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mercoledì 29 giugno 2011

Goldman Sachs ufficialmente a capo della BCE ( articolo dell'associazione ATTAC - Francia )

Il seguente articolo, è a firma di ATTAC Francia ed è tratto dal sito web della sezione italiana di ATTAC.

Mario Draghi, ex presidente di Goldman Sachs Europa, assume oggi la presidenza della Banca centrale europea. Presiedeva la banca d’affari americana quando, negli anni 2000, aiutava la Grecia a truccare i suoi conti pubblici. Il compito di Draghi sarà quello di salvaguardare gli interessi delle banche nell’attuale crisi europea.
Ci si poteva chiedere fino ad oggi per quale motivo la Banca Centrale Europea e il suo presidente Jean Claude Trichet si opponessero in maniera così virulenta – perfino contro la cancelliera tedesca – a qualunque ipotesi di ristrutturazione del debito greco. Un atteggiamento che appariva incomprensibile visto che tutti gli analisti, compresi gli economisti delle banche, concordano nel ritenere che la Grecia non potrà garantire il rientro del debito alle attuali condizioni contrattuali. È opinione diffusa che un diverso scaglionamento o meglio una parziale cancellazione, siano inevitabili. Volerne ritardare la scadenza non fa che peggiorare i guasti economici e sociali provocati dai piani di austerità brutali e impopolari imposti al popolo greco.
A nomina di Draghi chiarisce le cose. La BCE non difende gli interessi dei cittadini e dei contribuenti europei, ma gli interessi delle banche. Grazie ai “piani di salvataggio” della Grecia e al “meccanismo europeo di stabilità” messo in atto da BCE, FMI e dall’Unione, “la parte di debito greco in mano ai contribuenti stranieri passerà dal 26% al 64% nel 2014. Vale a dire che l’esposizione di ciascuna famiglia della zona euro passerà dagli attuali 535 euro a 1.450 euro”. (Les Echos, 23 giugno 2011)
Il salvataggio della Grecia consiste di fatto in una gigantesca operazione di socializzazione delle perdite del sistema bancario. L’essenziale del debito greco – ma anche di quello spagnolo e irlandese – viene trasferito dalle mani dei banchieri a quelle dei contribuenti. Sara così possibile in seguito addossare i costi dell’inevitabile ristrutturazione di quei debiti ai bilanci pubblici europei.
Come dicono gli Indignati spagnoli “Non è una crisi, è una truffa!”. Il Parlamento europeo ieri ha votato il “Pacchetto di governante economica” che riforma il patto di stabilità appesantendo i vincoli sui bilanci nazionali e le sanzioni contro i paesi che li infrangono. Il Consiglio europeo che si riunisce oggi e domani completerà la bisogna. E non sarà la prossima nomina di Christine Lagarde a capo del FMI a ridurre il potere delle banche sulle istituzioni finanziarie internazionali, al contrario.
Ma la resistenza sociale e civile sta crescendo in tutta Europa. Governare per i popoli o per la finanza? Oggi la risposta è chiara: i popoli europei devono riprendere l’iniziativa per costruire insieme un’altra Europa.
Gli Attac di tutta Europa organizzano dal 9 al 13 agosto l’Università europea dei movimenti sociali a Friburgo, in Germania. Quest’estate sarà uno dei luoghi più importanti di coordinamento delle resistenze e di costruzione delle alternative europee.

Attac Francia, 24 giugno 2011

Pubblicato mercoledì 29 Giugno 2011

martedì 15 febbraio 2011

Cavalieri, maggiordomi e gnomi della City ( articolo di Filippo Ghira - Rinascita )


Il seguente articolo, è a firma di Filippo Ghira - Rinascita.

