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domenica 31 luglio 2011

Il Pentagono dispiegherà ventimila truppe in tutti i territori USA. A che pro? ( articolo di Bacab )

Quello che segue, è un articolo tratto dal blog "Free Monkeys", dove si parla di un progetto del Pentagono di dispiegare circa 20.000 soldati sul suolo statunitense.
Si presume per via cautelativa in caso di sommosse popolari, a causa dell'instabilità economica ( e a prescindere se il piano di salvataggio venga o no realizzato ), oppure per altri motivi ancora ignoti.

Ricordo, visto che mi interessai all'argomento, che già dal 2008 è previsto un piano del genere - e sempre con le stesse motivazioni - e per giunta, su YouTube, comparvero inquietanti filmati su vari campi di contenimenti della F.E.M.A. ( la Protezione Civile a stelle e strisce ) nei quali erano ammassate centinaia di bare. Molte, se non tutte, realizzate per contenere anche 2-3 persone in una.

Ci si domandava il perchè di tutto questo dispiegamento di bare, il perchè aver realizzato campi che, a qualcuno, avevano fatto pensare ad una sorte di campi di concentramento ( in alcuni, infatti, c'erano tanto di torrette di avvistamento/controllo ).


Dopo il pezzo tratto dal blog sopra menzionato - e nel quale vi sono anche dei filmati - troverete il richiamo ad un articolo di ComeDonChisciotte del 2008 sui campi di concentramento e una serie di filmati tratti da YouTube e anch'essi risalenti a tre anni fa.

Buona lettura.





Il Pentagono ha annunciato il piano di schieramento, all'interno del proprio territorio, di una truppa militare interna composta di 20'000 unità nell'eventualità, sempre più forte, che nei prossimi due anni si assista ad agitazioni civili dovute a eventi catastrofici come attacchi terroristici su larga scala o un grande crollo economico.

Stando alle dichiarazioni di diversi testimoni, tra cui alcuni camionisti in viaggio, il piano di schieramento è già in atto attraverso svariati spostamenti di convogli militari.



La notizia ha sollevato timori sulla possibilità che gli Stati Uniti possano avvicinarsi sempre più ad un modello di stato di polizia militarizzata, e alcuni si chiedono già se la gente, pian piano, non si mosterà indifferente davanti all'attuazione della legge marziale qualora dovesse abituarsi a vedere, sin da subito e ogni giorno, i militari in giro per le strade americane.

Molti credono che l'annuncio del dispiegamento delle truppe sia parte di un piano militare sconosciuto e ben più grande, coincidente forse con il piano di pre-posizionamento di truppe e attrezzature (NOTAM) e quello della No-Fly Zone negli Stati Uniti continentali (CONUS).

Altri sono certi che sia da addebitare al collasso dell'economia americana, che è ormai al punto di non ritorno, altri ancora che l'annuncio sia legato alla minaccia nucleare recentemente rilevata a causa della pericolosa condizione di alcuni reattori di centrali statunitensi.

Comunque sia, il dispiegamento di forze militari potrebbe effettivamente essere parte del piano REX84 (Readiness Exercise 1984), attualmente in corso di attivazione a causa di un evento catastrofico che avrà probabilmente luogo in un futuro non molto lontano.

Non è forse un caso se un video della NASA, recentemente registrato e pubblicato on-line, allude a questa possibilità, comunicando a tutti i dipendenti di "prepararsi a eventi imprevisti".



E se tali eventi fossero legati ai resoconti che la Casa Bianca ha ricevuto dalla NASA alla fine dello scorso anno, nei quali si illustrava la minaccia futura, per quanto non calcolabile, rappresentata da asteroidi o comete per il pianeta terra?

Per di più, quest'anno, precisamente il 9 Novembre 2011, per la prima volta nella storia, la FEMA (Federal Emergency Management Agency) e la FCC (Federal Communications Commission) effettueranno il primo test a livello nazionale del sistema di allarme per le emergenze (Emergency Alert System - EAS), al fine di "valutare la prontezza e l'efficacia del sistema attuale... e per stabilire una base per i miglioramenti dello stesso attraverso vari test."

Lo stesso comunicato della FEMA termina poi con queste parole: "Questo evento serve a ricordare che tutti dovrebbero predisporre di un kit di preparazione alle emergenze e di un piano di emergenza per se stessi, le loro famiglie, la propria comunità e le proprie aziende. Visitate il sito www.ready.gov per ottenere maggiori informazioni su come prepararsi e comportarsi in caso di emergenza reale."

Infine, un altro "evento imprevisto" che viene collegato a tale annuncio e tali test è la detonazione di una "super-bomba a impulsi elettromagnetici" da parte della Cina in caso di un futuro conflitto bellico, che stando al rapporto appena pubblicato dall'intelligence della difesa, la Cina starebbe costruendo e collaudando.

Secondo un rapporto del The Asia Times, la bomba EMP potrebbe essere fatta esplodere in aria e sarebbe in grado di distruggere tutti gli apparecchi elettronici degli Stati Uniti, facendo tornare l'America all'età del medioevo in meno di un secondo, e provocando la morte di 9 americani su 10 nel giro di un anno dopo l'esplosione.

Articolo di: Alexander Higgins
Traduzione di: Bacab
Clicca qui per leggere l'articolo dalla fonte (inglese).

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Qui l'articolo di ComeDonChisciotte del 2008:


Da qui sotto, una serie di filmati di YouTube:





venerdì 17 dicembre 2010

Scontri di Roma, il termometro della protesta deve illuminare ( articolo di Michele Mendolicchio - Rinascita )






Il seguente articolo è ad opera di Michele Mandolicchio del quotidiano Rinascita.


