alla restituzione di materie prime asportate, prodotti semilavorati e la fideiussione della Deutsche Bank secondo le norme previste dalle convenzioni (...). Sulla base di tale accordo, il governo della RSI emanava in data 31 maggio 1944 un documento (numero 340) che sanciva la competenza italiana in materia di politica industriale con valutazione degli impianti produttivi, per quanto atteneva alla loro capacità industriale, sulle materie prime, per la loro entità e quantità, sull’utilizzazione degli impianti in relazione alle commesse belliche, per le necessità civili, l’impiego della mano d’opera e le controversie relative in materia di tutela e decentramento degli impianti nel nord Italia (http://www.italia-rsi.org/uomini/giampietropellegrini.htm). 3) Dopo la «liberazione», il governo italiano antifascista (Bonomi) nviò nel Nord il ministro del Tesoro Marcello Soleri a constatare quel che aveva lasciato il collasso della Repubblica Sociale. Soleri riconobbe: «L'importo della circolazione monetaria durante la RSI, è risultato notevolmente inferiore all’andamento previsto, poiché il governo repubblicano ha fatto più largo ricorso al debito fluttuante (...). Sono stati stampati e messi in circolazione soltanto lire 110.881.000.000 sul totale di lire 137.840.000.000 autorizzate. Tutto ciò è abbastanza confortante (...). Tali situazioni economiche-fìnanziarie, malgrado il protrarsi dell’occupazione tedesca, sono risultate meno disa-strose di quanto si temeva, cosicché gli oneri previsti per la ricostruzione, rimarranno limitati in misura inferiore a quanto previsto e la ripresa della produzione industriale dell’Alta Italia potrà essere rapida...» (confronta Il Globo numero 104 del 6 giugno 1945). 4) Il patriottismo di Pellegrini Giampietro fu riconosciuto da un testimone sorprendente: la Corte di Cassazione dell’Italia antifascista, che ovviamente processò il ministro di Salò con l’accusa di collaborazionismo. La Corte lo definì un «protagonista della difesa del tesoro nazionale», riconobbe che la sua opera aveva impedito che il Nord-Ialia «divenisse completa preda dei tedeschi», e concluse nella motivazione della sentenza di assoluzione: «La sua opera fu ispirata ad amor patrio, non già ad asservimento al nemico, tanto più meritevole in quanto svolta fra pericoli d’ogni genere». Nonostante l’assoluzione, Pellegrini Giampietro andò in esilio, prima in Brasile, poi in Argentina e Uruguay, dove fondò banche e diresse giornali, e dove la morte lo prese il 18 giugno 1970. Era nato nel 1899, adolescente aveva combattuto volontario nella Grande Guerra (era un «ragazzo del ‘99»), e poi nella guerra di Spagna. 

Autore Maurizio Blondet


sabato 24 dicembre 2011

Le banche si preparano al ritorno della Lira ( articolo di RaiNews 24 )

Il seguente articolo è tratto dal sito web del canale "all news", RaiNews 24. Appena pubblicato, l'ho voluto riportare su questo mio blog. La notizia sembra importante e quindi da seguire con attenzione.

La fonte alla base del pezzo è stata presa dal sito del "The Wall Street Journal", nell'articolo "Banks Struggle with the Euro Contingencies".


Almeno due banche di caratura mondiale "hanno preso delle misure" per ritornare ad effettuare transazioni in vecchie valute della zona euro tra cui lira, dracma e escudo. Lo scrive il Wall Street Journal citando fonti ben informate.

Le banche in questione hanno gia' contattato Swift, l'azienda belga che gestisce i sistemi per le transazioni finanziarie internazionali, per avere la tecnologia e i codici necessari, riferiscono le fonti.

Un portavoce di Swift ha detto al quotidiano finanziario che l'azienda e' pronta a fare tutto quanto sara' necessario per garantire il regolare svolgimento delle transazioni, ma che "non e' il caso fare commenti su questioni specificamente legate alla zona euro".

Secondo il Wall Street Journal, le banche stanno studiando tutti gli aspetti del possibile impatto che avrebbe l'uscita di uno o piu' paesi dalla zona euro.






venerdì 2 dicembre 2011

La crisi dell'euro non è sanabile ( articolo di Ida Magli )

Il seguente articolo, è a firma di Ida Magli ed è pubblicato sul suo sito Italiani liberi.