Come ai tempi di Mani Pulite nel 1992 la Gran Bretagna e i suoi ambienti finanziari non perdono il vizio di voler entrare a gamba tesa nelle vicende italiane. Il Mediterraneo per la City e per i suoi maggiordomi politici (conservatori, laburisti e liberali che siano), è sempre stato visto come un cortile di casa nel quale fare sentire con forza la propria presenza. Dalla crociera del Britannia del 2 giugno 1992 da Civitavecchia all’Isola del Giglio (collocata guarda caso a mezza strada tra le due stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) fino alla speculazione contro la lira dell’autunno seguente, partita appunto da Londra, che portò alla svalutazione del 30% della “nostra” moneta sul dollaro e sulla sterlina.
A dettare le danze e a suggerire il copione, forse già scritto o ancora da scrivere, è il quotidiano ufficiale dell’establishment finanziario britannico. Quel Financial Times che insieme al confratello, il settimanale Economist (entrambi di proprietà del gruppo Pearson), sono specialisti nell’indicare a chi di dovere i bersagli da colpire nei governi ritenuti “poco amici” degli interessi britannici e a suggerire i possibili loro sostituti. Si deve ricordare ad esempio che nel febbraio del 1978, l’Economist pubblicò una profetica copertina nella quale Aldo Moro era rappresentato come un burattino mosso da fili manovrati da un burattinaio ignoto, il tutto accompagnato dal titolo (in italiano): “E’ finita la commedia”. Quel Moro che stava lavorando ad un governo sorretto dall’appoggio esterno del PCI e che come tale destabilizzava gli equilibri internazionali e disturbava gli interessi americani, britannici e israeliani nel Mediterraneo. Poi infatti vennero Via Fani e Via Caetani…
Se nel 1992 poi l’obiettivo erano la DC (Andreotti) e il PSI (Craxi) da spazzare via insieme al sistema italiano di economia mista per essere sostituiti al potere da un PCI trasformato nel socialdemocratico PDS di Occhetto, legittimato a governare in cambio dell’avvio del processo di privatizzazioni, oggi l’obiettivo è rappresentato dal ruolo svolto dall’Italia in campo energetico sullo scacchiere internazionale. E considerato che alla guida della maggioranza e del governo c’è Silvio Berlusconi, che ha l’imperdonabile colpa di avere sottoscritto proficui contratti di fornitura di gas e di petrolio con la Russia e con la Libia, in chiave europea e non più “atlantica”, ecco che è il Cavaliere a finire sotto tiro. Certo Berlusconi ci ha messo molto di suo per finire sotto accusa, con alcuni suoi uomini condannati per avere aggiustato certe vicende giudiziarie. E con i bunga bunga party e la lunga serie di mignotte e sgallettate varie che hanno affollato Villa Certosa, Villa Casati Stampa e si dice pure Palazzo Grazioli. Ma se si pensa che le analoghe attività di Bill Clinton svolte in ufficio pubblico, come la Sala Ovale della Casa Bianca, hanno suscitato soltanto commenti ironici in Gran Bretagna, è lecito interrogarsi se Berlusconi non rappresenti il vero obiettivo e se in realtà la sua auspicata caduta, non solo dalla City ma anche da Wall Street sia soltanto il mezzo per arrivare ad altro. Anche in considerazione di quello che per il FT sarebbe il candidato ideale alla successione e cioè Mario Draghi. Il governatore della Banca d’Italia è attualmente anche presidente del FSB (Financial Stability Board), l’organismo incaricato di monitorare gli squilibri del mercato finanziario internazionale e di segnalarli ai governi e alle banche centrali. Un monitoraggio che non fu però in grado di vedere a sufficienza l’arrivo della tempesta finanziaria del 2007-2008, innescata tra l’altro dalle speculazioni di banche come la Lehman Brothers e la Goldman Sachs. Per la cronaca, prima di approdare a Via Nazionale nel gennaio 2006, Draghi fu vicepresidente per l’Europa appunto della Goldman Sachs, la banca anglo-americana che negli Usa il cittadino comune considera il simbolo stesso della speculazione finanziaria. Mentre nel 1992 era direttore generale del Tesoro. Come tale fu incaricato di sovraintendere al processo di privatizzazione delle imprese pubbliche. Chi meglio di lui, afferma il FT, per guidare il dopo Berlusconi?
Per il Cavaliere, il quotidiano inglese, utilizzando un editoriale intitolato in italiano “Arrivederci Silvio”, non esita a intonare il De Profundis. Sette anni fa, osserva il FT, Berlusconi era da considerare “tecnicamente e politicamente immortale”. Ma oggi la sua carriera ha perso questa sua aura e certamente è destinata a concludersi un giorno. Anzi, insiste il FT, “sarebbe meglio per la Nazione e per l'Unione europea che questo momento arrivi ora piuttosto che più avanti”. Incredibile è semmai il riferimento all’Unione europea considerato che viene espressa dal quotidiano di un Paese che vi crede così poco da avere sempre rifiutato di entrare nel sistema dell’euro… Il FT ironizza poi sul Cavaliere che si definisce vittima delle persecuzioni della Sinistra e dei giudici comunisti che sarebbero a suo dire autori di un tentativo di colpo di Stato, ma osserva il quotidiano britannico, sono poche le democrazie dove un primo ministro coinvolto in simili vicende non rassegni le proprie dimissioni “per risparmiare difficoltà al suo governo ed al Paese”. Come, potremmo ipotizzare noi, forti dell’esperienza del passato, una bella speculazione della City contro i nostri titoli di Stato…
Colpito e seppellito Berlusconi, il FT arriva al dunque e afferma che l'Italia ha “molti funzionari pubblici di valore, escluso Berlusconi”. Tra questi, il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che, ricordiamo noi, negli anni Settanta era l’unico esponente del PCI ricevuto senza problemi negli Stati Uniti. E ovviamente Mario Draghi. Entrambi, “fanno onore al loro Paese e rappresentano al suo meglio la Nazione”. Lo stesso non si può dire di Berlusconi, il cui rifiuto di fare l’unica cosa giusta, cioè dimettersi, non è altro che “una vergogna”.
Ora e sempre Mario Draghi dunque. Per il quale l’incontentabile FT, se non si realizzasse l’auspicio della guida di un “governo tecnico”, vedrebbe bene anzi benissimo la guida della Banca centrale europea. Si noti l’assurdità di un quotidiano inglese che suggerisce il nuovo presidente per una istituzione di cui la Gran Bretagna non fa parte. E senza nessuno dei Paesi che contano, Germania e Francia in testa, sappia o voglia rispondergli per le rime. Draghi, insiste il FT, andrebbe benissimo per la BCE ora che è venuta meno la candidatura di Axel Weber, attuale presidente della Bundesbank per la successione al francese Jean Claude Trichet. Draghi risponderebbe  a tutti i requisiti richiesti dall'incarico. E’ un esperto economista, conosce il sistema finanziario globale, ed è abituato a trattare con politici difficili. Ma purtroppo, deve ammettere il FT, che paventa la nomina di un candidato di secondo ordine, Draghi ha un punto debole, il fatto di essere italiano e il cancelliere Angela Merkel non può proporre ai tedeschi un banchiere centrale italiano. In realtà l’handicap principale di Draghi sta nell’essere considerato troppo legato al mondo finanziario anglo-americano. E in una fase storica in cui si annunciano contrapposizioni feroci tra America, Europa (esclusa la Gran Bretagna) ed Asia con le rispettive monete a rischio di sopravvivenza, né la Germania né la Francia, le prime due potenze economiche continentali, possono nutrire la voglia di affidare la tutela della moneta comune ad un funzionario come Draghi, che è di cultura finanziaria anglosassone.
Da parte sua il governo di Berlino, che dopo il francese Trichet pretende un connazionale, ha fatto sapere ieri che la guida della BCE non è una questione di passaporto. Quello che conta, si insiste da Berlino, è l'impegno per un euro stabile e contro il ritorno dell'inflazione, due questioni che stanno da sempre a cuore al mondo politico ed economico tedesco.