E’ innegabile che la coincidenza della protesta degli studenti, dei precari e degli operai della Fiom con il voto di sfiducia al governo non sia stata casuale. Tutti coloro che non hanno in simpatia Berlusconi, e sono la gran parte dei ragazzi che sono scesi in piazza, volevano festeggiare la sua cacciata da Palazzo Chigi ma la festa è stata rovinata dai soliti ribaltonisti dell’ultima ora. Se ci sia stata o meno la compravendita di voti poco ci interessa, anche perché il suk del Palazzo non è diverso dagli altri. Promesse di ricandidatura, di poltrone o di altro, compreso il pagamento di mutui, di vacanze spesate per moglie, figli ed eventuali amanti ci sono sempre state.
Non è questo lo scandalo, perché altrimenti si fa del gratuito moralismo. Le motivazioni per andare contro questo governo o nei confronti di esecutivi tecnici o di diverso coloro politico ci sono tutte. E sono soprattutto di giustizia sociale. Troppo è l’allargamento della forbice tra la fascia dei ricchi e quella della classe medio-bassa. E se non si capisce questo vuol dire che si andrà incontro a rivolte sociali inimmaginabili che porteranno davvero ad aprire una caccia verso i cosiddetti privilegiati. Dai politici senza distinzione di colore e di schieramento ai manager pubblici e privati, dal mondo dorato del pallone miliardario a quello dello spettacolo televisivo con contratti da piccoli paperoni per finire a quello della grande finanza speculativa, hanno tutti il dovere di guardarsi allo specchio. Attenti perché i ragazzi che sono scesi in piazza a migliaia, a Roma come ad Atene, a Londra come a Parigi vedono sempre più svanire i loro sogni, in primis quello di trovare un lavoro con una retribuzione dignitosa e non lo sfruttamento a vita. E questo deve entrare anche nella testa del governo Berlusconi se non vuol rischiare una brutta fine. Quanto successo ad Atene dove a pagare la crisi sono la stragrande maggioranza dei lavoratori, dei pensionati e una generazione di giovani a cui viene precluso un futuro potrebbe accadere qui come in altre capitali europee. Le botte al primo esponente del governo greco capitato per caso in mezzo alla protesta sono un segnale che deve allarmare chi non fa niente o quasi nulla per diminuire questa forbice tra chi se la spassa tra una festa e una vacanza e chi vive nella precarietà e senza futuro. La crisi non può servire da paravento per i partiti e per chi s’ingrassa. Chi protesta, quindi, ha tutte le ragioni. E se poi la rabbia sfocia nella violenza diventa difficile far passare il messaggio che questa non porta a niente… proprio perché la gente non ha più nulla da perdere. Quello che non ci piace di questa protesta romana è la coincidenza con la sfiducia, perché significa farsi mettere il cappello da chi vuole prendere il posto del Cavaliere. La protesta non deve avere colore politico. Chiunque c’è al governo, Berlusconi, D’Alema, Fini, Prodi o Vendola deve sapere i rischi che corre nel non affrontare questa disuguaglianza sociale, dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più miserevoli. E’ inaccettabile che un normale lavoratore debba vivere con 1.000-1.200 euro chiuso in una stanza perché altrimenti un normale appartamento gli costerebbe l’intero stipendio. Nel Parlamento come in altre corti di privilegiati tra cui anche i magistrati c’è chi svolge doppi incarichi, ha doppi stipendi e doppie pensioni, portando a casa oltre 20mila euro al mese. E sono altrettanto dannose queste politiche migratorie che producono solo un grande bacino di schiavi e degrado della vita della gente comune, non certo quella dei privilegiati che scorrazza per le vie del centro attorniati e protetti da nutrite scorte e che vive di feste. Ma questo purtroppo certa gente non lo capisce perché nutrita a pane e ideologia. Il potere non è un diritto divino con cui arricchirsi e darsi al piacere ma deve servire per spargere il benessere alla collettività. Altrimenti si ripropongono situazioni non troppo lontane, dalla presa della Bastiglia alla rivoluzione d’Ottobre dove le corti se la spassavano e il popolo era ridotto alla fame.

giovedì 16 dicembre 2010

Crisi sistemica: l'ora della verità si avvicina ( articolo di Gilles Bonafi - Mondialisation.ca )

Il seguente articolo è tratto dal sito ComeDonChisciotte


L’8 novembre 2010 ha avuto luogo un evento d’importanza capitale, che è stato trattato in due righe dalla maggior parte dei quotidiani più importanti. Ovvero, lunedì 8 novembre Ambac Financial, l’assicuratore delle obbligazioni americano, si è posto sotto la tutela del paragrafo 11 della legge sui fallimenti degli Stati Uniti. La dichiarazione di fallimento del gruppo di fronte alla U.S. Bankruptcy Court di Manhattan è il segno precursore di una prossima catastrofe economica senza precedenti, poiché Ambac è un valorizzatore di crediti (monoline in inglese) che si trova proprio nel cuore del processo di cartolarizzazione basato su una logica assicurativa. Di fatto, tramite questa scappatoia, i debiti vengono trasformati in titoli finanziari, una enorme piramide di Ponzi!

Gli assicuratori, inoltre, forniscono la propria garanzia per il pagamento in caso di default o di fallimento dell’emittente di questi titoli. È dunque il nostro intero sistema finanziario che sta crollando sotto i nostri occhi, e la posta in gioco è così colossale che nessuno stato potrà accollarsi queste perdite, di cui dovrà farsi carico piuttosto una struttura sopranazionale (FMI, BCE).