La crisi dell’euro non è sanabile. Nessuno vi può riuscire, che sia o non sia un esperto banchiere o persona di fiducia del mondo intero. Non vi può riuscire neanche bruciando nel crogiolo dell’euro tutti i beni che gli Italiani e gli altri popoli d’Europa possiedono. Si sente dire in questi giorni che alcune grandi banche americane stanno preparandosi al crollo della moneta unica: non è possibile che i capi dei governi europei, responsabili della vita e dei beni di centinaia di milioni di persone, si rifiutino di ammettere questa possibilità preparando una qualche via di fuga, un’estrema uscita d’emergenza. E’ un loro preciso dovere predisporre un ordinato ritorno alla moneta nazionale in caso di necessità, invece di aspettare il caos del crollo globale. Gli strumenti a disposizione non mancano. Faccio un solo esempio: la lira non è ancora andata fuori corso. Si può cominciare ad emettere una parte dei titoli di Stato in lire esclusivamente per il mercato italiano e a far circolare la doppia moneta, così come si è fatto nel primo periodo del passaggio all’euro. Sappiamo bene quanto siano capaci di creatività i tecnici della finanza: la mettano all’opera.
  L’importante, tuttavia, è che si riconosca il fallimento del progetto di unificazione europea e della moneta unica. Soltanto se ci si convince che l’euro è debole perché è privo della forza degli Stati che lo dovrebbero garantire, si capirà che nessuna terapia lo può guarire. La forza degli Stati non è costituita dal nome dei governanti, ma dai loro popoli, dalla loro storia, lingua, arte, religione, civiltà. Perfino il mercato, idolo dei banchieri, si è indebolito in Europa perché, con l’unificazione, si è trovato ridotto al minimo comune denominatore. E’ una delle prime cose che ci hanno insegnato a scuola: non si possono sommare le mele con le pere. E’ proprio quello che hanno voluto fare i progettisti dell’Unione: francesi più tedeschi più spagnoli più italiani ecc., tutti mele o tutti pere, come se la ricchezza dei popoli d’Europa non consistesse soprattutto nella loro straordinaria diversità creativa. Tragica ignoranza o spaventosa presunzione del potere? Sarà la storia a rispondere a questa domanda.
  La crisi dell’euro è dovuta quindi, a parte i numerosi motivi specificamente tecnici del mercato e della finanza, al fatto che era sbagliato il progetto di unificazione europea entro il quale l’euro doveva vivere. Unificare i popoli, però, è un’operazione antropologica. Per questo è stato evidente fin dal primo momento ad una persona come me che fa di professione l’antropologo, vederne tutti gli errori e rendersi conto che l’euro, frutto principale dell’unificazione, sarebbe fallito. Ne avevo previsto il crollo, infatti, fin da prima che entrasse in circolazione, ossia nel 1997, quando ho pubblicato per l’editore Rizzoli il libro “Contro l’Europa”. Gli anni sono passati, ho scritto decine di articoli (molti pubblicati anche sul “Giornale”) sempre ripetendo che la costruzione europea era sbagliata e che le conseguenze negative, per l’Italia in particolar modo, sarebbero state gravissime, ma sono stata purtroppo costretta ad assistere nell’impotenza al sicuro disastro. Nell’estate dell’anno scorso Rizzoli mi ha chiesto di scrivere un secondo libro sull’Europa. A novembre è uscito “La Dittatura europea” dove si trovano descritti passo per passo, tutti gli avvenimenti cui stiamo assistendo. Soltanto un nome è diverso: prevedendo che un banchiere sarebbe diventato capo del governo, facevo il nome di Draghi. Allora Draghi non era ancora stato nominato alla Bce, ma si tratta di personaggi interscambiabili. Qualche giorno dopo avrei fatto sicuramente il nome di Monti.
  Non sta bene dire “Ve lo avevo detto?”. E’ compito specifico dello scienziato fare delle previsioni il più possibile vicine alla realtà e per un antropologo era facilissimo capire che si stavano compiendo macroscopici errori. Se adesso lo metto in rilievo è nella speranza che finalmente qualcuno lo creda e corra ai ripari. Siamo ancora in tempo a salvare l’Italia e la civiltà europea.

Ida Magli
www.italianiliberi.it
Roma, 27 novembre 2011

mercoledì 30 novembre 2011

Germanesi & Company

Il seguente articolo, è tratto dal sito web dell'economista Eugenio Benetazzo.


Se avete notato in queste ultime settimane non ho prodotto alcun redazionale su quanto è accaduto in Italia, mi sono limitato ad ascoltare e leggere il dilagante pressapochismo giornalistico di cui si sono caratterizzati i principali media nazionali. Ho rifiutato senza esitazione alcuna anche inviti di partecipazione a talk show televisivi molto popolari che hanno messo in scena la solita caccia “dalli all'untore” con dietro le quinte i tre re magi (Franceschini, Bersani e Finocchiaro) che brindavano per la tanto attesa dipartita di Berlusconi. Per questo motivo abbiamo avuto bisogno di Gandalf il Bianco (Mario Monti) in quanto la politica italiana degli ultimi quindici anni si è solo occupata di appoggiare e sostenere il dictat di Berlusconi oppure nel condannarlo.


Chi guardava invece l'Italia da oltre confine vedeva una dozzina di partiti ognuno diverso ideologicamente dall'altro, ma tutti accomunati dall'esigenza di compiacere a logiche di consenso elettorale. Nessuno di questi partiti sarebbe mai andato davanti alla nazione a dire la verità e cioè che per riformare il paese si sarebbero dovuti eliminare privilegi e benefits a milioni di italiani. Per questo vi invito ad immaginare al paese come ad un condominio che sta andando a fuoco (lotta di classe, perdita di competitività, oneri insostenibili sullo stock di debito, disoccupazione dilagante, mancanza di una politica industriale): che cosa si poteva fare allora in questo caso ? Chiamare l'amministratore del condominio (andare alle elezioni) oppure chiamare i vigili del fuoco (governo tecnico) ?

Il buon senso e lungimiranza dei condomini dovrebbe indurre ad allertare i vigili del fuoco, purtroppo nell'anomalia di quest'epoca i vigili del fuoco sono stati urgentemente invocati dai vicini di casa del condominio (germanesi & company) che temono il propagarsi delle fiamme anche nello loro rispettive abitazioni. L'Italia oggi rischia di portare in default o peggio al crash l'intera Unione Europea e con essa la sua giovane creature, l'euro. Sono numerose ormai le voci che danno la disfatta della moneta unica sempre più prossima: oggettivamente l'euro è ormai un progetto fallimentare, che senso ha una divisa (imposta dall'alto) in comune, con la presenza di oltre una dozzina di tassi di interesse diversi uno dall'altro.

L'Italia si deve rifinanziare ad un tasso di interesse simile a quello in cui vigeva la lira, perciò ministri dell'Ecofin fate presto e predisponete quanto prima questi tanto sospirati eurobond ed evitate a tutta Europa di piombare nella peggiore depressione economica di tutta la storia economica occidentale. Per l'Italia comunque non c'è bisogno di tanta immaginazione per comprendere che cosa ci aspetta, e non parlo della patrimoniale sulla prima casa, della nuova mobilità sul lavoro (leggasi licenziamenti coatti), del ridimensionamento del protezionismo sociale, dell'aumento delle imposte indirette o del monitoraggio esasperato di tutte le transazioni di pagamento (lotta all'evasione).