mercoledì 7 luglio 2010

Due articoli tratti da Rinascita


Articolo di Vittoriano Peyrani



Osservando i fatti si devono prevedere peggioramenti continui ed inarrestabili della crisi economica al contrario delle previsioni ottimistiche dell’informazione ufficiale.
Si legge e si sente dire abbastanza spesso che siamo giunti al punto più grave della crisi e che da ora in poi la situazione economica comincerà a migliorare.
Si citano i cosiddetti “fondamentali” che sono i parametri finanziari, della produzione, del commercio e dei servizi; si parla dei titoli di Borsa e si cerca di infondere buone speranze consigliandone l’acquisto perché sarebbero estremamente sottovalutati e quindi dovrebbero presto risalire.
Questo è quanto affermano gli stessi economisti che hanno dimostrato di non saper prevedere, capire e comunicare l’arrivo e i motivi che hanno portato l’economia a questo punto.
Ma se si guarda attentamente quanto sta avvenendo si deve concludere che il peggio deve ancora arrivare e continuerà indefinitamente ad avanzare.
Vediamo di esaminare le ragioni di fondo che inducono a non prevedere cambiamenti positivi.
Non vi è dubbio che la crisi è stata scatenata o volutamente o incautamente dalla speculazione internazionale.
La seconda ipotesi sarebbe la più grave perché ci porterebbe a concludere che siamo nelle mani di persone poco capaci che gestirebbero dilettantisticamente un potere che incide sul benessere, sulla libertà e sulla vita di milioni di abitanti del pianeta. Si dovrebbero avere grossi timori se si trattasse di incoscienza, di incompetenza, di incapacità di coloro che dovrebbero decidere l’uso e il movimento di imponenti quantità di risorse con il dubbio che le potessero disperdere, disorganizzare, distruggere per errore.
Sarei più propenso a pensare che si tratti di un’operazione a vasto raggio dei più grandi poteri finanziari tendente all’appropriazione di capitali e di proprietà della finanza intermedia, delle popolazioni, degli Stati (privatizzazioni).
Il secondo motivo del pessimismo è il fatto che i comportamenti degli uomini politici non promettono niente di buono e che non è stato posto da questi alcun freno alla finanza bancaria internazionale. Questa, spostando a proprio piacimento capitali in grande massa, può continuare ad operare contro gli Stati europei, così come è successo per la Grecia e potrebbe succedere domani per l’Italia senza preavviso di sorta.
I bene informati dicono che le banche che contano stanno facendo incetta strisciante di buoni del tesoro di altri Stati europei. La stessa cosa era avvenuta per la Grecia come prodromo al quasi fallimento delle finanze di quello Stato. Il governo si è poi trovato, subito prima del rinnovo alla scadenza dei titoli, di fronte a una svendita al di sotto il valore nominale di buoni del tesoro nazionali concordata tra le banche. Questo ha allontanato i compratori. Si è così costretta la Grecia ad affidarsi all’usura delle banche internazionali prevalentemente anglo-americane. La Grecia, che non poteva pagare il proprio debito, non si potrà salvare aumentandolo e aumentando i conseguenti interessi: ha pertanto solo rimandato la resa dei conti, probabilmente aggravandola. Meglio avrebbe fatto a comportarsi come l’Argentina che ha concordato la restituzione del 20 per cento del debito, avendo la speculazione guadagnato abbastanza con tassi usurai fino al 17 per cento: prendere o lasciare.
Si fa notare che i guadagni di queste speculazioni non discendono dal mondo della Luna ma sottraggono ricchezze alle popolazioni.
I frequenti alti e bassi delle Borse non danneggiano sicuramente la casta borsistica apolide, ma solo gli ingenui investitori che si aspettano un rialzo secondo quanto affermato falsamente dalla informazione specializzata e non.
La tecnica è quella di vendere, senza parere, prima dei ribassi, mentre l’informazione sostiene i titoli con notizie roboanti o tranquillizzanti, e ricomprare a ribassi avvenuti, causati questi ultimi dalla diffusione di panico con speciosi allarmi sulla stampa. Si guadagnano così i miliardi di euro della differenza fra le vendite, a prezzi pieni, e i riacquisti a prezzi ribassati. Ecco dove sono andati a finire i miliardi cosiddetti “bruciati” in borsa! Il danno viene rigettato sul “parco buoi”, sui risparmiatori tenuti all’oscuro di queste manovre concordate, in sostanza su tutta la società che non ne può trarre evidentemente alcun beneficio.
Queste affermazioni faranno inorridire i membri della vecchia scuola economica classica che hanno studiato che le vendite creano ribassi mentre gli acquisti danno luogo a rialzi ma evidentemente ciò non avviene così semplicisticamente nella realtà. Gli speculatori di borsa non si lamentano, infatti, di perdere per questi continui movimenti delle quotazioni.
Connesso a quanto detto sopra è il fatto che chi possiede capitali non si mette certo ad organizzare impianti produttivi, superando rischi di bilancio, difficoltà tecniche ed amministrative, rapporti con la burocrazia (che si è preso un potere tale che spesso può essere superato solo con forme di corruzione), regolamenti cervellotici, oscuri ed al tempo stesso meticolosissimi. Di questi i funzionari e gli impiegati si arrogano il diritto di interpretazione caso per caso, stante la mancanza di ogni controllo.
Si preferisce investire in valute, oggi nel dollaro, ben sapendo che la linea di questa moneta è al rialzo e resterà tale per molto tempo ancora perché coloro che controllano i valori monetari a proprio piacimento vogliono ancora guadagnare con questo meccanismo monetario e sostenere comunque il sistema del dollaro a loro favorevole.
A chi decide non importa nulla della disoccupazione e del tenore di vita generale, anzi questi possono essere occasione di abbassamento dei propri costi e quindi di ulteriore lucro.
Secondo quanto si afferma da ogni parte i costi di produzione dell’industria cinese si aggirano sul quindici per cento dei nostri. In India, in Indonesia ed in altri paesi in via di sviluppo il costo del lavoro è molto più basso del nostro.
Con il movimento libero delle merci e dei capitali la conseguenza ovvia è la fuga delle industrie dall’Europa e la delocalizzazione in questi paesi dove si può guadagnare molto di più per gli infimi costi di una manodopera selvaggiamente sfruttata.
La deindustrializzazione dell’Italia e dell’Europa è l’inizio di una catena di fenomeni che porteranno miseria a tutti. Nessuno però se ne preoccupa più che a parole e non si prendono provvedimenti seri al proposito.
Da molto è già cominciata la chiusura delle aziende con le conseguenti mancanza di lavoro e disoccupazione: si verifica poi il calo dei consumi e dell’introito fiscale, le difficoltà di mantenere lo Stato Sociale e gli aiuti alle famiglie ed alle persone più bisognose. Inizialmente si allarga la forbice dei redditi sul modello americano, dove i più poveri stanno forse peggio della media dei cittadini del terzo mondo. Successivamente l’inasprimento fiscale, non potendo togliere a chi non ha più nulla, si rivolgerà a quel ceto medio-alto che oggi si ritiene al sicuro e se ne infischia degli altri.