Per esempio, Ambac garantirebbe per 700 miliardi di dollari dei suddetti strumenti di debito (CDS), che vanno paragonati ai 400 miliardi di dollari (secondo gli analisi di IFR, International Financing Review, un servizio di Thomson Reuters) di Lehman Brothers, il cui fallimento, il15 settembre 2008, ha dato il colpo d’avvio alla crisi attuale. I prodotti derivati

Bisogna sapere che la parte essenziale di quei prodotti finanziari chiamati prodotti derivati è costituita da CDS (Credit Default Swaps). Ad esempio, il 97,14% dei derivati dei crediti statunitensi sono CDS, come indicato a pagina 8/35 del rapporto OCC1 (Office of the Comptroller of the Currency, l’autorità governativa statunitense che tutela le banche), pubblicato il 27 settembre 2010. I prodotti derivati ammontano ad una somma di 223.376 miliardi di dollari negli U.S.A., ovvero 3,7 volte il PIL mondiale!

I CDS sono contratti di assicurazione immessi sul mercato e soprattutto fuori bilancio, ovvero essi non appaiono nei libri contabili di una società, insomma, degli attivi fantasma.

Di fatto, mettendo questi prodotti fuori bilancio, gli organismi finanziari evitano di costituire delle riserve, garantendo dei prodotti assicurativi. La parte fondamentale di questi prodotti derivati è addossata a dei debiti e soprattutto all’assicurazione per il mancato rimborso di questi ultimi, ed è qui che si pone il problema, perché, in caso di fallimento di uno degli elementi coinvolti, tutti questi prodotti devono apparire sui conti degli istituti finanziari. Inoltre, la maggior parte di questi CDS sono addossati a dei crediti immobiliari (privati e commerciali), e sappiamo che negli USA vengono attuati ogni giorno 12.966 procedimenti di sequestro immobiliare2 , un crollo, questo, senza precedenti.

Anche il settore immobiliare sta attraversando una crisi senza precedenti. Potete così capire meglio la mia ossessione nell’analizzare la situazione del mercato immobiliare negli USA. È in vista un crac gigantesco. Gli stress-tests non hanno tenuto conto di questo, perché questi prodotti sono fuori bilancio, con una posta in gioco che va oltre ogni immaginazione.

Si cerca così di rendere complicata la comprensione dei CDS, quando essi, riassumendo, non sono che dei debiti trasformati in prodotti finanziari e, infine, in soldi, un vero gioco di prestigio. Il dibattito fra gli economisti sulla definizione del denaro ha recentemente trovato una definizione sconvolgente: esso non sarebbe che un’informazione, e le vecchie teorie sulle relazioni lavoro/capitale sono morte e sepolte.

I protagonisti di questa crisi sono, d’altra parte, dei grandi pedagoghi, seguendo così l’esempio di Alan Greenspan, ex presidente della FED, che, sull’edizione di “Le Monde” del 9 luglio 1998, dichiarava: “Se qualcuno ha capito qualcosa di quello che ho appena detto, significa che mi sono espresso male”.

I prodotti derivati (delle metastasi) sono quindi al cuore del problema finanziario attuale e, tuttavia, il loro ammontare a livello mondiale non smette di diminuire, passando dai 690.000 miliardi di dollari, all’inizio del 2008, ai 444.000 nel quarto trimestre del 2009, secondo la BRI 3 (Banca delle Relazioni Internazionali).

Nonostante questo, è bene notare come il 30 giugno 2008 l’OCC dichiarasse che gli USA possedevano 182.100 miliardi di dollari di prodotti derivati (vedi tabella del rapporto dell’OCC1, pagina 11/35), poi 200.000 miliardi ad inizio 2010; questi ammontano ormai a 223.376 miliardi di dollari, ovvero 3,7 volte il PIL mondiale, di cui 211.850 miliardi in possesso di quattro banche: JP Morgan Chase, Bank of America, Citibank e Goldman Sachs.

Si è avuta dunque una crescita progressiva di 20.000 miliardi di dollari di prodotti derivati ogni sei mesi, tutti concentrati nelle mani di quattro protagonisti dell’economia, una gigantesca corsa in avanti di una finanza senza controllo.

Per la cronaca, JP Morgan detiene da sola 75.253 miliardi di dollari di prodotti derivati, vale a dire più di 1,2 volte il PIL mondiale!!! (Vedi tabella a pagina 27/35 del rapporto dell’OCC1).

Le conseguenze di questo sperpero finanziario sono colossali, ed il peggio deve ancora venire. D’altra parte, il PIL mondiale è diminuito nel 2009 del 2,2%, come dichiara l’osservatorio dell’ONU4.

I ricercatori Jed Friedman e Norbert Schady hanno altresì dimostrato che da 30.000 a 50.000 bambini sarebbero morti di malnutrizione per conseguenza diretta della crisi economica. Quest’ultima ha provocato, ad ogni modo, un boom di estrema povertà, coinvolgendo 64 milioni di persone in più.

Le pensioni, come il sistema sociale, scompariranno anch’essi in questo buco nero finanziario.

La crisi sistemica attuale non è che la messa in evidenza del fallimento strutturale del capitalismo: la concentrazione di capitali nelle mani di pochi agenti (la legge di Pareto).

Non mi stancherò mai di ripetere che questo sistema, che funziona su un lavoro basato sul consumo a partire dei debiti, e sull’appropriazione, da parte di qualcun altro, della stragrande maggioranza degli interessi, impone, nel corso degli anni, un allargamento della base dei crediti. E, una volta che si inizia a prestare a persone che non sono in grado di rimborsare (i poveri), il sistema crolla su se stesso.

Le perdite finanziarie a venire saranno colossali, e simili alla botte delle Danaidi, condannate a riempire negli Inferi, appunto, una botte senza fondo: tali perdite finiranno per rovinare gli stati, visto che tutti gli organismi finanziari del pianeta sono correlati, ed il famoso effetto domino entrerà in azione.