Per quanto infatti potrà essere saggio e risolutivo il governo Monti, potrà solo mitigare l'inesorabile processo di rallentamento e declino economico che caratterizza il nostro paese manifestandosi attraverso  due fenomeni ben distinti: sul piano economico, la giapponesizzazione dell'Italia (crescita molto bassa ed invecchiamento della popolazione) mentre sul piano sociale, la sudamericanizzazione del paese (aumento della conflittualità e del disagio sociale, criminalità dilagante e schiacciamento verso il basso dei livelli di reddito personale). Cari genitori, valutate pertanto con profonda attenzione cosa far studiare ai vostri figli e soprattutto a chi e dove rivolgere le loro attenzioni ed interessi. L'Italia ormai è un paese in via di sottosviluppo, non ha più senso spendere energie, risorse, tempo e denaro per un paese morente. Monti o Tremonti il risultato non cambia.

domenica 27 novembre 2011

Così iniziano le dittature ( articolo/intervista a Nigel Farage di Claudio Messora )


Il seguente articolo con relativa intervista all'europarlamentare Nigel Farage, è tratta dal sito del giornalista Claudio Messora, Byoblu
Il 16 novembre Nigel Farage, in un discorso al Parlamento Europeo largamente ripreso e diffuso in Italia, ha accusato i burocrati europei di avere rimpiazzato il governo greco con un governo marionetta e di avere sostituito il governo Berlusconi con il governo Monti. Ha terminato il suo discorso chiedendo cosa, in nome di Dio, avesse dato loro il diritto di farlo. Questo blog aveva ripreso e tradotto il discorso di Farage.
Per approfondire la questione, ho intervistato Nigel Farage per  il blog. Enjoy.
CLAUDIO MESSORA: Mr.Nigel. due governi di due stati democratici si sono dimessi a distanza di un giorno l'uno dall'altro, e sono stati rimpiazzati da due governi tecnici, guidati da uomini provenienti dagli uffici internazionali dell'alta finanza e dalla Commissione Trilaterale. Mario Monti e Lucas Papademos. Si tratta di una coincidenza?


NIGEL FARAGE: Beh, si sentono molte teorie sul perche' le cose in Grecia e in Italia sono andate come sono andate. Non potremo mai avere una certezza. Cio' che sappiamo e' che due premier eletti democraticamente sono stati rimossi dai bulli di Bruxelles. Non erano piu' accettabili. Certo e' che, nel caso del signor Papandreou, egli ha osato bestemmiare in pubblico. Si, ha utilizzato la parola che inizia con “r”, la parola referendum. Inaccettabile, doveva andarsene. Il signor Berlusconi era irrecuperabile e le cose in Grecia possono sembrare gravi ma in Italia abbiamo il signor Monti, ex commissario europeo, uno degli architetti della zona euro, disastro! Un non eletto che non era neanche membro del parlamento quando tutta questa storia ebbe inizio. E, per finire, per mettere insieme tutti i pezzi ha composto una vetrina di persone, nessuna delle quali possiamo definire come politico eletto democraticamente. Indipendentemente dalla causa di tutto cio', se crediamo nella liberta' e nella democrazia dobbiamo dire che siamo davanti ad una mostruosita'. E' tutta una coincidenza? No, si tratta di CONTROLLO.


CLAUDIO MESSORA: Nonostante uno stato di crisi di gravità comparabile, a differenza dell'Italia la Spagna è andata incontro a regolari elezioni. Quali sono le differenze reali tra i due approcci?


NIGEL FARAGE: Beh, certamente domenica scorsa gli spagnoli hanno avuto le elezioni. Molto interessante: ero in un dibattito alla tv inglese quando i risultati sono arrivati e ho detto: perché si sono disturbati? Perché avere un elezione, visto che dopotutto, effettivamente, hanno le mani legate, e abbiamo visto oggi nei giornali, che la prima cosa il signor Rajoy ha fatto é andare dalla Merkel per farsi dare istruzioni, e certo se tra qualche mese loro non sono contenti, sará "licenziato" e rimpiazzato da qualcun altro. Ció che sta accadendo realmente con la crisi dell'Eurozona, é che la democrazia viene deliberatamente e volontariamente distrutta da persone che faranno di tutto per sostenere il loro fallimentare e fallito Euro-sogno.


CLAUDIO MESSORA: Cosa pensa della soddisfazione di una parte del popolo italiano per la sostituzione del governo Berlusconi con un Governo Tecnico? Vi è un sentimento diffuso, tra la popolazione, di rassegnazione all'incapacità di esprimere una buona classe dirigente dal basso, per cui molti preferiscono una soluzione imposta dall'alto.


NIGEL FARAGE: Ok, c'è questo argomento che il signor Berlusconi non era un buon premier. Questo può essere vero oppure falso. Ma l'essenza di una democrazia parlamentare è che per quanto un governo possa essere cattivo, voi, il popolo, avete un'occasione, un'opportunità di rimuoverlo in regolari elezioni politiche e sostituirlo con qualcun altro. L'argomento che Berlusconi non fosse all'altezza, che un governo tecnico sia in qualche modo meglio, penso sia sbagliato da due punti di vista. Primo, il signor Monti è uno dei principali artefici, personalmente, di questo fallimento. Secondo, questo è esattamente il modo in cui inizia una dittatura. Si dichiara uno stato di emergenza, le leggi normali democratiche si sospendono e c'è qualcuno che prende il potere per il bene del Paese. Così iniziano le dittature! A mio avviso, in qualunque circostanza, non è giustificabile.