Il pensiero unico politicamente corretto ha creato dei guasti tremendi: nessuno ha il coraggio nemmeno di ipotizzare la vera soluzione dei problemi ma si prospettano aggiustamenti provvisori solo per dare fumo negli occhi, assolutamente inadeguati alla gravità dei momenti che andremo a vivere. Si spera che col tempo la gente si abitui alle sempre maggiori ristrettezze senza ribellarsi e comunque si rimanda la resa dei conti guadagnando tempo fino a che sarà impossibile una reazione per l’indebolimento generale del sistema.
L’abbassamento degli stipendi, attraverso forme di dannosissimo precariato, con l’innalzamento a sessantacinque anni delle pensioni per le donne e la distruzione dello Stato Sociale, non possono in futuro farci superare lo spaventoso dislivello fra i nostri costi e quelli dei paesi che ci fanno concorrenza. Ottocentomilioni di contadini cinesi, che aspirano a diventare operai dell’industria, assicurano per decenni un bassissimo costo del lavoro nel loro paese.
Occorre anche dire che la situazione interna della Cina evidentemente ha particolarità uniche, è al di fuori del circuito produttivo e commerciale del resto del mondo e non è raffrontabile per nessun verso con quella delle altre nazioni. Quindi l’Europa, col libero mercato, è indotta dagli Stati Uniti a condurre una guerra perduta in partenza che avrà come risultato finale un suo forte ridimensionamento politico, economico e sociale.
Gli Stati Uniti stanno giocando il tutto per il tutto per la propria sopravvivenza e cominciano con il sacrificare il nostro continente mentre si aggrappano al fatto che la Cina accetta ancora propri buoni del tesoro certamente inesigibili. Fino a che durerà.
In questa drammatica situazione economica le burocrazie italiana ed europea prepotenti, ottuse ed autoritarie, si dilettano a far applicare le leggi nel modo più restrittivo possibile prendendosi il potere di imporre spese enormi alla comunità ed ai singoli.
Mentre altri paesi seri come la Svizzera, la Germania, la Francia hanno un corpus di circa diecimila leggi, in Italia una ditta specializzata, incaricata di fare un censimento delle normative, ha lasciato l’incarico quando ha raggiunto le centomila.
Tali leggi vengono emesse da un legislativo che ha “perso la testa” avviandosi sulla via della confusione, della demagogia, della infinita creazione di leggi, leggine, regolamenti più o meno inutili e spesso, in pratica, non applicati. Mi riferisco in particolare alla legislazione sull’edilizia, sul traffico, sulla sicurezza, ai regolamenti attinenti i condomini, all’adeguamento degli impianti elettrici che non hanno creato incidenti domestici, o in uffici, scuole o altri ambienti in numero tale da imporre spese di miliardi alla comunità e di migliaia di euro ai singoli. Tali costi non ce li possiamo permettere.
Un esempio è la normativa antincendio praticamente copiata dal modello anglo-americano che è previsto per case principalmente in legno o altri materiali non resistenti al fuoco e non per case in muratura come da noi.
Il pensiero politicamente corretto, imposto dalle centrali culturali americane (contigue a quelle finanziarie) non vuole nemmeno esaminare la possibilità di introduzione di dazi doganali, quali che siano, da studiare a protezione del nostro lavoro.
Quali sono, quindi, i motivi per cui questa crisi dovrebbe in futuro terminare nessuno lo spiega ed essa non terminerà se non si prenderanno provvedimenti giusti e radicali.
Si insiste infatti nell’espandere il cosiddetto libero mercato che per l’Europa è un suicidio a rate, con il corollario di privatizzazioni cioè svendite delle proprietà e delle attività statali. Invece si dovrebbe studiare la storia e vedere che la crisi del 1929 in Italia fu attenuata, al contrario, con le nazionalizzazioni delle banche e delle aziende in fallimento per salvare il lavoro ed il potenziale produttivo dalla rapacità e dalle manovre finanziarie a danno dei cittadini. In Germania fu seguita la stessa strada con strabilianti risultati economici come il riassorbimento di quattordici milioni di disoccupati, l’impianto di industrie fiorentissime di ogni genere e la costruzione di opere pubbliche grandiose.
Con le liberalizzazioni i privati imporranno costi aggiuntivi sui prodotti e sui servizi da loro gestiti, perché, a differenza dello Stato, vorranno aggiungere il loro guadagno e non mi sembra che brillino per moderazione nelle loro esigenze. Che fine ha fatto la diminuzione dei prezzi che la concorrenza fra privati avrebbe dovuto portare con le privatizzazioni? Quali prezzi sono diminuiti per i consumatori?
Le manutenzioni di impianti e macchinari, poi, non vengono effettuate per perseguire un maggiore guadagno. La situazione economica dunque si aggraverà in assenza di decisioni contro la crisi.
In conclusione chi parla di privatizzazioni, di libero mercato, di globalizzazione dovrebbe essere messo alla gogna come potatore di miseria ai nostri connazionali. Non voglio, infatti, credere che sia talmente stupido o ingenuo da non capire il danno che tali progetti comportano.
Per fermare la crisi non si può prescindere da alcune decisioni di base, fra le quali ne elencherò alcune: diversamente stiamo assistendo ad una rovina irreversibile dell’economia europea.
riappropriazione del potere di emettere moneta da parte degli Stati per eliminare la sovrastruttura parassitaria del debito pubblico verso chi crea denaro dal nulla, lo impresta ad interesse alle comunità e ne pretende la restituzione in beni reali.
Nazionalizzazione delle grandi banche. Un esempio storico dei possibili risultati di questo provvedimento si potrebbe avere studiando, come citato, l’economia dell’Italia e della Germania negli anni trenta.
Controllo dei movimenti dei capitali speculativi che impazzano da una parte all’altra del pianeta:
Austerità nei consumi contro ogni forma di sfrenato consumismo dannoso alla salute ed all’ambiente.
Riordinamento delle leggi, ridimensionamento della burocrazia riorganizzazione del lavoro a partire dalla scelta, ad ogni livello, delle persone sotto l’aspetto delle capacità individuali, del merito, delle qualità morali (Stato Etico)
Compartecipazione agli utili ed alla gestione delle imprese secondo quanto previsto dal modello della socializzazione della prima metà degli anni quaranta, opportunamente adeguato ai nostri tempi sotto l’aspetto dei cambiamenti della tecnica e socio-culturali avvenuti.
Diversamente la crisi non potrà terminare e continuerà ad aggravarsi abbassando all’infinito e sempre più drasticamente il tenore di vita delle popolazioni del vecchio continente mentre i prestiti bancari ad usura faranno perdere le proprietà e toglieranno la libertà alla nostra gente.