Il debito dell’Irlanda (che illustra al meglio la situazione) passerà dal 28 al 93% dal 2007 al 2011, secondo l’FMI, quello della Spagna dal 42 al 74%

Il Fondo europeo per la stabilità finanziaria (FESF), prima tappa di un futuro FME (Fondo monetario europeo) operativo a partire dal 4 agosto 2010, ed attualmente dotato di 750 miliardi di euro, vedrà sicuramente raddoppiare il proprio capitale per salvare la Spagna (dal quotidiano tedesco “Die Welt”), come prevede Axel Weber, uno dei membri del direttorio della Banca Centrale Europea (BCE).

Negli USA vengono prodotti dalla FED ogni mese 110 miliardi di dollari7, soldi che non alimentano l’economia e che, non appena prodotti, sono già spariti nella famosa botte delle Danaidi della finanza. Il problema è di fatto mondiale. Certo, si troverà una soluzione, magari una soluzione sopranazionale con un FMI, una BCE (o FESF), che diverranno i prestatori in ultimo grado di questo sistema economico, basato sul consumo a partire dai debiti.

Il dollaro sarà quindi sostituito, arriverà la moneta mondiale: il DSP.
nello stesso periodo, si assiste così ad una Discesa agli Inferi degli Stati-Nazione 5. Così, i 90 miliardi di aiuti all’Irlanda, ben presto inghiottiti dalla sua finanza, non saranno niente in confronto con i prossimi 500 miliardi per la Spagna6. La soluzione: una moneta mondiale

I diritti speciali di prelievo (SDR in inglese, per Special Drawing Rights) sono un insieme di valute che comprende il dollaro, la sterlina, lo yen e l’euro.

Il G20, che deve ridisegnare il sistema monetario in vista del fallimento degli stati, dovrà quindi modificare il funzionamento di questa moneta, destinata a sostituire il dollaro negli scambi mondiali e, soprattutto, a permettere al sistema di sopravvivere (prestatori in ultimo grado).

Una prima riforma consisterebbe nell’includere altre monete per poi equipararle ad un paniere di materie prime (forse con l’oro?); magari sarebbe l’unica soluzione plausibile contro il crollo attuale del dollaro. I DSP diverrebbero dunque facilmente convertibili in valute nazionali e resisterebbero all’inflazione, sarebbero insomma il Graal dei monetaristi. Il famoso “Bancor” starebbe insomma nascendo, il solo interrogativo concerne la questione del controllo democratico di una tale valuta.

Zhou Xiaochuan, il governatore della Banca Centrale Cinese, lo aveva già annunciato nel marzo 2009. Il Fondo Monetario Internazionale ha moltiplicato per venti il proprio capitale basato sui DSP, passando da 21,4 miliardi a 204 miliardi (300 miliardi di dollari circa), nel settembre 2009, raddoppiando poi il proprio capitale il 5 novembre 20108. C’è da scommettere decisamente che quest’ultimo raddoppierà ancora ed ancora, poiché per risolvere la crisi del debito servono dei nuovi debiti, un sistema alla Ponzi.

La vera questione è dunque solo sapere se il governo mondiale, nelle mani dell’alta finanza, sarà di tipo democratico o oligarchico.

Economia di guerra negli USA


Ridisegnare il sistema monetario mondiale significherà anche sostituire il dollaro negli scambi globali con i DSP. Nonostante questo, la caduta degli USA, l’Impero romano contemporaneo, ci espone a dei gravi pericoli. In effetti, gli USA si trovano da ormai molto tempo in un’economia di guerra.

Le delocalizzazioni hanno di fatto provocato un ribasso degli effettivi industriali fra la popolazione attiva americana, passati dal 32,6% del 1974 al 18% circa odierno. La finanza statunitense non ha fatto che mascherare questo tracollo. Su di un PIL di 14.600 miliardi di dollari, l’industria statunitense non rappresenta più di 2993 miliardi, di cui la maggior parte dipende dall’industria degli armamenti.

D’altra parte, Barack Obama ha presentato per l’anno fiscale 2011 un budget per la difesa di 768 miliardi di dollari, da confrontare con i 512 miliardi del 20099. Un incremento del 50%!!!

Il 30% degli armamenti al mondo viene venduto dagli USA, ciò rappresenta 75 miliardi di dollari, una cifra in costante aumento, alla quale bisogna aggiungere i 768 miliardi di dollari del budget 2011.

Si capisce così che la maggior parte degli investimenti industriali negli USA dipende direttamente dall’industria degli armamenti, che rappresenta ormai il 30% dell’industria, il solo settore che non conosce crisi e che rischia di gettarci nel caos. Gli avvenimenti in Corea, così come le tensioni in Iran e in Venezuela, devono essere analizzati tenendo conto della situazione economica catastrofica degli USA.

Tuttavia, il problema posto dal crac senza precedenti che attraversiamo oggi è una crisi di civiltà, che va oltre la sfera dell’economia. La crisi sistemica rimette in questione il funzionamento “democratico” del mondo occidentale. Il lavoro (a partire dai debito!), il nostro principale legame sociale, è allo stesso modo in corso di distruzione.

Friedrich Wilhelm Nietzsche, nel suo libro visionario “Al di là del bene e del male” (pubblicato a spese dell’autore nel 1886) ha descritto il mondo e l’uomo per come funzionano realmente. Oggi ci rifiutiamo ancora di osservarci per quello che siamo ed assistiamo alla scomparsa del velo della nostra apparente democrazia.