CLAUDIO MESSORA: Uno degli obiettivi di Mario Monti, nella Commissione Trilaterale, era di perseguire con dedizione la totale unificazione europea. Crede che, come presidente del Consiglio, oggi stia facendo gli interessi del popolo italiano o quelli delle organizzazioni internazionali nelle quali ha ricoperto ruoli apicali?


NIGEL FARAGE: Quello che è certo è che il signor Monti non ha un mandato popolare di nessun tipo. Quello che è altresì certo è che lui vuole assicurarsi che la Grecia, e certamente anche l'Italia, restino nell'Euro e continuino a far parte del progetto europeo. Io non riesco, per quanto mi sforzi, a capire perché gli italiani vogliano sopportarlo. E' una mostruosità assoluta che è stata loro imposta. Ad Atene abbiamo visto la gente scendere in piazza e ti dico una cosa: se fossi in italia sarei tentato dal fare esattamente lo stesso.


CLAUDIO MESSORA: Cosa ne pensa del MES, il trattato europeo in corso di approvazione che darà a 17 governatori, tra cui Mario Monti, il potere di esigere qualunque somma dagli stati membri e di contro li renderà immuni da qualunque procedimento giuriziario, oltre a dichiarare segreti ed inviolabili tutti i loro archivi e i loro documenti?


NIGEL FARAGE: Dunque, con la crisi dell'Euro la soluzione è gioco forza "più Euro". Questo è ciò che sentiamo dire da Barroso e da Van Rompuy. Ed ora c'è questo nuovo trattato MES, il meccanismo europeo di stabilità, e l'idea è che a breve ci sarà un cambio, magari in 18 mesi o in 2 anni, che renderà legali i salvataggi europei che abbiamo già avuto per gli stati dell'Eurozona. Qualcosa che sarà legale ma che al momento certamente non lo è. Ritengo che questo nuovo trattato sia la peggiore evoluzione dell'Europa Unita: darà un potere arbitrario e completo a burocrati stranieri mai eletti di controllare le economie di interi paesi, e anche se faranno un gran casino, il trattato conferirà loro l'immunità totale da qualsiasi iniziativa giudiziaria, a vita! Questo trattato, il MES, va a toccare cose che dovrebbero e anzi devono essere sottoposte a referendum in ogni stato membro, e gli italiani non dovrebbero prenderlo così sotto gamba. Sicuramente a un certo punto dovrete decidere del vostro futuro. Non potrete basarvi sempre sul fatto che il signor Monti ed altri facciano ciò che è nei vostri interessi.


CLAUDIO MESSORA: Perché ha accusato Mr.Rumpoy di non avere nessuna legittimazione democratica? Perché lo considera responsabile di quanto sta accadendo al popolo italiano?


NIGEL FARAGE: Herman Van Rompuy, un mio vecchio amico! Beh, 18 mesi fa ci siamo scontrati al Parlamento Europeo: io diedi una versione alternativa del suo curriculum, della sua formazione. Ma quello in cui, convintamente, avevo di sicuro ragione, era nel dire che non aveva nessuno legittimazione democratica. Seguimi: non è stato votato da nessuno, e non esiste nessun meccanismo per i normali votanti né per nessuna nazione europea di rimuoverlo. E la cosa più importante di questo recente fiasco italiano è stato vedere questo uomo non eletto venire da Brussels a Firenze a dire al popolo italiano che questo non è il momento per le elezioni, ma è il momento per le azioni. Chi, nel nome di Dio, gli ha dato il diritto di dire queste cose al popoplo italiano?


CLAUDIO MESSORA: Cosa ne pensa delle affermazioni di Sarkozy e della Merkek secondo cui chi fa cadere l'Euro si renderà responsabile dell'accensione di una nuova stagione di conflitti militari tra i paesi europei?


NIGEL FARAGE: Ho incontrato Angela Merkel un mese fa, e le ho fatto una domanda. Le chiesi: perché la Grecia non può essere lasciata libera di riavere la sua moneta, di svalutarla e di avere un suo proprio governo democratico? La risposta della Merkel fu chiara: se permettiamo alla Grecia di andare via, altri paesi la seguiranno. Quindi il problema qui è che il progetto europeo deve essere sostenuto al prezzo di qualsiasi costo economico o democratico. Deve essere tenuto coeso. E poi, quando iniziano a disperarsi, dicono che se l'Euro fallisce potrebbe esserci una guerra. Quale guerra? Chi dovrebbe invadere cosa? Dovremmo credere che la Germania tornerà a riarmarsi? E che invaderà la Francia? Non credo proprio! Queste sono le vecchie tecniche di intimidazione, e dovremmo ricordare che, in realtà, le guerre possono insorgere quando i popoli sono forzati artificialmente a stare insieme contro la loro volontà. Ricordate che è accaduto nei Balcani, è successo il secolo scorso, ne abbiamo visto ramificazioni negli ultimi venti anni e l'abbiamo chiamato Yugoslavia. Ci sono molte più probabilità di rivolte, di dissensi e anche di guerre civili se andiamo avanti a imporre agli europei una forma di governo che non hanno scelto e che non vogliono.


CLAUDIO MESSORA: Lei è contro l'Unione Europea. Come pensa che i singoli stati possano sopravvivere, in un'era di mercati globali, se lasciati da soli a confrontarsi con le potenze emergenti, senza un'unione forte?