Articolo di Giuseppe parente



Nella millenaria storia dell’uomo vi sono stati sicuramente tanti regimi feroci e sanguinari, che hanno provocato dolori e lutti, ma i comportamenti dei loro uomini di potere non sono nulla rispetto alla ferocia e alla spietatezza della dittatura del “libero mercato”.
Esiste una differenza profonda tra i dittatori e la dittatura del libero mercato, costituita dal fatto che i primi, essendo uomini in carne e ossa, potevano essere sconfitti da altri uomini, mentre quel che si definisce “libero mercato” è un meccanismo anonimo, impersonale che chiede ogni giorno sacrifici alla quasi totalità della popolazione mondiale.
La classe politica e la società civile per rendere omaggio a questo mostro hanno perso tutto, dignità, libertà, valori e ogni esigenza che non sia materiale.
Un operaio dello stabilimento della Fiat di Pomigliano d’Arco, al quale era stato chiesto il perché avesse votato “sì” ad un accordo penalizzante per i lavoratori dello stabilimento ha risposto in maniera malinconica e diretta che “così è il mercato”.
Infatti, nel nome delle sue necessità inderogabili, si accettano lavori da schiavi e si ringrazia pure, in ossequio al vecchio proverbio che dice “o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”. Gli economisti sostenitori del libero mercato ci ricordano come il mercato sia sempre esistito dalla nascita dell’uomo ai giorni nostri, ma per amore della verità, ribattiamo ai fautori del libero mercato che per migliaia di anni l’unica forma possibile di scambio è stato il dono e il contro dono poi evolutosi nella figura del baratto puro, mentre in epoca moderna notiamo una differenza abissale tra il capitalismo commerciale e il capitalismo industriale.
Il capitalismo commerciale opera sull’esistente, su una domanda che già esiste, mentre il capitalismo industriale, per prima cosa dilata enormemente l’offerta dei beni esistenti, poi, grazie allo sviluppo della tecnologia, crea bisogni che nel passato nessuno aveva.
Il capitalismo industriale a differenza del capitalismo commerciale ha una straordinaria vitalità e un grande desiderio di espandersi, in senso geografico, conquistando nuovi orizzonti e in senso verticale, non limitandosi a trasferire beni, ma pensando addirittura a crearne di nuovi.
In questo contesto, in cui l’offerta crea la domanda, nasce il consumatore moderno, amante delle produzioni di massa di ciò che è banale, futile, inutile.
Da giovane mi sono divertito, giocando al pallone con gli amici, anche se campi improvvisati nelle piazze del centro storico di Napoli, ho giocato al biliardino e a tanti giochi improvvisati, quanto divertenti, li abbiamo inventati noi, non avevamo mica il telefonino cellulare Gsm, non avevamo mica il lettore mp4 o l’accesso ad internet, per poi utilizzare il noto social network di facebook. Eppure siamo sopravvissuti lo stesso, non potranno dire lo stesso i giovani che oggi sono compresi nella fascia d’età che va dai 14 ai 18 anni, schiavi della tv, di internet, di facebook.
La dittatura del libero mercato, ha anche altre e ben più gravi conseguenze, se pensiamo che il prezzo dei beni superflui diminuisce vertiginosamente mentre viceversa il prezzo dei beni di prima necessità aumenta in maniera costante e veloce. Grazie al libero mercato, oggi è possibile con meno di € 50, da qualsiasi aeroporto italiano, raggiungere la Spagna o l’Inghilterra, ma con la stessa banconota da € 50 non si riesce a riempire un carrello al supermercato con prodotti di prima necessità.
Viviamo in una società, dove il superfluo è ritenuto necessario e siamo diventati schiavi di uno strano meccanismo che ci ha trasformato da uomini, in consumatori delle inutilità che altrettanto rapidamente abbiamo prodotto.

venerdì 25 giugno 2010

Crisi economica: la Grecia mette in vendita le sue isole ( articolo di Francesco Tortora ).