Nietzsche pensava: “C’è una morale dei padroni ed una morale degli schiavi” (Al di là del bene e del male). Il suo sogno, come quello di molti altri, era l’instaurazione di un governo mondiale dittatoriale. Inoltre, Nietzsche prediceva la fine della democrazia: “La democratizzazione dell’Europa tenderà infine a produrre un tipo di essere umano preparato nel modo più sottile al mondo della schiavitù, ma in alcuni casi isolati ed eccezionali il tipo dell’uomo forte non potrà che divenire più forte, più prospero e più ricco di quanto lo sia mai stato, grazie alla sua educazione libera da pregiudizi, grazie alla prodigiosa diversità delle sue attività, delle sue capacità e delle sue maschere.”

Aldous Leonard Huxley, autore de “Il mondo nuovo”, ci offre una chiave di lettura fondamentale nelle ultime pagine del suo saggio “Ritorno al mondo nuovo” (Brave New World Revisited), pubblicato nell’ultimo periodo della sua vita, nel 1958: “Nell’attesa, resta ancora qualche libertà nel mondo. È vero che molti giovani sembrano non apprezzarle, ma un certo numero di individui fra noi crede ancora che senza di esse gli uomini non possano divenire pienamente uomini e che esse, quindi, abbia un valore insostituibile. Forse le forze che la minacciano sono troppo potenti, perché si possa resistere ancora a lungo. Ma resta ancora nostro dovere fare di tutto il possibile per opporci.”

Gilles Bonafi è professore ed analista economico. È un collaboratore fisso di Mondialisation.ca. Articoli di Gilles Bonafi pubblicati da Mondialisation.ca


Fonte: www.mondialisation.ca
Link: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=22286
6.12.2010

Traduzione per Comedonchisciotte.org a cura di DANIEL ABBRUZZESE

Note :

1 : http://www.occ.treas.gov/topics/capital-markets/financial-markets/trading/derivatives/dq210.pdf

2 : http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=19946

3 : http://www.bis.org/publ/qtrpdf/r_qt1003b_fr.pdf , p. 11

4 : http://www.un.org/apps/newsFr/storyF.asp?NewsID=21052&Cr=crise&Cr1

5 : http://www.agoravox.fr/actualites/economie/article/la-descente-aux-enfers-des-etats-71462

6 : http://www.lefigaro.fr/flash-eco/2010/11/24/97002-20101124FILWWW00459-l-espagne-trop-grosse-pour-etre-sauvee.php

7 : http://www.washingtonpost.com/wpdyn/content/article/2010/10/29/AR2010102907404.html

8 : http://www.imf.org/external/np/exr/facts/fre/sdrf.htm
http://www.lefigaro.fr/flash-eco/2010/11/06/97002-20101106FILWWW00381-le-fmi-double-son-capital.php

9 : http://www.lepoint.fr/actualites-monde/2010-02-01/en-2011-les-etats-unis-depenseront-plus-de-800-milliards-de/1648/0/419474

martedì 14 dicembre 2010

Prodromi di una rivolta sociale ( articolo di Enea Baldi - Rinascita )





Il seguente articolo, ad opera di Enea Baldi, è tratto dal sito del quotidiano Rinascita

di: Enea Baldi
e.baldi@rinascita.eu
Tensioni in tutta Italia ieri a causa delle proteste da parte degli studenti che si sono mobilitati in massa proprio nel giorno del voto alla fiducia dell’esecutivo Berlusconi.
Migliaia i giovani in movimento da tutta Roma per unirsi ai due cortei principali: quello che si è mosso dalla Sapienza e quello dei Fori Imperiali.
Il centro della Capitale è stato letteralmente preso d’assalto con lancio di sassi, uova e bottiglie; blindate dalle forze dell’ordine le zone adiacenti al Senato e alla Camera. Voci ancora da confermare parlano di dieci fermi.
Secondo un primo bilancio dei vigili del fuoco, sarebbero state date alle fiamme alcune auto tra via del Babbuino e piazza del Popolo, incendiato anche un autocompattatore della nettezza urbana e una decina di cassonetti della spazzatura.
Assaltata anche la sede della Protezione civile di via Ulpiano.
Disordini anche a Milano, dove un gruppo di studenti è riuscito ad entrare a Piazza Affari e ad esporre uno striscione con la scritta: “Accozzaglia di affaristi, razzisti, ladri, mafiosi. Fund our future (Finanziate il nostro futuro). Dovete darci il denaro”
A Torino migliaia i giovani delle scuole superiori e delle università hanno sfilato urlando slogan per le vie del centro. A Genova un corteo di studenti ha occupato il varco portuale di Ponte Etiopia al porto di Sampierdarena e viale Canepa mentre a Venezia la protesta è salita sul Ponte di Rialto. Caos anche a Napoli e in altre città.
Una situazione, questa, già vissuta da altri giovani di altri Paesi europei, come Grecia, Irlanda, Ungheria, Spagna… e ora, la resa dei conti (è proprio il caso di dirlo), è giunta anche per noi.
Così ieri, mentre gli studenti  erano sul “piede di guerra”, la Camera riconfermava la fiducia al governo Berlusconi per soli tre voti di differenza (tre deputati del Fli, sic) e in aula scoppiava la bagarre…
Ci sarà, lo temiamo, chi cercherà di sottacere i veri motivi di questa mobilitazione di massa, additando i dissidenti come i “soliti facinorosi”, cercando di sminuire un fenomeno che invece rischia di ingigantirsi giorno per giorno.
Segno che la misura è ormai colma e che quelli accaduti ieri, sono solamente i prodromi di una battaglia sociale per la quale Rinascita, già da tempo, percependo i sentori di un malcontento sociale a causa soprattutto della crisi economica e della disoccupazione, avvertiva i lettori di prepararsi al peggio.
Ecco, ora il peggio sembra essere arrivato... prepariamoci.

lunedì 21 dicembre 2009

Grecia, Islanda e Lettonia potrebbero guidare la rivolta contro U.E. e F.M.I. ( articolo di Ellen Brown - huffingtonpost.com )



Il crollo finanziario totale, un tempo problema solamente dei paesi in via di sviluppo, è giunto ora in Europa. Il Fondo Monetario Internazionale sta imponendo le proprie “misure di austerità” al cerchio più esterno dell’Unione Europea, con Grecia, Islanda e Lettonia come i paesi più colpiti. Ma questi non sono i normali mendicanti del terzo mondo. Storicamente, i vichinghi islandesi respinsero in numerose occasioni gli invasori britannici, le tribù lettoni allontanarono persino i vichinghi e i greci conquistarono l’intero impero persiano. Se c’è qualcuno che può opporsi al FMI, sicuramente sono questi valorosi guerrieri europei.