NIGEL FARAGE: Il discorso della globalizzazione è davvero molto ampio. E una delle analogie che si possono fare è questa. Siamo qui, nel mezzo dell'oceano Atlantico, in una grande tempesta. Ci sono onde enormi che ci scuotono da ogni parte e la situazione è incredibilmente pericolosa. Ora il punto è che se siamo tutti insieme in una unica grande nave, in qualche modo sarà più sicuro e potremo fronteggiare questi temporali violenti con una certa speranza e una maggiore aspettativa di sopravvivenza. Io obietterei che, a dire il vero, la cosa più importante se vogliamo sopravvivere in una tempesta atlantica non è essere in una grande e grossa nave, che potremmo magari chiamare Titanic, ma credo che la cosa più importante, se siamo in mezzo ai marosi, è avere le mani saldamente sul timone ed essere capaci di tracciare la giusta rotta, seguendo la giusta direzione. In termini commerciali, in termini di relazioni internazionali, in termini di politiche estere, il mio paese, il Regno Unito, e l'Italia hanno approcci totalmente differenti. Non significa che io sia migliore di te, e non significa che io sia peggiore, ma significa che il mio paese è molto diverso dal tuo, e ritengo che abbiamo una maggiore, migliore speranza di sopravvivere alle grosse tempeste di attraversare indenni gli oceani di tutto il mondo, se siamo davvero in grado di tracciare la direzione che vogliamo seguire, piuttosto che seguire una decisione comune presa per conto di 27 popoli diversi, con idee contrastanti, e vedere tutto quanto ridotto a un pasticcio, a un compromesso che non va bene a nessuno e diretto da burocrati nella Commissione Europea che, lo abbiamo visto in qualsiasi altra area politica, hanno fallito in tutto l'arco degli ultimi vent'anni.


CLAUDIO MESSORA: Non crede che vi sia una eccessiva dominazione dei mercati, invece di perseguire un modello di società incentrato sul benessere dei cittadini? Ritiene giusto che le regole del mercato e della speculazione debbano prevalere al punto da mettere in crisi intere popolazioni, sebbene in fondo esse abbiano tutte le risorse fisiche necessarie per vivere bene?


NIGEL FARAGE: Tutto il discorso è che lo stato può avere cura delle persone al meglio, lo stato può assicurarsi che dalla culla alla tomba tu sia protetto, che tu possa prosperare e che tu possa lavorare. Beh, gli esempio di questa visione in realtà non sono molto positivi. Guarda l'Unione Sovietica. All'inizio la pensavano così, e guardate il disastro assoluto che hanno combinato. Io so che la società del libero mercato ha degli eccessi. Ci sono persone preparate a infrangere la legge, le regole, so che la ragione del profitto può diventare la ragione dell'avidità. Beh, io vi dico questo. La mia visione dell'evoluzione della societá umana é che se vogliamo avere scuole, ospedali e stato sociale, per avere tutte queste cose devi creare profitto! Perché é grazie al profitto che la gente paga le tasse. E ció che abbiamo adesso in questa unione europea é qualcosa che si definisce libero mercato ma che in realtá è totalmente controllato dagli stati, completamente nelle mani di grandi banche e multinazionali, che sta bloccando la genuina libera impresa e le piccole, medie imprese dal nascere e svilupparsi, e stiamo assistendo alla bassa crescita, a un disastroso indebitamento, un vero brutto affare per coloro per i quali, io credo, queste cose sono state pensate e realizzate: la parte debole della societá. Dobbiamo fare soldi, realizzare profitti, dobbiamo competere con il Brasile, con l'India, con la Cina e con tutto il mondo intero in via di sviluppo. Ma tutto ció che stiamo facendo é avvolgerci in un mantello che dice: "Oh, si puó lavorare meno, si deve guadagnare di piú," "si puó andare in pensione prima." Non funziona. Non paga. Una volta pensato attentamente a tutto questo, il mercato é ció che dà profitto, il profitto ci dá le tasse, le tasse ci danno il buono stato sociale in ogni stato libero.


CLAUDIO MESSORA: Cosa crede che dovrebbe fare l'Italia per superare la crisi?


NIGEL FARAGE: Allora, l'Italia? Ho sempre avuto la certezza che Grecia e Portogallo non sono mai stati adatti all'Euro, non avrebbero dovuto mai farne parte e dovrebbero essere lasciati liberi, o meglio essere liberati, il prima possibile. Ora, per l'Italia la questione si fa un tantino piú complicata. Siete una grande economia ma penso che alla fine la veritá stia nel fatto che non potrete mai prendere la vostra economia, la vostra cultura, la vostra politica e il sistema tedesco e fonderli insieme in una risoluzione pacifica. Non sará adesso, ci vorrá del tempo, ma penso veramente che l'Italia debba abbandonare l'Euro, tornare alla Lira e soprattutto sbarazzarsi di Monti e i suoi amichetti, che non sono mai stati votati da nessuno, che non hanno legittimazione democratica e che prima li cacciate e meglio é.


CLAUDIO MESSORA: Ci dica qualcosa dei suoi progetti futuri per il suo partito, l'UKIP, e per il Regno Unito.


NIGEL FARAGE: Siamo fortunati, abbiamo fatto un grande catenaccio per non entrare nell'Euro. Grazie a Dio non ci siamo entrati. Grazie al cielo siamo liberi. Oh, ma abbiamo i nostri problemi eh!? Un enorme indebitamento. Ma abbiamo la sterlina, che al momento é debole sui mercati, cosa che al momento é proprio un bene visto i conti in cui siamo. Il mio partito non é anti-europeo affatto. Vogliamo un'Europa con cui fare affari, collaborare, saremo perfino ottimi vicini di casa. Personalmente ho un grande affetto per l'Italia e gli Italiani, e per 7 anni, quando facevo un lavoro diverso quando ero nel business, ho avuto un'agenzia a Milano ed ho speso un sacco di tempo a girare l'Italia, in affari con aziende italiane. E, come ho detto in precedenza, noi non siamo meglio, non siamo peggio, siamo certamente, peró, molto differenti da voi. Rimaniamo con le nostre proprie forme di governo, monete, lingue, culture. Saremo uniti, faremo affari, saremo amici e buoni vicini e ci siederemo attorno a un buon piatto di spaghetti con il vostro delizioso vino, e saremo amici. Ma non dovremmo essere forzati insieme nella stessa unione politica, e il mio partito continuerá a portare avanti questa politica, per un Regno Unito libero, indipendente e democratico, non governato da Herman Van Rompuy, Barroso o altri orribili insignificanti burocrati che adesso stanno comandando le vite di 500 milioni di persone, nei fusi orari europei.