Il seguente articolo e relativo screenshot, è tratto dal sito del quotidiano "Il Corriere della Sera".

Come già ventilato mesi fa, anche se poco o nulla ( diciamo nulla ) trapelò nei telegiornali di casa nostra, sembra essere vicina la svendita delle isole greche per appianare i debiti di questa nazione.

Comunque l'economista Eugenio Benetazzo, nel suo articolo "Stella Stellina" del 18 marzo scorso, ne aveva accennato. E come al solito, Benetazzo, non per fare di lui il Frate Indovino dell'economia, aveva visto bene.

Ricordo pure che, a causa di questa crisi, gli avvoltoi girano intorno alla Gecia non solo per accapararsi la sua economia e la sua sovranità ( già persa come tutte le nazione dell'area Euro e non solo ), ma anche per i suoi giacimenti di pterolio ( l'articolo che lincate qui a sinistra, risale, bene o male, allo stesso periodo di quello di Benetazzo. Forse ad aprile, non ricordo ).

Qui sotto l'articolo del "Corriere della Sera".

IL GUARDIAN ANTICIPA IL piano di atene per ripianare i debiti

Crisi economica: la Grecia
mette in vendita le sue isole

Cessione di alcune "perle", tra le quali cui anche parte di Mykonos e Rodi. Le più economiche a 2 milioni di euro


ATENE - Come una nobildonna caduta in disgrazia ha deciso di recuperare il blasone perduto vendendo i suoi gioielli più preziosi. Secondo indiscrezioni apparse sul Guardian di Londra, la Grecia è pronta a mettere sul mercato alcune delle sue isole più belle del Mar Mediterraneo. Altre potrebbero essere affittate per lunghi periodi di tempo. Tutto per ripianare gli enormi debiti che il paese ha contratto negli ultimi mesi con l’Unione Europea e con il Fondo monetario internazionale per evitare il collasso economico.


INVESTIMENTI PRIVATI - Il quotidiano britannico conferma che anche una grande area nella splendida Mykonos, la principale destinazione turistica ellenica, sarà messa in vendita. Questo territorio, di proprietà del governo, dovrebbe essere ceduto a un magnate straniero pronto a investire diversi milioni di euro per la costruzione di un resort turistico iper-lussuoso. Altri lotti di territorio in vendita si trovano sull'isola di Rodi e potrebbero essere comprati da acquirenti russi e cinesi. Anche Roman Abramovich, il ricco proprietario del Chelsea, sarebbe interessato all'acquisto di una delle isole greche, anche se uno dei suoi portavoce - contattato dal quotidiano britannico - ha smentito l'affare.


MINUSCOLE E DISABITATE - La maggior parte delle 6000 isole greche nel Mar Mediterraneo sono minuscole e solo 227 sono popolate da esseri umani. La decisione di metterle in vendita nasce anche dalla consapevolezza del governo di non riuscire a costruire in questi territori infrastrutture di base che possano produrre rendite economiche. Proprio per questo ci si affida ai privati che investendo svariati milioni di euro potrebbero creare nuove opportunità di lavoro in un paese nel quale la disoccupazione sta diventato il peggiore degli incubi. Inoltre i governanti ellenici sperano di attrarre non solo i supericchi, ma anche "semplici" milionari. La quotazione di alcune isole non supera i due milioni di euro - dichiara il Guardian - meno di una casa nei quartieri londinesi di Chelsea e di Mayfair. Secondo il sitoweb "Private Islands" specializzato nella vendita di atolli sparsi nel mondo, alcuni autentici gioielli come l'isola di Nafsika, un'oasi di 1235 acri nel Mar Ionio, potrebbe costare al massimo 15 milioni di euro.

TRISTEZZA E FIDUCIA - Oltre alle isole, la Grecia sta pensando di cedere agli stranieri anche le aziende produttrici di acqua e la rete ferroviaria, mentre poche settimane fa è stato annunciato un accordo con la Cina per l'esportatazione di olio d'oliva. Da parte sua la City di Londra ha accolto favorevolmente l'idea della vendita delle isole: "E' vergognoso che si debba arrivare a questo - dichiarata al Guardian Gary Genkins, un analista della casa d'investimento "Evolution Securities" - Tuttavia ciò dimostra che la Grecia è pronto a tutto pur di rispettare i suoi obblighi". Dello stesso avviso Makis Perdikaris, direttore di Greek Island Properties, che conferma al quotidiano britannico "di essere molto triste perché vendere la terra da sempre appartenuta alla popolazione greca, dovrebbe essere davvero l'ultima risorsa". Poi, senza batter ciglio, continua: "Ora, però la cosa più importante è sviluppare l'economia e attrarre investimenti stranieri per creare infrastrutture. Il Paese deve portare a casa denari"


Francesco Tortora
25 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA



lunedì 21 dicembre 2009

Grecia, Islanda e Lettonia potrebbero guidare la rivolta contro U.E. e F.M.I. ( articolo di Ellen Brown - huffingtonpost.com )



Il crollo finanziario totale, un tempo problema solamente dei paesi in via di sviluppo, è giunto ora in Europa. Il Fondo Monetario Internazionale sta imponendo le proprie “misure di austerità” al cerchio più esterno dell’Unione Europea, con Grecia, Islanda e Lettonia come i paesi più colpiti. Ma questi non sono i normali mendicanti del terzo mondo. Storicamente, i vichinghi islandesi respinsero in numerose occasioni gli invasori britannici, le tribù lettoni allontanarono persino i vichinghi e i greci conquistarono l’intero impero persiano. Se c’è qualcuno che può opporsi al FMI, sicuramente sono questi valorosi guerrieri europei.