Decine di paesi sono risultati inadempienti sul proprio debito negli ultimi decenni, e il caso più recente è stato Dubai che ha dichiarato una moratoria sui debiti il 26 novembre 2009. Se l’ex ricchissimo emirato arabo può risultare inadempiente, possono esserlo anche i paesi disperati. E se l’alternativa è quella di distruggere l’economia locale, è difficile sostenere che non dovrebbero farlo.

Questo è particolarmente vero quando i creditori sono in buona parte responsabili dei problemi del debitore, e ci sono buone ragioni per sostenere che i debiti non devono essere ripagati. I problemi in Grecia ebbero origine quando furono mantenuti bassi i tassi di interesse, inadeguati per la Grecia, per salvare la Germania da un tracollo economico. Mentre ad Islanda e Lettonia è stata accollata la responsabilità delle obbligazioni private verso cui loro non erano parti in causa.

L’UE che non funziona: quando una moneta comune non ha successo

La Grecia potrebbe essere il primo paese del cerchio più esterno dell’UE a ribellarsi. Secondo Ambrose Evans-Pritchard sul Daily Telegraph di domenica: “La Grecia è diventata il primo paese delle sofferenti zone periferiche dell’unione monetaria europea a sfidare Bruxelles e rifiutare la cura medievale da sanguisughe di una deflazione dei salari”. Il Primo ministro George Papandreu ha detto venerdì:

“I lavoratori stipendiati non pagheranno per questa situazione: non procederemo al congelamento o al taglio dei salari. Non siamo saliti al potere per distruggere lo stato sociale”.

Rileva Evans-Pritchard:

"Papandreu ha dei buoni motivi per lanciare il guanto di sfida ai piedi dell’Europa. Alla Grecia è stato detto di adottare un pacchetto di austerità in stile FMI, senza applicare la svalutazione così importante per i piani del FMI. La ricetta è disastrosa ed è chiaramente controproducente."

La moneta non può essere svalutata perché si tratta dello stesso euro utilizzato da tutti. Ciò significa che mentre la possibilità del paese di ripagare il debito viene compromessa dalle misure di austerità, non vi è modo di diminuire il costo del debito. Evans-Pritchard conclude:

La verità è che pochi in Eurolandia sono disposti a mettere in dubbio il fatto che l’Unione Monetaria sia intrinsecamente inadeguata – per la Grecia, per la Germania, per chiunque.

Ed è la ragione per la quale l’Islanda, che non fa ancora parte dell’UE, potrebbe rivedere la propria posizione. All’Islanda viene richiesta l’appartenza all’unione per sottoscrivere un accordo nel quale verrebbero risarciti i depositanti olandesi e britannici che hanno perso i loro soldi nel crollo di IceSave, una divisione off-shore della più importante banca privata islandese. Eva Joly, un magistrato franco-norvegese assunta per indagare sul crollo bancario islandese, lo definisce un ricatto e avverte che cedere alle richieste dell’UE prosciugherebbe l’Islanda delle sue risorse e della sua popolazione, che sarebbe costretta ad emigrare per trovare lavoro.

La Lettonia è un membro dell’UE e si crede che adotterà l’euro, ma non ha ancora raggiunto questa fase. Nel frattempo, l’UE e il FMI hanno detto al governo di prendere a prestito valuta straniera per stabilizzare il tasso di cambio della valuta locale, allo scopo di aiutare i mutuatari a pagare i mutui contratti in valuta straniera dalle banche straniere. Come condizione ai finanziamenti del FMI, vengono richiesti anche i soliti tagli governativi. Nils Muiznieks, responsabile dell’Istituto di ricerche politiche e sociali avanzate di Riga, in Lettonia, si è lamentato:

Il resto del mondo sta perfezionando dei pacchetti di incentivi che vanno dall’uno al dieci per cento del PIL ma, nello stesso momento, alla Lettonia è stato chiesto di apportare dei forti tagli alla spesa – per un totale di circa il 38 per cento quest’anno nel settore pubblico – e di aumentare le tasse per coprire i deficit di bilancio.

In novembre il governo lettone ha adottato il bilancio più pesante degli ultimi anni, con tagli di quasi l’11%. Il governo ha già aumentato le tasse, ridotto la spesa pubblica e gli stipendi governativi e chiuso decine di scuole e ospedali. Come risultato, la banca nazionale prevede per quest’anno una diminuzione dell’economia del 17,5%, proprio quando c’è bisogno di un’economia produttiva per rimettersi in piedi. In Islanda l’economia si è contratta del 7,2% nel corso del terzo trimestre, il calo più forte mai registrato prima.

Come negli altri paesi stretti dai lacci neo-liberisti sulla produttività, l’occupazione e la produzione industriale sono state danneggiate, mettendo in ginocchio le economie.