 Non sono particolarmente bravo con le pronunce straniere, peró voglio salutare tutti quelli del sito BYOBLU, credo si pronunci cosí... Mi sono molto divertito. Spero di rivedervi presto!
n.b. Grazie ad Alessio Mariottini per la trascrizione del testo


martedì 1 novembre 2011

Manifesto economico per l'Italia ( articolo di Eugenio Benetazzo )

Il seguente articolo, è tratto dal sito dell'economista Eugenio Benetazzo.

In questi ultimi tre anni ho avuto il privilegio di poter visitare tutte le regioni italiane, tranne ancora la Sardegna, di conoscere con approfondimento le problematiche e le peculiarità legate al territorio, di confrontarmi con forze sociali ed organizzazioni produttive, di ricevere un determinato feedback da studenti universitari, pensionati, lavoratori occasionali, di essere invitato in qualità di relatore da enti locali ed istituti scolastici superiori, così facendo ho cumulato un bagaglio di proposte, di modifiche, di migliorie, di cambiamenti da attuare nel nostro paese sulla base delle aspettative e desideri di milioni di italiani.  

Molti lettori che mi seguono attraverso il mio portale sulla rete o il mio canale di videoinformazione su YouTube mi hanno più volte invitato a redigere una sorta di formulario, di vademecum, di proposta non politica ma di politica economica volta al rilancio del nostro paese e di quelle potenzialità ancora inespresse per ragioni che abbiamo affrontato fino a prima.  Studiando in profondità il modello economico di altri paesi e i loro punti di forza, ho sviluppato quello che ho definito il "Manifesto Economico per l'Italia" ovvero un programma di interventi di portata economica rilevante con lo scopo di dare al nostro paese quella marcia in più che dovrebbe avere.

Non si tratta di un programma politico che necessiterebbe di maggior approfondimento e di soluzioni per determinate aree strategiche del paese (energia, previdenza, sanità, immigrazione, giustizia, trasporti, difesa), ma di un insieme di riforme sul piano economico facilmente e velocemente implementabili da qualsiasi forza di governo con lo scopo di generare sia nuove voci di entrata sia di contenere il costo dell'amministrazione pubblica.

Rappresentanza popolare: abbattimento coatto del 75 % degli emolumenti e compensi ad europarlamentari, parlamentari, consiglieri regionali e comunali; congelamento ed abolizione delle pensioni di anzianità legislativa con effetto retroattivo; dimezzamento del numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali e comunali (indennità corrisposte solo sulla effettiva presenza nelle attività consiliari).
Accorpamento amministrativo: i Comuni continueranno a mantenere la loro identità geografica, ma vi sarà un unico apparato amministrativo, sindaco e giunta compresi, per  comprensori urbani con un bacino di 25.000 abitanti. Abolizione di tutte le province in qualità di enti amministrativi, fatta eccezione per le aree metropolitane.

Sovranità monetaria: istituzione di Banca Stato Italia, ente pubblico interamente detenuto dal Ministero del Tesoro, autorizzato dal Parlamento ad emettere moneta in nome e per conto della popolazione italiana a fronte di esigenze e finalità di natura socioeconomica o di investimenti infrastrutturali. Abbandono dell'euro, con il ripristino della nuova lira italiana  e conseguente definizione di un sistema monetario a doppia circolazione valutaria. Tasso di sconto ed offerta monetaria, entrambe variabili macroeconomiche stabilite esclusivamente dal Ministero del Tesoro e dal Ministero delle Finanze in accordo con le linee guida della Politica Sociale per il Paese.

Tassazione della prostituzione: istituzione di un'aliquota unica con regolamentazione della figura professionale e dei relativi obblighi ed adempimenti sia fiscali che sanitari. 

Embargo commerciale:  istituzione di dazi doganali di sbarramento all’ingresso per i prodotti confezionati, assemblati e realizzati al di fuori dell'Unione Europea, in particolar modo per quelli alimentari.

Abolizione delle tariffe minime:  per i liberi professionisti iscritti agli Albi Professionali.

Tassazione della Salute: istituzione della Tassa sulla Salute che colpisce inversamente il reddito dei contribuenti in rapporto a determinate abitudini alimentari e stili di vita (alcol, fumo, droga, abuso di grassi animali e vita sedentaria).

Nuova fiscalità diffusa: detrazione integrale dall'imponibile di tutte le spese ordinarie e straordinarie riguardanti l'amministrazione e la gestione della casa, la fruizione di un mezzo di trasporto (auto e motocicli), oltre a qualsiasi prestazione medica privata. Detassazione degli utili aziendali reinvestiti per l'ammodernamento o l'ampliamento delle linee produttive e/o il miglioramento delle competenze delle risorse umane.

Mutuo sociale: istituzione del Mutuo Sociale per l’acquisto integrale della prima casa. L’immobile che si è deciso di acquistare viene acquisito e diviene proprietà dell’Istituto del Mutuo Sociale S.p.A. (holding immobiliare integralmente a capitale pubblico). Le rate mensili vengono calcolate applicando un tasso fisso di cortesia in relazione alla durata ed alla capacità di rimborso di ogni contribuente. Al termine del periodo di ammortamento l’immobile viene trasferito d’ufficio in proprietà al contribuente senza l’applicazione di alcun onere o tassa. 