Decine di paesi sono risultati inadempienti sul proprio debito negli ultimi decenni, e il caso più recente è stato Dubai che ha dichiarato una moratoria sui debiti il 26 novembre 2009. Se l’ex ricchissimo emirato arabo può risultare inadempiente, possono esserlo anche i paesi disperati. E se l’alternativa è quella di distruggere l’economia locale, è difficile sostenere che non dovrebbero farlo.

Questo è particolarmente vero quando i creditori sono in buona parte responsabili dei problemi del debitore, e ci sono buone ragioni per sostenere che i debiti non devono essere ripagati. I problemi in Grecia ebbero origine quando furono mantenuti bassi i tassi di interesse, inadeguati per la Grecia, per salvare la Germania da un tracollo economico. Mentre ad Islanda e Lettonia è stata accollata la responsabilità delle obbligazioni private verso cui loro non erano parti in causa.

L’UE che non funziona: quando una moneta comune non ha successo

La Grecia potrebbe essere il primo paese del cerchio più esterno dell’UE a ribellarsi. Secondo Ambrose Evans-Pritchard sul Daily Telegraph di domenica: “La Grecia è diventata il primo paese delle sofferenti zone periferiche dell’unione monetaria europea a sfidare Bruxelles e rifiutare la cura medievale da sanguisughe di una deflazione dei salari”. Il Primo ministro George Papandreu ha detto venerdì:

“I lavoratori stipendiati non pagheranno per questa situazione: non procederemo al congelamento o al taglio dei salari. Non siamo saliti al potere per distruggere lo stato sociale”.

Rileva Evans-Pritchard:

"Papandreu ha dei buoni motivi per lanciare il guanto di sfida ai piedi dell’Europa. Alla Grecia è stato detto di adottare un pacchetto di austerità in stile FMI, senza applicare la svalutazione così importante per i piani del FMI. La ricetta è disastrosa ed è chiaramente controproducente."

La moneta non può essere svalutata perché si tratta dello stesso euro utilizzato da tutti. Ciò significa che mentre la possibilità del paese di ripagare il debito viene compromessa dalle misure di austerità, non vi è modo di diminuire il costo del debito. Evans-Pritchard conclude:

La verità è che pochi in Eurolandia sono disposti a mettere in dubbio il fatto che l’Unione Monetaria sia intrinsecamente inadeguata – per la Grecia, per la Germania, per chiunque.

Ed è la ragione per la quale l’Islanda, che non fa ancora parte dell’UE, potrebbe rivedere la propria posizione. All’Islanda viene richiesta l’appartenza all’unione per sottoscrivere un accordo nel quale verrebbero risarciti i depositanti olandesi e britannici che hanno perso i loro soldi nel crollo di IceSave, una divisione off-shore della più importante banca privata islandese. Eva Joly, un magistrato franco-norvegese assunta per indagare sul crollo bancario islandese, lo definisce un ricatto e avverte che cedere alle richieste dell’UE prosciugherebbe l’Islanda delle sue risorse e della sua popolazione, che sarebbe costretta ad emigrare per trovare lavoro.

La Lettonia è un membro dell’UE e si crede che adotterà l’euro, ma non ha ancora raggiunto questa fase. Nel frattempo, l’UE e il FMI hanno detto al governo di prendere a prestito valuta straniera per stabilizzare il tasso di cambio della valuta locale, allo scopo di aiutare i mutuatari a pagare i mutui contratti in valuta straniera dalle banche straniere. Come condizione ai finanziamenti del FMI, vengono richiesti anche i soliti tagli governativi. Nils Muiznieks, responsabile dell’Istituto di ricerche politiche e sociali avanzate di Riga, in Lettonia, si è lamentato:

Il resto del mondo sta perfezionando dei pacchetti di incentivi che vanno dall’uno al dieci per cento del PIL ma, nello stesso momento, alla Lettonia è stato chiesto di apportare dei forti tagli alla spesa – per un totale di circa il 38 per cento quest’anno nel settore pubblico – e di aumentare le tasse per coprire i deficit di bilancio.

In novembre il governo lettone ha adottato il bilancio più pesante degli ultimi anni, con tagli di quasi l’11%. Il governo ha già aumentato le tasse, ridotto la spesa pubblica e gli stipendi governativi e chiuso decine di scuole e ospedali. Come risultato, la banca nazionale prevede per quest’anno una diminuzione dell’economia del 17,5%, proprio quando c’è bisogno di un’economia produttiva per rimettersi in piedi. In Islanda l’economia si è contratta del 7,2% nel corso del terzo trimestre, il calo più forte mai registrato prima.

Come negli altri paesi stretti dai lacci neo-liberisti sulla produttività, l’occupazione e la produzione industriale sono state danneggiate, mettendo in ginocchio le economie.

Una considerazione cinica è che questo sia stato fatto di proposito. Invece di aiutare le nazioni post-sovietiche a sviluppare economie autosufficienti, scrive Marshall Auerback, “l’Occidente le ha viste come delle ostriche economiche da frantumare riempiendole di debiti allo scopo di ricavarne interessi e guadagni in conto capitale, lasciandole poi solo delle conchiglie vuote”.
Ma la gente non si sta sottomettendo in silenzio. La scorsa settimana in Lettonia, mentre il Parlamento discuteva che cosa fare del debito nazionale, migliaia di studenti e insegnanti hanno riempito le strate protestando contro la chiusura di centinaia di scuole e la riduzione fino al 60% degli stipendi dei docenti. I dimostranti portavano striscioni con scritto “Hanno venduto l’anima al diavolo” e “Siamo contro la povertà”. Al parlamento islandese, secondo le ultime notizie la discussione su IceSave è andata avanti per 140 ore, un nuovo primato, e una parte sempre più in crescita della popolazione si oppone al finanziamento di un debito che credono che il governo non debba restituire.

Il 3 dicembre in un articolo sul Daily Mail intitolato “Quello che l’Islanda può insegnare ai Tory”, Mary Ellen Synon scrive che da quando l’economia islandese è crollata lo scorso anno, “i costruttori dell’impero di Bruxelles erano sicuri che i terrorizzati islandesi ormai sull’orlo della bancarotta fossero finalmente pronti per scambiare la propria indipendenza con la ‘stabilità’ dell’adesione all’UE”. Ma il mese scorso, un sondaggio ha mostrato che il 54 per cento degli islandesi si oppone all’adesione, con solamente il 29 di cittadini favorevoli. Synon scrive:

Lo scorso anno gli islandesi potrebbero essersi spaventati a morte ma stanno ora uscendo dalle rovine del loro benessere e hanno deciso che la cosa più preziosa rimasta è la loro indipendenza. Non sono disposti a metterla in vendita, nemmeno per l’eventualità di un salvataggio da parte della Banca Centrale Europea.

Islanda, Lettonia e Grecia sono tutte in grado di mettere alla prova il bluff del FMI e dell’UE. In un articolo del primo ottobre intitolato “Lettonia – la pazzia continua”, Marshall Auerback sosteneva che il problema del debito lettone potrebbe essere risolto nell’arco di un fine settimana, con una serie di misure che comprendono (1) non rispondere al telefono quando i creditori stranieri chiamano il governo; (2) dichiarare insolventi le banche, convertendo il loro debito estero in capitale, e farle riaprire con un’assicurazione totale sui depositi garantiti in valuta locale; e (3) offrire “un lavoro con un salario minimo in valuta locale comprensivo di assistenza sanitaria a chiunque sia disposto a lavorare come fu fatto in Argentina dopo che il regime di Kirchner rifiutò il pacchetto tossico di restituzione del debito del FMI”.

Evans-Pritchard ha suggerito un rimedio analogo per la Grecia la quale, dice, potrebbe liberarsi dal suo cappio mortale seguendo l’esempio dell’Argentina. Potrebbe “reintrodurre la propria valuta, svalutarla, approvare una legge che trasformi il debito interno in euro in valuta locale, e ‘ristrutturare’ i contratti con l’estero”.

La strada meno battuta: dire di no al FMI

Opporsi al FMI non è una strada molto praticata ma l’Argentina ha tracciato il cammino. Di fronte alle tremende previsioni secondo cui l’economia crollerebbe senza crediti con l’estero, nel 2001 sfidò i propri creditori e si staccò semplicemente dai propri debiti. Nell’autunno del 2004, tre anni dopo un’inadempienza record su un debito di oltre 100 miliardi di dollari, il paese era sulla strada della ripresa e aveva raggiunto questo risultato senza aiuti dall’estero. L’economia era aumentata dell’8 per cento per due anni consecutivi. Le esportazioni erano cresciute, la moneta era rimasta stabile, gli investitori ritornavano e la disoccupazione era diminuita. “Si tratta di un importante evento storico, che mette alla prova 25 anni di politiche sbagliate”, diceva l’economista Mark Weisbrot in un’intervista del 2004 riportata dal New York Times. “Mentre altri paesi stanno zoppicando, l’Argentina sta avendo una crescita molto forte senza alcun segno di insostenibilità, ed è stato fatto senza alcuna concessione per ottenere afflussi di denaro straniero.”

Weisbrot è condirettore di un centro studi con sede a Washington chiamato “Centro per la ricerca economica e politica”, che nell’ottobre 2009 ha presentato uno studio su 41 paesi debitori del FMI. Lo studio ha scoperto che le politiche di austerità imposte dal FMI, tra cui i tagli alle spese e la rigida politica monetaria, avevano maggiori probabilità di fare più male che bene a quelle economie.

Questa è stata anche la conclusione di uno studio pubblicato nel febbraio scorso da Yonca Özdemir dell’Università Tecnica del Medioriente di Ankara, mettendo a confronto gli aiuti del FMI in Argentina e in Turchia. Entrambi i mercati emergenti hanno affrontato delle gravi crisi economiche nel 2001, ma se l’Argentina si è ribellata al FMI, la Turchia ha seguito ogni volta i suoi consigli. Il risultato è stato che l’Argentina si è ripresa mentre la Turchia si trova ancora in una crisi finanziaria. L’Argentina ha scelto di dirigere le proprie risorse verso l’interno, sviluppando la propria economia nazionale.

Per trovare i soldi per questo sviluppo, l’Argentina non ha avuto bisogno di investitori stranieri. Ha emesso il proprio denaro e credito attraverso la propria banca centrale. In precedenza, quando la valuta nazionale è crollata completamente nel 1995 e di nuovo dopo il 2000, i governi locali argentini avevano emesso obbligazioni locali che venivano negoziate come valuta. Le province pagavano i propri dipendenti con ricevute cartacee chiamate “Obbligazioni cancella-debito” che erano espresse in unità valutarie equivalenti al peso argentino. Le obbligazioni cancellavano il debito delle province verso i loro dipendenti e potevano essere spese nella comunità. Le province in realtà avevano “monetizzato” i loro debiti, trasformando le loro obbligazioni in valuta a corso legale.

L’emissione e il prestito della valuta sono diritti sovrani del governo, e sono diritti che i piccoli paesi europei perdono quando aderiscono all’UE. L’Argentina è un paese grande che ha maggiori risorse rispetto ad Islanda, Lettonia o Grecia, ma ora le nuove tecnologie disponibili potrebbero addirittura rendere autosufficienti i piccoli paesi. Vedi l’articolo di David Blume “Alcohol can be a gas”.

Ellen Brown
Fonte: www.huffingtonpost.com
Link: http://www.huffingtonpost.com/ellen-brown/eu-imf-revolt-greece-icel_b_389409.html
18.12.2009

Traduzione a cura di JJULES per www.comedonchisciotte.org