Una considerazione cinica è che questo sia stato fatto di proposito. Invece di aiutare le nazioni post-sovietiche a sviluppare economie autosufficienti, scrive Marshall Auerback, “l’Occidente le ha viste come delle ostriche economiche da frantumare riempiendole di debiti allo scopo di ricavarne interessi e guadagni in conto capitale, lasciandole poi solo delle conchiglie vuote”.
Ma la gente non si sta sottomettendo in silenzio. La scorsa settimana in Lettonia, mentre il Parlamento discuteva che cosa fare del debito nazionale, migliaia di studenti e insegnanti hanno riempito le strate protestando contro la chiusura di centinaia di scuole e la riduzione fino al 60% degli stipendi dei docenti. I dimostranti portavano striscioni con scritto “Hanno venduto l’anima al diavolo” e “Siamo contro la povertà”. Al parlamento islandese, secondo le ultime notizie la discussione su IceSave è andata avanti per 140 ore, un nuovo primato, e una parte sempre più in crescita della popolazione si oppone al finanziamento di un debito che credono che il governo non debba restituire.

Il 3 dicembre in un articolo sul Daily Mail intitolato “Quello che l’Islanda può insegnare ai Tory”, Mary Ellen Synon scrive che da quando l’economia islandese è crollata lo scorso anno, “i costruttori dell’impero di Bruxelles erano sicuri che i terrorizzati islandesi ormai sull’orlo della bancarotta fossero finalmente pronti per scambiare la propria indipendenza con la ‘stabilità’ dell’adesione all’UE”. Ma il mese scorso, un sondaggio ha mostrato che il 54 per cento degli islandesi si oppone all’adesione, con solamente il 29 di cittadini favorevoli. Synon scrive:

Lo scorso anno gli islandesi potrebbero essersi spaventati a morte ma stanno ora uscendo dalle rovine del loro benessere e hanno deciso che la cosa più preziosa rimasta è la loro indipendenza. Non sono disposti a metterla in vendita, nemmeno per l’eventualità di un salvataggio da parte della Banca Centrale Europea.

Islanda, Lettonia e Grecia sono tutte in grado di mettere alla prova il bluff del FMI e dell’UE. In un articolo del primo ottobre intitolato “Lettonia – la pazzia continua”, Marshall Auerback sosteneva che il problema del debito lettone potrebbe essere risolto nell’arco di un fine settimana, con una serie di misure che comprendono (1) non rispondere al telefono quando i creditori stranieri chiamano il governo; (2) dichiarare insolventi le banche, convertendo il loro debito estero in capitale, e farle riaprire con un’assicurazione totale sui depositi garantiti in valuta locale; e (3) offrire “un lavoro con un salario minimo in valuta locale comprensivo di assistenza sanitaria a chiunque sia disposto a lavorare come fu fatto in Argentina dopo che il regime di Kirchner rifiutò il pacchetto tossico di restituzione del debito del FMI”.

Evans-Pritchard ha suggerito un rimedio analogo per la Grecia la quale, dice, potrebbe liberarsi dal suo cappio mortale seguendo l’esempio dell’Argentina. Potrebbe “reintrodurre la propria valuta, svalutarla, approvare una legge che trasformi il debito interno in euro in valuta locale, e ‘ristrutturare’ i contratti con l’estero”.

La strada meno battuta: dire di no al FMI

Opporsi al FMI non è una strada molto praticata ma l’Argentina ha tracciato il cammino. Di fronte alle tremende previsioni secondo cui l’economia crollerebbe senza crediti con l’estero, nel 2001 sfidò i propri creditori e si staccò semplicemente dai propri debiti. Nell’autunno del 2004, tre anni dopo un’inadempienza record su un debito di oltre 100 miliardi di dollari, il paese era sulla strada della ripresa e aveva raggiunto questo risultato senza aiuti dall’estero. L’economia era aumentata dell’8 per cento per due anni consecutivi. Le esportazioni erano cresciute, la moneta era rimasta stabile, gli investitori ritornavano e la disoccupazione era diminuita. “Si tratta di un importante evento storico, che mette alla prova 25 anni di politiche sbagliate”, diceva l’economista Mark Weisbrot in un’intervista del 2004 riportata dal New York Times. “Mentre altri paesi stanno zoppicando, l’Argentina sta avendo una crescita molto forte senza alcun segno di insostenibilità, ed è stato fatto senza alcuna concessione per ottenere afflussi di denaro straniero.”

Weisbrot è condirettore di un centro studi con sede a Washington chiamato “Centro per la ricerca economica e politica”, che nell’ottobre 2009 ha presentato uno studio su 41 paesi debitori del FMI. Lo studio ha scoperto che le politiche di austerità imposte dal FMI, tra cui i tagli alle spese e la rigida politica monetaria, avevano maggiori probabilità di fare più male che bene a quelle economie.

Questa è stata anche la conclusione di uno studio pubblicato nel febbraio scorso da Yonca Özdemir dell’Università Tecnica del Medioriente di Ankara, mettendo a confronto gli aiuti del FMI in Argentina e in Turchia. Entrambi i mercati emergenti hanno affrontato delle gravi crisi economiche nel 2001, ma se l’Argentina si è ribellata al FMI, la Turchia ha seguito ogni volta i suoi consigli. Il risultato è stato che l’Argentina si è ripresa mentre la Turchia si trova ancora in una crisi finanziaria. L’Argentina ha scelto di dirigere le proprie risorse verso l’interno, sviluppando la propria economia nazionale.

Per trovare i soldi per questo sviluppo, l’Argentina non ha avuto bisogno di investitori stranieri. Ha emesso il proprio denaro e credito attraverso la propria banca centrale. In precedenza, quando la valuta nazionale è crollata completamente nel 1995 e di nuovo dopo il 2000, i governi locali argentini avevano emesso obbligazioni locali che venivano negoziate come valuta. Le province pagavano i propri dipendenti con ricevute cartacee chiamate “Obbligazioni cancella-debito” che erano espresse in unità valutarie equivalenti al peso argentino. Le obbligazioni cancellavano il debito delle province verso i loro dipendenti e potevano essere spese nella comunità. Le province in realtà avevano “monetizzato” i loro debiti, trasformando le loro obbligazioni in valuta a corso legale.