No tax area: individuazione e definizione delle no tax area (distretti industriali) nelle seguenti regioni: Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata, Molise con totale esenzione del pagamento di imposte dirette per un arco di tempo di 25 anni ad aziende con insediamenti industriali con più di 250 dipendenti assunti a tempo indeterminato.

martedì 27 settembre 2011

E’ l’Europa dei Briganti. Andiamocene via ( articolo di Ugo Gaudenzi - Rinascita )

Il seguente articolo, è a firma del Direttore del quotidiano Rinascita, Ugo Gaudenzi.

Lo sanno ormai tutti. Le agenzie di rating emettono pagelle, l’Ue lancia l’allarme, la Bce chiede nuovi tagli, il Fmi pure, l’Ocse anche, poi la materia diventa argomento di “vertici”: dai G8 ai G20 e così via. Si fanno manovre. Ma sono ritenute insufficenti e il girone infernale ricomincia da capo.
Adesso, dopo l’ultimo summit washingtoniano lo “stato dell’opera” è il seguente. La sensazione comune (che meningi, che immaginazione!) è che la Grecia non riuscirà a far fronte al “debito pubblico”, giunto, si badi bene a 350 miliardi di euro, esattamente dieci volte tanto in un decennio, grazie agli interventi “salvacrisi” (prestiti a usura) inventati dalla Goldman & Sachs, quella diretta da Draghi, e partecipati a fin di lucro dalle banche d’affari mondiali.
E che Atene ormai sia intenzionata a dichiarare l’insolvenza e a negoziare il 50 per cento del debito con i soliti usurai.
Per quanto riguarda Spagna e Italia, l’altra sensazione comune (che meningi, che immaginazione!) è che siano ormai in piena “cottura” e che l’Ue non abbia i mezzi a disposizione per salvarle. A meno di un acquisto massiccio di obbligazioni pubbliche da parte della Banca centrale europea. Senza però alcuna speranza che questo fermi la “recessione”. Non soltanto dei due Paesi, ma di tutta l’area euro.
Una recessione appunto, già innescata da manovre fiscali e da tagli dei redditi e dell’assistenza sociale, che, in caso di ulteriori stangate imposte dai Signori del denaro, non potrebbe che aggravarsi.
Tra le neo-Cassandre, il ministro Usa Geithner, il cancelliere britannico Osborne e Monsieur Trichet (nella foto), della Banca centrale europea.
Sancite queste ponderose analisi, i Signori del G20 hanno rinviato l’esame della situazione... al prossimo vertice di novembre.
Ma noi, i popoli interessati, possiamo decidere qualcosa in merito al nostro futuro?
Certo.
Niente prestiti a strozzo, no all’euro, no al debito pubblico fonte di lucro altrui.
Andiamocene via dall’Europa dei briganti, sganciamoci dal dominio atlantico, dalla globalizzazione.

martedì 13 settembre 2011

Non ci resta che ridere ( articolo di Eugenio Benetazzo )

Il seguente articolo, è tratto dal sito dell'economista, Eugenio Benetazzo.

Forse non ve ne siete accorti, probabilmente i giornali non ne parlano a sufficenza, ma la popolazione italiana in questi ultimi sei mesi si è profondamente impoverita, complice soprattutto il crollo dei listini di borsa che sembra non avere più un livello ultimo di contenimento. Si dice che la ricchezza finanziaria degli italiani sia stimata intorno ai quattro trilioni di euro, con molta presunzione questo importo deve essere abbondantemente ridimensionato. Non so se qualcuno si è accorto ma vi sono titoli azionari il cui prezzo ci riporta indietro di oltre 12/13 anni, alcune banche italiane hanno perso in un mese oltre il 50% della loro capitalizzazione, i titoli di Stato viaggiano a rendimenti di mercato decisamente insostenibili per le nuove emissioni, nonostante l'intervento di agosto delle autorità monetarie europee con l'intento di salvaguardare e proteggerne le quotazioni. 


Pur tuttavia sembra che a nessuno interessino le sorti e la consistenza del proprio portafoglio e dossier titoli. Sul fronte politico l'orizzonte è sempre più rattristante, non c'è leader politico che si preoccupi di difendere il listino italiano dal recente ed interminabile crollo. Non si legge allarmismo nei giornali italiani, non si legge preoccupazione nello sguardo di chi lavora in banca, non si legge di alcuna misura protettiva volta a contenere l'attuale sell off borsistico: il piccolo risparmiatore non ha ancora ben compreso quello che lo aspetta negli anni a venire. Penso ancora a quante volte in televisione mi sono sentito dire da eminenti esponenti del governo che la crisi era finita e che il peggio era ormai passato. Le comunità finanziarie internazionali si aspettavano una azione di governo corposa e credibile, che consentisse in poco tempo di drenare ingenti risorse finanziarie da dedicare all'abbattimento del debito pubblico, e non la sforbiciatina da barbiere di periferia. Di questo abbiamo bisogno al momento noi italiani, di ritornare ad essere credibili e non ridibili.

La recente proposta di manovra finanziaria infatti, dopo i numerosi tentativi di concertazione, dimostra grande improvvisazione da parte dell'attuale governo (non che la sinistra proponga tanto di meglio), alla fine i ricchi non pagheranno o se non altro pagheranno molto ma molto meno rispetto a quello che era stato proposto all'inizio; da qualche giorno ho iniziato ad avere grande stima dei calciatori professionisti italiani perché hanno dimostrato, nonostante la loro mediocrità intellettuale, che hanno pretese economiche sulle quali non si discute e che devono essere tutelate pena l'interruzione del campionato. I piccoli risparmiatori invece, mediamente più intelligenti e colti rispetto alla media dei calciatori, non hanno capacità di coesione, rivolta, e ingerenza con la vita politica italiana. Basterebbe che iniziassero a utilizzare il loro consumer power nei confronti delle giacenze di deposito presso gli istituti di credito italiani e poco ci vorrebbe per cambiare in meglio il paese, almeno dal punto di vista bancario  La classe politica attuale (tanto a destra quanto a sinistra, passando per la lega) non solo continua a dimostrare imbarazzante incompetenza, ma sta lentamente conducendo la nazione allo scenario argentino.

Ormai lo ripeto continuamente in questi ultimi mesi la strada da intraprendere è quella di una medicina amara, tuttavia efficace e ricostituente. Sto parlando di una dimostrazione di attendibilità, severità e serietà del paese innanzi al mondo intero: solo con un ridimensionamento repentino del debito pubblico italiano, nell'ordine dei 400 o 500 miliardi di euro, si potrà dare una speranza a chi ha 30/40 anni, mettendo il paese nelle condizioni di intraprendere un percorso di rilancio competitivo. Questo dovrà essere necessariamente seguito da un abbattimento coatto della spesa pubblica e del montante pensionistico, riducendo in maniera antipopolare il numero dei dipendenti pubblici ed il peso dei loro apparati, affiancando il tutto da un piano di defiscalizzazione integrale degli utili reinvestiti nel settore privato. Questa è la strada sensata e credibile di un paese che vuole sorprendere il mondo e si vuole rialzare, le altre proposte sono solo gli ennesimi tentativi per continuare a mandare in onda il penoso teatrino e la solita nauseante faida politica italiana. 

venerdì 1 luglio 2011

Questa non è una crisi, è una truffa! ( articolo di ATTAC - Francia )

Il seguente articolo, è tratto dal sito italiano di ATTAC ed è a firma della sezione francese dell'associazione ATTAC.

"Non è una crisi è una truffa" dicono gli indignati spagnoli. Questo mercoledì il parlamento greco ha adottato un nuovo piano di austerità, simbolo del vero e proprio saccheggio in corso in questo momento in Europa.
Nonostante la profonda ingiustizia delle misure di rigore che mirano a presentare il conto al popolo greco senza mettere in discussione le pessime politiche fiscali dei governi precedenti, gli squilibri del funzionamento della zona euro, o i lauti profitti realizzati dalle banche e da altri speculatori sulle finanze pubbliche greche;
Nonostante la resistenza del popolo greco, che si è sollevato con dignità ed ha occupato per quasi tre settimane la piazza principale di Atene - dove si trova il Parlamento – per contestare, in modo pacifico e democratico, quelle scelte imposte a dispetto del buon senso ;
Nonostante la provata inefficacia di misure di austerità per migliorare la situazione delle finanze pubbliche, i deputati greci hanno deciso di sottomettersi al ricatto dell’Unione europea, del FMI e della Banca centrale europea.
In cambio di questo piano di austerità, che prevede in primo luogo la richiesta di riduzione dei salari e una riforma fiscale che va a penalizzare le classi medie e popolari, la "troika" accorderà un aiuto da un centinaio di miliardi di euro alla Grecia - senza i quali il governo si ritroverebbe nell’impossibilità di garantire il proprio funzionamento (compresi i servizi pubblici, gli ospedali, ecc)
Questo cosiddetto "salvataggio", aiuterà più le banche francesi e tedesche che la Grecia: "Il CAC 40 sta intensificando i propri guadagni, confidando nella Grecia", recita il sito di Point.fr. Esso rappresenta in realtà una grande socializzazione delle perdite: uno studio di Echos mostra che grazie a questo piano, "la quota di debito ellenico in mano a creditori stranieri aumenterà dal 26% al 64% nel 2014. Ciò significa che l’esposizione di ogni famiglia della zona euro passerà dai € 535 di oggi a 1.450 euro. "Eppure tutti gli economisti concordano sul fatto che la Grecia non può rimborsare tutti i suoi debiti.
Nell’opporsi così ferocemente a qualsiasi ristrutturazione, Sarkozy e Trichet fanno il gioco delle banche francesi; ma se la Grecia dovesse dichiarare bancarotta, la finanza pubblica degli altri paesi europei sarà in prima linea ... e i popoli d’Europa pagheranno tramite l’approvazione di nuove misure di austerità.
"Privatizzare i profitti, socializzare le perdite", questa logica sembra più attuale che mai: con la nuova governance economica, promossa dai governi europei e della Commissione e approvata dal Parlamento, le finanze pubbliche saranno controllate, e come per la Grecia, l’austerità permanente per i popoli garantirà i profitti delle banche.
E’ essenziale che i popoli d’Europa si mobilitino per sconfiggere questa strategia choc a livello europeo. Come il popolo greco, occorre non solo indignarsi ma essere determinati a porre fine ai diktat delle banche e dei mercati finanziari, cominciando con l’imporre un controllo democratico del debito pubblico. In Francia in particolare, le proteste devono intensificarsi: la posta in gioco in Grecia di oggi è la capacità di noi popoli europei di uscire dalla trappola in cui la finanza ci ha rinchiusi.
Giovedi 30 giugno a seguito della mobilitazione senza precedenti del popolo greco, e mentre i movimenti sociali e i sindacati britannici hanno organizzato uno sciopero generale contro i tagli massicci ai finanziamenti pubblici Attac ha convocato un presidio alle ore 18 presso l’Ambasciata Greca per sostenere le mobilitazioni in Europa, Grecia, Regno Unito, Spagna, ed affermare che le loro lotte sono più che mai anche le nostre.

Attac Francia,

Parigi, 29 giugno 2011