L’emissione e il prestito della valuta sono diritti sovrani del governo, e sono diritti che i piccoli paesi europei perdono quando aderiscono all’UE. L’Argentina è un paese grande che ha maggiori risorse rispetto ad Islanda, Lettonia o Grecia, ma ora le nuove tecnologie disponibili potrebbero addirittura rendere autosufficienti i piccoli paesi. Vedi l’articolo di David Blume “Alcohol can be a gas”.

Ellen Brown
Fonte: www.huffingtonpost.com
Link: http://www.huffingtonpost.com/ellen-brown/eu-imf-revolt-greece-icel_b_389409.html
18.12.2009

Traduzione a cura di JJULES per www.comedonchisciotte.org


lunedì 7 settembre 2009

Professore russo: il crollo dell'America potrebbe iniziare tra due mesi ( articolo di Paul Joseph Watson - Prison Planet )


Articolo tratto da ComeDonChisciotte

L’autore della profezia apocalittica dice che Obama non sta facendo niente per prevenire la disintegrazione

Il professore russo Igor Panarin dice che gli eventi continuano a confermare la sua predizione apocalittica, fatta per la prima volta più di dieci anni fa, che gli Stati Uniti sarebbero crollati completamente come l’Unione Sovietica prima della fine del 2010 e avvisa che potrebbe iniziare a verificarsi il caos già tra due mesi.

Panarin, dottore in scienze politiche nonché docente dell’Accademia Diplomatica presso il Ministero degli Affari Esteri della Russia ha detto ieri ai giornalisti, durante la presentazione del suo nuovo libro che il presidente Obama non ha fatto niente per prevenire la crisi, che si sta rapidamente avvicinando e che potrebbe iniziare a verificarsi propriamente a novembre.

“Obama è il 'presidente della speranza', ma tra un anno la speranza non ci sarà più”, ha detto Panarin. “Praticamente è un altro Gorbachev – gli piace parlare, ma non è riuscito a fare realmente nulla. Gorbachev almeno è stato segretario dell’amministrazione di un partito comunista regionale, mentre Obama era solo un assistente sociale. La sua è una mentalità totalmente diversa. È una persona gentile che parla con altrettanta gentilezza – ma non è un leader e porterà l’America al crollo. Quando gli Americani lo capiranno – sarà come l’esplosione di una bomba”.

Dal 1998 Panarin ha preannunciato la futura disintegrazione degli Stati Uniti e il crollo del dollaro. La recente vittoria elettorale del Partito Democratico Giapponese è un altro segno che il crollo economico degli USA è imminente, secondo Panarin.

“Oggi ho ricevuto un’altra conferma che il crollo del dollaro e degli USA è inevitabile. Il Partito Democratico Giapponese ha vinto le elezioni, e vorrei ricordarvi che il suo leader [Yuko Hatoyama] ha nei suoi piani economici di snobbare il dollaro. In parole povere, ha in programma di trasferire le riserve monetarie del Giappone dal dollaro americano ad un’altra valuta. Questa mossa accelererà seriamente il crollo del cambio del dollaro già a novembre. E la disintegrazione seguirà poco dopo”, ha detto, aggiungendo che anche la Cina il prossimo anno inizierà ad abbandonare il dollaro in modo massiccio e che la Russia inizierà a vendere il petrolio e il gas in rubli.

Panarin ha dichiarato in precedenza [3] che il dollaro sarebbe stato infine sostituito con “una valuta comune, l’Amero, come nuova unità monetaria”, in riferimento all’accordo di alleanza per la sicurezza e la prosperità tra gli USA, il Canada e il Messico.

Prevede la suddivisione degli USA in sei parti diverse, pressappoco su linee simili a quelle del 1865 [4] durante la Guerra Civile, “la costa del Pacifico, con la sua crescente popolazione cinese; il sud, con gli Ispanici; il Texas, dove sono in aumento i movimenti per l’indipendenza; la costa dell’Atlantico, con la sua mentalità separata e distinta; cinque degli stati centrali più poveri con le loro grandi popolazioni di nativi americani; e gli stati settentrionali, dove l’influenza del Canada è forte”, secondo Panarin.


Nel lungo termine Panarin prevede che gli stati separatisti finiranno in ultima istanza sotto il controllo dell’Unione Europea, del Canada, della Cina, del Messico, del Giappone e della Russia, e l’America cesserà di esistere del tutto, come illustrato nella figura sopra.

Panarin attribuisce il crollo ad una “elite politica che attua una politica assurda e aggressiva mirata a creare conflitti in tutto il pianeta” e avvisa che l’aumento della vendita delle armi da fuoco negli USA è un segnale che le persone si stanno preparando al “caos” del periodo seguente al crollo finanziario totale.

“Secondo la mia opinione, le probabilità che gli USA cessino di esistere entro il giugno del 2010 sono superiori al 50%. A questo punto la missione di tutti i maggiori poteri internazionali è di prevenire il caos negli USA” ha concluso Panarin.

Guarda una clip di Russia Today qui sotto:



NOTE

[1] Prison Planet.com: http://prisonplanet.com
[2] Image: http://prisonplanet.tv/signup.html
[3] previously stated: http://www.prisonplanet.com/russian-infowar-analyst-says-us-will-break-apart.html
[4] similar to those of 1865: http://en.wikipedia.org/wiki/Image:US_Secession_map_1865.svg

Titolo originale: "Russian Professor: Collapse Of America Could Begin In Two Months "

Fonte: http://www.prisonplanet.com
Link
01.09.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI