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martedì 27 settembre 2011

E’ l’Europa dei Briganti. Andiamocene via ( articolo di Ugo Gaudenzi - Rinascita )

Il seguente articolo, è a firma del Direttore del quotidiano Rinascita, Ugo Gaudenzi.

Lo sanno ormai tutti. Le agenzie di rating emettono pagelle, l’Ue lancia l’allarme, la Bce chiede nuovi tagli, il Fmi pure, l’Ocse anche, poi la materia diventa argomento di “vertici”: dai G8 ai G20 e così via. Si fanno manovre. Ma sono ritenute insufficenti e il girone infernale ricomincia da capo.
Adesso, dopo l’ultimo summit washingtoniano lo “stato dell’opera” è il seguente. La sensazione comune (che meningi, che immaginazione!) è che la Grecia non riuscirà a far fronte al “debito pubblico”, giunto, si badi bene a 350 miliardi di euro, esattamente dieci volte tanto in un decennio, grazie agli interventi “salvacrisi” (prestiti a usura) inventati dalla Goldman & Sachs, quella diretta da Draghi, e partecipati a fin di lucro dalle banche d’affari mondiali.
E che Atene ormai sia intenzionata a dichiarare l’insolvenza e a negoziare il 50 per cento del debito con i soliti usurai.
Per quanto riguarda Spagna e Italia, l’altra sensazione comune (che meningi, che immaginazione!) è che siano ormai in piena “cottura” e che l’Ue non abbia i mezzi a disposizione per salvarle. A meno di un acquisto massiccio di obbligazioni pubbliche da parte della Banca centrale europea. Senza però alcuna speranza che questo fermi la “recessione”. Non soltanto dei due Paesi, ma di tutta l’area euro.
Una recessione appunto, già innescata da manovre fiscali e da tagli dei redditi e dell’assistenza sociale, che, in caso di ulteriori stangate imposte dai Signori del denaro, non potrebbe che aggravarsi.
Tra le neo-Cassandre, il ministro Usa Geithner, il cancelliere britannico Osborne e Monsieur Trichet (nella foto), della Banca centrale europea.
Sancite queste ponderose analisi, i Signori del G20 hanno rinviato l’esame della situazione... al prossimo vertice di novembre.
Ma noi, i popoli interessati, possiamo decidere qualcosa in merito al nostro futuro?
Certo.
Niente prestiti a strozzo, no all’euro, no al debito pubblico fonte di lucro altrui.
Andiamocene via dall’Europa dei briganti, sganciamoci dal dominio atlantico, dalla globalizzazione.

martedì 7 giugno 2011

Lo scatto d’orgoglio ( articolo di Ugo Gaudenzi - Rinascita )

Il seguente articolo è a firma del Direttore del quotidiano Rinascita, Ugo Gaudenzi.

Il liberismo, lo sfruttamento intensivo del lavoro umano nel nome del profitto - e dell’usura - è oggi padrone quasi assoluto dell’Europa.
Attraverso norme e parametri imposti dai vertici del potere finanziario che domina il mondo, impone ai popoli sudditi politiche sociali di lacrime sangue, di precariato, di tagli agli stipendi, alle pensioni, alla sanità, alle scuole, a ogni settore pubblico, di tutti.

Un liberismo che, con il suo divide et impera, inquina di sé uomini e cose. Che ha reso la “politica” un ammasso di privilegi e interessi “particulari”. Che ha reso l’economia un “mercato” per il progressivo depauperamento della società, della comunità nazionale. Che ha reso la cultura un esercizio alla moda, privo di memoria e privo di futuro. Che ha indotto l’uomo ad automizzarsi nel proprio singolo orto di bisogni e consumi. Che ha tolto ogni ideale, ogni speranza di progresso e di partecipazione alla prosperità del proprio popolo intere generazioni di giovani.

Sfogliate i quotidiani delle ultime settimane, riascoltate le registrazioni dei telegiornali. Il vuoto. Fatto di cronache mondane, di cronache nere, di cronache sociali identiche a quelle di un anno, di due anni, di tre anni fa. Salvo uno scatto di masturbazione generale per la sconfitta, alle amministrative, del berlusconismo e della vittoria dell’antiberlusconismo. Come se queste due facce non fossero della stessa medaglia. La destra liberista vinta - in parte - dalla sinistra liberista. I programmi di tutti e tre i “poli” che azzannano i favori degli italiani (almeno di quei pochi che ancora vanno a votare) intercambiabili. Tutti e tre liberisti e tutti e tre fautori delle guerre atlantiche di esportazione della democrazia (sic) e dell’arraffamento di materie prime.
In Italia non esiste opposizione, a meno che non si voglia considerare tale l’arcipelago anti-nazionale - contro la sovranità culturale, economica, sociale e politica del nostro popolo - che si presenta con parole d’ordine volte a scardinare ancora di più la nostra comunità. E che dunque non è certo corretto definire “opposizione” visto che porta acqua allo stesso mulino dominatore. Anche i donchisciotte, raffazzonati, alla Grillo sono inutili: di fatto partecipano all’opera di disgregazione.
E l’Europa, almeno quella occidentale, è una più grande copia conforme dell’Italia.
Sono gli stessi occhi a vigilare, armati, sul destino del nostro continente. A dettare legge. A imporre guerre contro popoli a noi vicini. A creare le mode culturali o sociali che obnubilano le menti, che strappano alla gioventù il desiderio di sfidare il presente e di creare il futuro.
Occorre un grande scatto d’orgoglio.
Occorre un pugno di giovani di buona volontà che riprenda il difficile cammino della rinascita politica, economica, sociale e culturale del nostro popolo. Un cammino destinato a riempire il cuore di chi, nelle pieghe di questo sistema, ha ancora conservato la fede in un ideale di indipendenza nazionale e di giustizia sociale.

martedì 31 maggio 2011

Italiani, orfani dello Stato ( articolo di Fabrizio Fiorini - Sinistra Nazionale )

Il seguente articolo, è a firma di Fabrizio Fiorini di Sinistra Nazionale, ed è tratto dal quotidiano Rinascita.

Uno dei principali fondamenti dottrinari del socialismo ante-litteram, quello – per intenderci – che ha permeato le strutture politico istituzionali delle più luminose civiltà del passato, dall’ordine greco alle conquiste sociali di Roma, sta tutto in una frase: “ubi commoda ibi incommoda”. In tale brocardo (alla lettera: “ove vi sono cose vantaggiose, lì vi sono cose svantaggiose”) si è inverato il concetto di responsabilità, concetto che il bagliore della latinità ha proiettato sui molteplici aspetti della vita civile. Alla base del concetto di autorità morale o politica, ad esempio; oppure, sul terreno dei rapporti individuali e tra individuo e società, il lascito di Roma è divenuto imprescindibile fondamento della giurisprudenza (oggi si usa il termine più prosaico di “responsabilità civile”): si consideri il caso del diritto di famiglia, ove all’autorità genitoriale, alla patria potestà, deve corrispondere la responsabilità di mantenimento e di educazione della prole. Nel diritto del lavoro, così come è stato forgiato dalla legislazione italiana degli anni Venti del secolo scorso con l’istituzione della contrattazione collettiva e l’assicurazione obbligatoria dei lavoratori, l’ “ubi commoda ibi incommoda” è stato la scaturigine giuridica del concetto di “lavoro dipendente”.
Il rapporto di lavoro dipendente, pubblico o privato che sia, si basa sulla cessione da parte del lavoratore non già (o non solo) delle proprie competenze, della propria manodopera, del proprio intelletto, dei propri brevetti, della propria perizia, della propria diligenza, della propria prestazione in genere; si basa invece sulla “vendita” (come è d’uso dire oggi) del proprio tempo. Esempio: se l’operaio arriva in fabbrica e il padrone gli dice “non ho niente da farti fare”, e questi trascorre le sue otto ore seduto su una sedia, alla fine della giornata il datore di lavoro non potrà dirgli “non hai fatto niente e quindi non ti pago”. Il dipendente ha messo comunque il proprio tempo a disposizione del datore, così come previsto dal contratto, ed avrà quindi il sacrosanto diritto alla sua retribuzione che, non a caso, è computata sulla base di unità temporali, orarie o giornaliere che siano. E non solo la retribuzione gli spetterà: avrà diritto a un’assicurazione contro gl’infortuni, a un’indennità in caso di malattia, al diritto di usufruire di ferie e permessi parimenti retribuiti, alle mensilità supplementari previste dal contratto, alla maturazione del trattamento di fine rapporto, al fatto che il datore di lavoro versi un premio proporzionale alla retribuzione alla Previdenza Sociale per garantire al lavoratore stesso la “pensione” quando questi si ritirerà dalla vita lavorativa. Un “incommoda”, quindi, che grava sul datore di lavoro dal punto di vista economico e degli adempimenti che per il dipendente debbono essere espletati. Di contro, costui riceverà naturalmente un “commoda”: il potere disciplinare, ad esempio, in virtù del quale potrà dare indicazioni e ordini al lavoratore il quale (nei limiti del buon senso e della legalità) a questi non potrà sottrarsi, o la facoltà di comminare sanzioni, o ancora – nell’ambito dei sistemi retti a economia capitalista – l’appropriazione degli “utili” derivanti dal lavoro altrui (a lavare le coscienze che potrebbero sporcarsi a forza di mettere in atto questa appropriazione indebita, è stato coniato oggigiorno il concetto di “rischio d’impresa”, e cioè: il datore di lavoro ha diritto a guadagnare il decuplo lavorando un decimo in quanto “rischia” in prima persona i suoi averi. Peccato che questo rischio d’impresa sia a senso unico: se le cose vanno bene allora prendo tutto, se le cose vanno male chiedo aiuto allo Stato che dovrà allentare i cordoni della borsa per salvare l’azienda – senza neanche nazionalizzarla, come avverrebbe in ogni Paese civile - e quindi l’occupazione…). Pur con tutti i suoi limiti – dettati dall’inserimento di detto schema nel contesto socioeconomico dell’economia di mercato – il lavoro dipendente così come eravamo abituati a concepirlo fino a qualche anno fa offriva comunque una enorme risorsa di ricchezza e di civiltà alla nazione: al lavoratore erano garantite una retribuzione stabile e duratura, delle garanzie sociali che lo tutelavano in caso di eventi inabilitanti al lavoro, il diritto a una retribuzione sociale alla fine della vita lavorativa, il diritto al riposo e allo svago, la possibilità di accesso ai beni di sussistenza e – di conseguenza – la stabilità economica finalizzata alla crescita della nazione dal punto di vista produttivo, demografico e sociale. Quanto sopra è ormai un retaggio di un tempo che fu. La condizione del lavoratore in Italia, negli ultimi quindici anni, è precipitata fino a raggiungere i livelli di allarme sociale la cui effettività inizia ad essere riconosciuta anche dai settori più refrattari dell’autoreferenziale sistema politico ed economico. I numeri del cataclisma in atto (e siamo ancora in una fase intermedia) ci vengono infatti forniti non da qualche fogliaccio bolscevico o dai residuati bellici dell’operaismo: è sufficiente sfogliare le pagine del “Rapporto annuale 2010” pubblicato nei giorni scorsi dall’Istat. Manca solo il “firmato Diaz” in calce, ma per il resto è un bollettino di guerra. La disoccupazione è in aumento in ogni area del Paese, anche in quelle che in passato registravano percentuali occupazionali impensabili nelle regioni meridionali, anche nei comparti produttivi che un tempo erano stati il fiore all’occhiello del sistema economico nazionale; i soggetti più colpiti sono naturalmente i giovani, le donne, le madri, o ancora quanti hanno perduto il proprio posto di lavoro in età avanzata. Ma anche gli altri non se la passano meglio: le retribuzioni non sono sufficienti, si vive sotto il perenne ricatto della precarietà, la durata dei “tempi determinati” è diventata più lunga di quella della vita degli spermatozoi che permetterebbero di “mettere su” una propria famiglia.
Non solo: lo sfacelo descritto dal nostro Istituto centrale di statistica è comunque una delineazione incompleta e per certi versi capziosa. Altre calamità sociali emergono dalle righe e dalla sterile elencazione di cifre del Rapporto. Trattando dei lavoratori “atipici”, ad esempio, fa riferimento prevalentemente ai “tempi determinati” ai lavoratori a tempo parziale, ai collaboratori a progetto; bisognerebbe approfondire invece anche le vicende di quel torbido sottobosco di sub-atipici che si avvicina più al mondo del lavoro nero che non a quello della precarietà e che si nasconde dietro i praticantati, i tirocini formativi, il lavoro a chiamata, i rimborsi spese. Non tengono conto, gli statistici nazionali, che la gran parte di costoro (co.co.pro., tirocinanti, per non parlare delle schiere di “partite Iva”) altro non sono che dipendenti camuffati, che come ogni dipendente devono sottostare al potere direzionale e disciplinare del datore di lavoro il quale però conserva solo il “commoda”, perché l’ “incommoda” (contributi, Tfr, ferie, malattia) si perde nelle larghe maglie di istituzioni che offrono loro ogni genere di scappatoia per continuare ad arricchirsi sulle spalle del popolo, che tanto per uno che si ribella se ne trova sempre un altro più disperato o più ricattabile. Poi si sorprendono dei “rigurgiti estremisti”, si scandalizzano se c’è chi va in piazza a dire “addavenì Ceausescu”.
Il cancro si chiama “deregolamentazione”, e si manifesta attraverso leggi sul lavoro degne di un girone dantesco: con gli apprendistati (a contributi zero o poco più e a bassa retribuzione) che durano cinque anni per formare un centralinista o un badilante, col lavoro a chiamata che di fatto legalizza il lavoro nero, coi voucher o buoni lavoro che ripristinano il cottimo e avrebbero fatto gola ai caporali dei latifondi. La metastasi è invece la volontà politica che tutto resti invariato, anzi: che tutto peggiori; è la volontà politica di dissolvere il tessuto sociale e lavorativo nazionale in virtù della necessità di preservare il privilegio di pochi parassiti, è la messa in atto di un vergognoso mercato degli schiavi attraverso l’importazione di manodopera a basso costo/nessun diritto dall’estero, come di recente fatto con il “decreto flussi” con cui si è autorizzato l’ingresso sul territorio nazionale di decine di migliaia di stranieri attraverso l’istituzione di altrettante decine di migliaia di contratti di lavoro fittizi sottoscritti da prestanome. Lavoratori che una volta entrati in Italia andranno a fare da carne da cannone nella guerra tra poveri in cui i nostri connazionali già si scannano a vicenda per accedere a un posto di lavoro sottopagato, e che andranno a gravare enormemente sulle già esangui casse della nostra previdenza sociale.
Non può essere solo inettitudine: è una precisa volontà politica di distruzione. Non si sono accontentati di aver distrutto i più alti aneliti del sentire politico dei popoli: la giustizia sociale, il socialismo. Non si sono accontentati di aver disgregato il tessuto connettivo primario in cui questi valori politici di sono realizzati: le nazioni. Vogliono colpire a morte l’anima stessa della vita degli uomini: lo Stato.
Orfani dello Stato, ci vogliono. Senza più l’Ente supremo cui fare riferimento, cancellato finanche in tutti i suoi aspetti materiali che lo rendevano visibile e autorevole agli occhi dei suoi cittadini: senza più un collocamento centralizzato capace di coniugare le esigenze di lavoro e gli obiettivi di crescita economica, ci vogliono vedere elemosinare in fila davanti un’agenzia interinale; senza la difesa che lo Stato riservava ai più deboli contro gli squali della speculazione e dell’accumulazione di ricchezze, difesa garantita, ad esempio, degli Ispettorati del lavoro; senza più l’assistenza sociale che era erogata da Istituti quali l’Inps e l’Inail, di cui hanno dismesso addirittura il meraviglioso e spartano patrimonio immobiliare; senza una concezione di “pubblico”, sfumata in una generica astrazione di “servizi” delegati ai privati; senza quel senso di appartenenza a una comunità di destino che solo lo Stato può ancora tenere insieme.
Lo Stato è moribondo: i sacerdoti delle banche e del denaro l’hanno già trascinato sul loro sudicio altare e, alzate le lame, attendono solo di poter sferrare il colpo di grazia.
La “sede statale” è vacante. Ma la sua fiamma non è spenta; ironia della sorte, tocca a noi, agli eretici, custodirla. Con la consapevolezza che non si può essere custodi per sempre: il futuro abbisogna di tedofori.

mercoledì 18 maggio 2011

Immigrazione, il paese della favola multiculturale ( articolo di Michele Mendolicchio - Rinascita )

Il seguente articolo, a firma di Michele Mendolicchio, è tratto dal sito web del quotidiano Rinascita.

Le politiche dell’accoglienza non fanno altro che favorire il progetto della schiavizzazione di massa.

Sul fronte migratorio la situazione è allarmante non solo per gli sbarchi ma soprattutto per la forte presenza di varie etnie che attraverso vari canali giungono sul nostro territorio. Continuando di questo passo la società italiana ma anche quella europea saranno destinate a soccombere, non riuscendo più a gestire le migliaia e migliaia di profughi, di stranieri e di rom sempre più ai margini della società. Con i permessi facili è come dare la patente a possibili assassini su quattro ruote che finiranno proprio col mettere sotto il nostro modello.
Il Paese dell’amore universale tanto in voga tra Cei, sinistra radicale, centristi, piddini e finiani è un’utopia bestiale. Quello che si vede tutti i giorni è una crescita del degrado delle nostre città, del livello criminale e della perdita di diritti. Il divari tra lavoratori italiani e stranieri sta man mano riducendosi al ribasso, in ottemperanza al disegno criminoso delle multinazionali e della grande finanza. C’è ormai un grande bacino di schiavi senza distinzione di colore della pelle. E la colpa di questo arretramento dei diritti, in primis quello di un salario dignitoso, è soprattutto di certa gente come Nichi Vendola e di tutti gli altri personaggi che brandiscono il vessillo della fratellanza e dell’accoglienza ma poi lasciano i comuni cittadini a marcire assieme agli immigrati. Tanto per loro ci sono sempre i soliti privilegi, dallo stipendio allo scorrazzamento a sirene spiegate. Pensiamo solo ad un certo Amato, ex presidente del Consiglio, che tra pensioni cumulative e consulenze varie stacca cifre da nababbo. Chi non ricorda la finanziaria lacrime e sangue degli anni ’90? Oltre a favorire la fine della prima repubblica ha favorito anche le sue tasche, non certo quelle degli italiani. Vergogna! E poi ci vengono pure a dare la lezione di economia e di vita. Purtroppo gente come Vendola e tutti gli altri politically correct vivono ancora di antichi totem, come quello del razzismo, che non hanno più alcun senso e alcun legame con la realtà. Piano piano piano diventeremo tutti una massa di poveracci a disposizione dello schiavista mascherato da imprenditore. E piano piano invece di fare progetti, in primis dall’avere un lavoro ben retribuito che ti permetta un alloggio dignitoso, si ragionerà come i poveri immigrati in cerca di un posto letto. Sveglia italiani, riprendiamoci la nostra dignità.
E usciamo al più presto da questa sporca guerra libica voluta dagli anglo-francesi con la supervisione di Obama. Intanto sono sospesi i rimpatri dei tunisini illegali in quanto il numero concordato con le autorità è stato ampiamente raggiunto. E così sono stati dislocati nelle varie strutture di accoglienza, sparsi su tutto il territorio. L’Italia è piena dei cosiddetti Cie che non sono altro che carceri per soli immigrati ma né Vendola o altri miti del volemose bene hanno mai contestato. Forse perché l’autore di questi penitenziari è stato Napolitano? Nel ’98 all’epoca in cui era ministro dell’Interno del primo governo Prodi progettò questa forma di accoglienza che ogni tanto i centri sociali contestano. Però anche loro fingono di non saperlo, non per niente di contestazioni al capo dello Stato non se ne sono viste. I cie non li ha mica creati Berlusconi?

lunedì 7 febbraio 2011

Governo bicipite per un’Europa da lacrime e sangue ( articolo di Ugo Gaudenzi - Rinascita )


Il seguente articolo è a firma del Direttore del quotidiano Rinascita, Ugo Gaudenzi.

Mentre il nostro esimio presidente del Consiglio si arrabatta nella ricerca di sponde parlamentari per non far affondare una “riforma” chiamata federalismo (e con essa il governo e il suo personale potere), l’euro, la moneta unica imposta senza tutele ai cittadini di 17 dei 27 attuali membri dell’Unione europea, sta giocando la sua più delicata carta per sopravvivere.
Quale sia il nostro comune sentire al riguardo è noto.
L’euro è stata e resta - con gli istitutivi Trattati di Maastricht che hanno tolto ad ogni Stato nazionale la concreta sovranità economica e monetaria - la più grande truffa del dopoguerra ai danni delle nostre nazioni. Una truffa negoziata con la finanza internazionale e condita dalle “liberalizzazioni” (quelle che vuole di nuovo accelerare il nostro esimio premier, rapina dell’acqua pubblica inclusa), dalle “privatizzazioni” delle più importanti e strategiche industrie europee, tesori pubblici rapinati a tutti noi, e dalla cancellazione di quei patti sociali che avevano assicurato lavoro e benessere diffuso. Oltre a queste spoliazioni della ricchezza europea, il clan dei banchieri al timone dei governicchi coloniali della cosiddetta Ue, hanno anche dovuto imporre ai loro cittadini le terapie d’urto liberiste della competitività, della precarietà, della flessibilità, della disoccupazione, delle lacrime e sangue e della perpetua sudditanza al pagamento di interessi su interessi per i prestiti che gli Stati europei sono stati forzati a contrarre con le maggiori banche d’affari mondiali e con il Fmi per far sopravvivere i bilanci nazionali.
Nel sottolineare questo, sfondiamo porte già spalancate.
Il problema gravissimo è però quello che incombe in vista di ulteriori crack nazionali, dopo quello della Grecia.
I fatti sono conosciuti. La Germania della Merkel e la Francia di Sarkozy, autoelettisi “guida” del “patto per l’euro”, hanno deciso di imporre anche un “patto per la competitività”, con la parola d’ordine: chi ci sta ci sta, chi non ci sta è escluso.
Con tanti saluti all’altro nostro esimio Tremonti che, tra una mala-lettura delle tesi di Larouche e l’inutile varo di una legge a tutela del risparmio e per la riacquisizione della proprietà di Banca d’Italia illecitamente nelle mani di banche ex pubbliche svendute ai privati, cercava di negoziare l’emissione di “obbligazioni europee” per bloccare i crack a catena degli Stati “pigs”, o ritenuti tali.
Non è un caso che, ieri, la vera agenda politica di Bruxelles sia ruotata attorno a questi argomenti (che ai nostri esimii governanti e oppositori non interessano, concentrati come sono su ipotesi federaliste bucate o sui vari “Rubygate”).
E non è un caso che Frau Angela si sia - prima del vertice - incontrata a pranzo con Zapatero, ormai rappresentante di una Spagna in ginocchio di fronte ai diktat liberisti e lacrime e sangue.
Perché la Spagna non è la Grecia e nemmeno l’Irlanda.
Un crack di Madrid sul fronte del debito non conviene né ai Signori del denaro - che strangolano, sì, le economie nazionali, ma fino a quel tanto che permetta comunque loro di pagare gli interessi... - né ai capibastone dell’Unione europea, esattori e gabellieri ufficiali degli istituti d’usura. Quindi la Spagna deve adeguarsi ai diktat liberisti delle lacrime e sangue.
In sintesi. L’autoeletto governo bicipite liberal-liberista Merkel-Sarkozy, vuole introdurre un’Unione europea a “doppia velocità”. Nella cupola di comando, oltre a Parigi e Berlino, soltanto i governi che accetteranno conti pubblici in ordine, debito non superiore al 60 per cento del pil, età pensionabile a 67 anni, abbandono degli aumenti retributivi automatici e così via.
Indovinate adesso chi dovrà stringere - di più - la cinghia.
Già: l’Italietta.
Che dovrà affondare sempre più nel gorgo delle privatizzazioni, nel lavoro umano inteso come merce a basso costo e nelle peggiori ristrettezze economiche per “salvare il suo posto” (sic) nell’area “di comando” (ari-sic) dell’euro.
Basta. Basta. Basta.
Questi Terapeuti di governo che operano per gli interessi specifici della grande finanza internazionale, devono essere spazzati via.
L’Italia faccia come l’Argentina.
Si dichiari “insolvente”. Non paghi più gli interessi usurai alle grandi banche d’affari internazionali. Torni alla lira, ad una moneta nazionale, riprenda il controllo della sua Banca centrale, ora pilotata dal Klan dei Banksters, torni a produrre senza pagare “interessi” agli speculatori, torni a considerare il Lavoro come valore, non come merce.

venerdì 17 dicembre 2010

Scontri di Roma, il termometro della protesta deve illuminare ( articolo di Michele Mendolicchio - Rinascita )






Il seguente articolo è ad opera di Michele Mandolicchio del quotidiano Rinascita.


E’ innegabile che la coincidenza della protesta degli studenti, dei precari e degli operai della Fiom con il voto di sfiducia al governo non sia stata casuale. Tutti coloro che non hanno in simpatia Berlusconi, e sono la gran parte dei ragazzi che sono scesi in piazza, volevano festeggiare la sua cacciata da Palazzo Chigi ma la festa è stata rovinata dai soliti ribaltonisti dell’ultima ora. Se ci sia stata o meno la compravendita di voti poco ci interessa, anche perché il suk del Palazzo non è diverso dagli altri. Promesse di ricandidatura, di poltrone o di altro, compreso il pagamento di mutui, di vacanze spesate per moglie, figli ed eventuali amanti ci sono sempre state.
Non è questo lo scandalo, perché altrimenti si fa del gratuito moralismo. Le motivazioni per andare contro questo governo o nei confronti di esecutivi tecnici o di diverso coloro politico ci sono tutte. E sono soprattutto di giustizia sociale. Troppo è l’allargamento della forbice tra la fascia dei ricchi e quella della classe medio-bassa. E se non si capisce questo vuol dire che si andrà incontro a rivolte sociali inimmaginabili che porteranno davvero ad aprire una caccia verso i cosiddetti privilegiati. Dai politici senza distinzione di colore e di schieramento ai manager pubblici e privati, dal mondo dorato del pallone miliardario a quello dello spettacolo televisivo con contratti da piccoli paperoni per finire a quello della grande finanza speculativa, hanno tutti il dovere di guardarsi allo specchio. Attenti perché i ragazzi che sono scesi in piazza a migliaia, a Roma come ad Atene, a Londra come a Parigi vedono sempre più svanire i loro sogni, in primis quello di trovare un lavoro con una retribuzione dignitosa e non lo sfruttamento a vita. E questo deve entrare anche nella testa del governo Berlusconi se non vuol rischiare una brutta fine. Quanto successo ad Atene dove a pagare la crisi sono la stragrande maggioranza dei lavoratori, dei pensionati e una generazione di giovani a cui viene precluso un futuro potrebbe accadere qui come in altre capitali europee. Le botte al primo esponente del governo greco capitato per caso in mezzo alla protesta sono un segnale che deve allarmare chi non fa niente o quasi nulla per diminuire questa forbice tra chi se la spassa tra una festa e una vacanza e chi vive nella precarietà e senza futuro. La crisi non può servire da paravento per i partiti e per chi s’ingrassa. Chi protesta, quindi, ha tutte le ragioni. E se poi la rabbia sfocia nella violenza diventa difficile far passare il messaggio che questa non porta a niente… proprio perché la gente non ha più nulla da perdere. Quello che non ci piace di questa protesta romana è la coincidenza con la sfiducia, perché significa farsi mettere il cappello da chi vuole prendere il posto del Cavaliere. La protesta non deve avere colore politico. Chiunque c’è al governo, Berlusconi, D’Alema, Fini, Prodi o Vendola deve sapere i rischi che corre nel non affrontare questa disuguaglianza sociale, dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più miserevoli. E’ inaccettabile che un normale lavoratore debba vivere con 1.000-1.200 euro chiuso in una stanza perché altrimenti un normale appartamento gli costerebbe l’intero stipendio. Nel Parlamento come in altre corti di privilegiati tra cui anche i magistrati c’è chi svolge doppi incarichi, ha doppi stipendi e doppie pensioni, portando a casa oltre 20mila euro al mese. E sono altrettanto dannose queste politiche migratorie che producono solo un grande bacino di schiavi e degrado della vita della gente comune, non certo quella dei privilegiati che scorrazza per le vie del centro attorniati e protetti da nutrite scorte e che vive di feste. Ma questo purtroppo certa gente non lo capisce perché nutrita a pane e ideologia. Il potere non è un diritto divino con cui arricchirsi e darsi al piacere ma deve servire per spargere il benessere alla collettività. Altrimenti si ripropongono situazioni non troppo lontane, dalla presa della Bastiglia alla rivoluzione d’Ottobre dove le corti se la spassavano e il popolo era ridotto alla fame.

mercoledì 10 novembre 2010

Speculatori all`attacco ( articolo di Ugo Gaudenzi - Rinascita )






Il seguente articolo è ad opera del Direttore del quotidiano Rinascita, Ugo Gaudenzi.


di: Ugo Gaudenzi
E’ dal 1993, senza soluzione di continuità, che questo quotidiano lancia l’allarme sulle strategie di profitto sulle crisi messe in atto dalla grande finanza affamatrice dei popoli.
E’ dal 1993 che abbiamo denunciato con tutte le nostre forze l’appena allora avvenuta svalutazione della lira, la conseguente fuoriuscita della nostra valuta dallo Sme, il sistema monetario europeo, la stessa caduta di Craxi per opera di Transparency International, la predazione dell’intera Italia da parte dei finanzieri “magnati” alla Soros, dalla Banca Mondiale, dai Trattati di Maastricht e dal loro figlio spurio, l’euro, dai banksters, dai Privatizzatori e Liberalizzatori alla Ciampi, alla Prodi, alla Draghi...
Una Voce, la nostra, antipatica e controcorrente, da chiudere tra spessi pannelli isolanti, con la consegna, all’informazione omologata radiotelevisiva o stampa, della censura  e  del cordone del silenzio.
Badate bene, non è un lamento, è una constatazione. Prima del 1993, questo stesso quotidiano era presente in ogni “tribuna politica”, in ogni rassegna stampa. Appena mutato il vento, ecco calata la cortina di gomma. Con una serie di eccezioni particolari: ogni nostra indicazione, dopo qualche tempo, veniva riveduta, corretta e trasformata in qualcos’altro. La ritrovavamo tra le parole di tizio e di caio, negli slogans dei congressi altrui, tra gli “scoop” (li definiscono così) di organi d’informazione altri. Esempi classici la denuncia delle torture e delle stragi in Iraq, da Abu Ghreib a Fallujah,  i nostri no a Maastricht, all’euro, alle privatizzazioni folli delle aziende strategiche italiane, alle regalie dalemiane alle scuole cattoliche e alle società di lavoro in affitto, alla distruzione dello stato sociale, alle perfide lesioni della sovranità nazionale, al sostegno delle guerre atlantiche a mo’ di gurkha, alla politica multiculturale estirpatrice delle radici identitarie nazionali, all’immigrazione selvaggia... e chi più ne ha più ne metta.
Unico quotidiano nazionale, abbiamo, anche, ricordato come l’amico di Prodi, il citato Georges Soros, per gli stessi crimini attuati in Italia era stato condannato a morte in Malesia. E come Prodi, legato alle multinazionali e alla finanza anglosassone come il mentore Andreatta e l’erede Draghi, lo avesse invece “laureato honoris causa” a Bologna in economia per... aver speculato sulla lira e innescato il processo senza fine dell’indebitamento dello Stato con enti privati o usurai.
Da gennaio scorso, nell’assordante  silenzio della stampa “autorevole”, quella specializzata in cronache rosa e verdi, in spiate dal buco della serratura delle case dei vari Berlusconi e Marrazzo, avevamo avvisato della Grande Speculazione contro gli Stati nazionali europei più deboli  guidati da politicanti legati al carro della grande finanza cosmopolita.
Avevamo, primi in Italia, parlato dei “Pigs”, dei maiali - così l’acronimo inventato dalla stampa d’affari londinese per definire Portogallo, Italia/Irlanda, Grecia e Spagna - quali obiettivo della destabilizzazione monetarista inventata dalle banche d’affari, dalla cupola della finanza mondiale.
E adesso è resa dei conti.
La speculazione sui “titoli sovrani” (che eufemismo!) è  più dura che mai. Dopo Grecia e Spagna, ecco Portogallo e Irlanda. Ora tocca all’Italia.
Di cosa si tratti i nostri lettori lo sanno bene, e lo sanno anche gli addetti ai lavori che manovrano i burattini della politica politicante nazionale.
Le banche d’affari prestano il denaro per fare in modo che gli Stati paghino rispettosamente gli interessi sui prestiti che le finanze pubbliche hanno contratto con le stesse banche d’affari.
Il sistemino circolare è un girocollo  per impiccati. Sempre più stretto, sempre più stretto.
Il profitto è profitto. I cittadini non hanno più lavoro, più assistenza sociale?
La cupola se ne frega.

giovedì 30 settembre 2010

Due articoli di Rinascita

A seguire due articoli del quotidiano Rinascita usciti ieri ( 29 settembre ) ed oggi. Articoli incentrati sulla sempre più evidente fine della sovranità nazionale italiana ma anche dei singoli stati europei, ormai ridotti a marionette nelle mani delle eminenze grige presenti a Bruxelles.
E mentre ieri, tutti gli "itagliani" erano interessati sulla fiducia o meno al governo Berusconi, la Commissione ce lo metteva in quel posto. E questi due articoli, riguardano proprio quello che è successo.
Il ribelle Santoro, ci parlerà mai di questi argomenti?
Il duro e puro Travaglio, accennerà mai al mostro dell'Unione Europea?
Queste stesse domande, sono rivolte anche a Grillo.

Buona lettura.




di: Filippo Ghira
f.ghira@rinascita.eu
Prosegue l’azione della Commissione europea per sostituirsi ai governi ed indirizzare le loro politiche economiche. L’organismo di Bruxelles ha indicato ieri le tre strade in base alle quali rafforzare la politica economica dell'Unione Europea e nei Paesi dell'eurozona. Ci sarà un maggiore coordinamento fiscale e una attenzione al debito pubblico eccessivo che sarà più forte che in passato. Verrà inoltre creato un meccanismo di prevenzione e di correzione immediata degli squilibri macroeconomici.
Il tutto dovrà essere legato ad un rafforzamento del meccanismo delle sanzioni nei riguardi di quei Paesi incapaci di tenere sotto controllo la dinamica della spesa pubblica, sia in termini di debito che di disavanzo.
Le nuove misure pensate dalla Commissione presieduta da José Barroso sono contenute in cinque regolamenti e in una direttiva che i tecnocrati di Bruxelles sperano possano essere approvati dal Parlamento europeo entro l'estate del 2011. Il primo dei regolamenti modifica la parte preventiva del Patto di stabilità e crescita (l’impegno cioè a tenere il disavanzo sotto il tetto del 3% rispetto al Prodotto interno lordo). L'obiettivo che ci si è posto è quello di assicurare che i Paesi membri dell'Unione attuino politiche di bilancio “prudenti” nei periodi favorevoli con il fine di costituire le necessarie riserve per i periodi di difficoltà. Una pietra tombale sulle politiche di tipo keynesiano degli anni sessanta e settanta, con la spesa pubblica in disavanzo usata come volano per fare ripartire gli investimenti e i consumi. La proposta della Commissione è quella scontata che la crescita annuale della spesa pubblica non superi l'incremento del Pil. In caso contrario i Paesi discoli che violassero le raccomandazioni di Bruxelles sarebbero sanzionati con la creazione di un deposito infruttifero dello 0,2% rispetto al Pil.
Il secondo regolamento si propone obiettivi ambiziosi in quanto arriva a monitorare con più attenzione l'andamento del debito pubblico, la cui valutazione diventerà rilevante per l'apertura di una procedura di deficit eccessivo. E sotto questo aspetto, l’Italia si troverà esposta a non pochi attacchi. Quest’anno il debito pubblico dovrebbe passare dal 115% del 2009 al 118,2%. La Commissione, che partirà da un valore di riferimento del 60%, pretenderà una riduzione annua di circa il 5%.
In ogni caso, la decisione sull’apertura di una procedura per deficit eccessivo non sarà automatica ma dovrà tenere conto di tutti quei fattori, oggi molto rilevanti, che ostacolano la riduzione del debito. Come l’attuale crescita dell’economia, troppo bassa per costituire una inversione di tendenza e l'indebitamento del settore privato per il quale l’Italia si trova meglio di altri Paesi. Una volta avviata la procedura di deficit eccessivo, il Paese discolo dovrà versare un deposito non fruttifero dello 0,2% del Pil, che potrebbe trasformarsi in multa e finire nelle casse di Bruxelles se non ci sarà una correzione del deficit o del debito.
Un altro dei regolamenti varato dalla banda Barroso punta ad una maggiore armonizzazione delle politiche economiche dei Paesi membri. Esso riguarda infatti la prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici tra i 27 Stati, attraverso una valutazione dei rischi effettuata a scadenze regolari che sarà basata su un quadro di riferimento composto da indicatori economici. La Commissione potrà adottare raccomandazioni e avviare una procedura di infrazione per gli squilibri eccessivi quando essi siano ritenuti così gravi da danneggiare la coesione generale della economia europea. Il tutto con sanzioni fino all’1% del Pil.
Ultimo elemento del pacchetto Barroso è la direttiva che fissa i requisiti minimi che dovranno essere rispettati dagli Stati membri per i quadri di bilancio nazionali. Di conseguenza, si dovrà procedere in tempi brevi ad avere un corpus di norme uniformi per quanto riguarda il sistema contabile, le statistiche, le norme di bilancio e i rapporti di bilancio degli Stati con le autorità locali o regionali. Novità che comporterà l’addio definitivo ad una politica economica nazionale ed autonoma, degna di questo nome.
Bini Smaghi (Bce): meno spesa pubblica e più mercato

Su tali questioni è intervenuto anche Lorenzo Bini Smaghi, membro del direttivo della Banca centrale europea. A suo dire, gli Stati membri devono procedere a una ristrutturazione del proprio debito pubblico, che è arrivato a livelli troppo alti a seguito della crisi economica e finanziaria. Non possiamo permetterci un ulteriore aumento, ha ammonito. Bisogna ristrutturare i debiti pubblici e ripensare il ruolo e soprattutto il peso della finanza pubblica nell'economia. Affermazione in sintonia con quella di Barroso e soci sul fatto che ci deve essere meno Stato e più Mercato, come se il secondo garantisse sempre e comunque il paradiso in terra.
Poi, tanto per completare l’opera, il dirigente della Bce non ha trovato di meglio che auspicare per alcuni Paesi europei, riforme strutturali del mercato del lavoro. Bini Smaghi ha citato l’esempio “positivo” di Germania e Francia che “hanno un mercato del lavoro che funziona e hanno ridotto la disoccupazione”. I cambiamenti strutturali nella concezione del banchiere, per quanto riguarda l’Italia, implicano maggiore flessibilità e precariato, stipendi più legati ai contratti aziendali piuttosto che a quelli nazionali e con un peso maggiore di straordinari e premi di produzione. Soltanto così, ha concluso, una crescita economica progressiva e graduale si tradurrà in una maggiore occupazione. A quale prezzo, è ovviamente un altro discorso.



Una Waterloo per questa "Unione" europea ( articolo di Ugo Gaudenzi )

Lo conclamiamo su queste pagine da ben oltre un decennio.
I popoli europei sono schiavi di Usura.
Le misure lacrime e sangue imposte da quella lobby atlantica europea chiamata “Ue” sono dettate esclusivamente dall’obbligo che Bruxelles ha contratto con i suoi padroni, i Signori del denaro. 
I prestiti da costoro imposti agli Stati più deboli – i “pigs”, i porci, all’inglese… - devono essere costantemente, sempre, per l’eternità, ben remunerati.
Mentre l’Italietta, questo mercoledì, era occupata – per sadismo, per masochismo, per asservimento – ad assistere alla farsa di Palazzo sulla fiducia parlamentare ad un governo che non governa (o, se governa, governa male, come accade per ogni esecutivo di questa Repubblica, suddito delle banche e degli angloamericani, di qualunque colore si travesta), a Bruxelles, invasa dai lavoratori che protestavano per i tagli all’occupazione e agli stipendi, si perfezionava il cappio di questa usura.
Come fortemente voluto dal mandatario tedesco di Frau Merkel nel governicchio Ue, Herr Olli Rehn, la “Commissione” (termine che, tradotto correttamente in italiano, è “la Cupola”) ha varato un paio di nuovi strumenti jugulatorii contro i cittadini e gli Stati d’Europa.
E cioè: una “central authority” veglierà per rafforzare il rigore dei bilanci degli Stati europei (traduciamo: imporrà tasse e tagli ai redditi, alle pensioni, ai bilanci delle comunità nazionali) e imporrà sanzioni e penalità (traduciamo: aggravando ancora di più i deficit dei Paesi “indisciplinati”); il varo di un programma “per punire le nazioni che ignoreranno le ingiunzioni imposte da Bruxelles per farla finita con i conti in rosso nelle loro politiche sui redditi e gli stipendi dei cittadini, in materia fiscale e in materia di spese macroeconomiche”.
Come illustrato dall’esimio don Josè Manuel Barroso, presidente della Cupola, in questo modo, dal 2012, Bruxelles “tirerà il freno a mano prima che la macchina rotoli giù dalla collina”.
Il problema nostro, quello di tutti i popoli dell’eurozona o comunque di questa stolida “Unione europea”, è che questi Signori non sono altro che i camerieri delle banche centrali e delle banche d’affari atlantiche, e la “macchina” descritta da don Josè non è la comunità dei popoli, dei cittadini europei, ma la loro personale cupola artificiosamente costruita su una “collina” chiamata Bruxelles (o Lussemburgo, o Strasburgo), non a caso prossima alla artefatta collina di Waterloo.
E’ il loro tornaconto di stipendiati dai poteri forti che è in gioco, non quello dei popoli europei. 
Che sia così è un fatto, una dura realtà, una constatazione. 
Una minima controprova di queste ore? 
Sempre questo mercoledì – dedicato, lo ricordiamo, nel-l’Italietta, invece, alle orazioni pro-contro la garconniere monegasca della famiglia Fini-Tulliani – il governo di Francia ha varato un mega-piano ventennale di riduzione del deficit, da portare già nel 2011 dal 7,7 al 6% rispetto al prodotto interno lordo. E quale motivazione per giustificare una tale cura da cavallo che taglierà i redditi delle famiglie francesi ha graziosamente offerto il ministro delle finanze di Pari, Madame Christine Lagarde? Sentiamola: “Gli investitori che finanziano il nostro indebitamento sono estremamente attenti ai programmi fiscali e di contenimento della spesa che stiamo adottando per contenere il deficit”. E, ha concluso, “faremo ciò che serve”.
Qui non c’è nulla da tradurre. E’ tutto chiaro e da tempo. La finanza usuraia presta denaro agli Stati (e questo già è uno scandalo: uno Stato si può obbligare verso i propri cittadini, non con gli speculatori internazionali), non per ripianare il deficit di spesa pubblica, ma per ricevere i profitti, gli interessi che la stessa finanza usuraia intende continuare a lucrare per sempre sul denaro raccolto da una nazione, frutto dell’opera - delle braccia e dei cervelli - di tutti i suoi lavoratori.
E i loro camerieri, la Cupola di Bruxelles, i ministri dei singoli Stati, i liberaldemocratici di tutti i colori, si preoccupano non dei popoli, del loro benessere, dei loro redditi, ma di assicurare i profitti degli speculatori.
E i loro informatori asserviti, lavapiatti dei camerieri, completano il tutto con un martellante lavoro di disinformazione, bombardando lettori, spettatori, cittadini, con preoccupati allarmi sul deficit, sul pil, sulle zigzagate delle scommesse in borsa. 
Nessuno di costoro pensa allo Stato come ad uno strumento del popolo, ma come a un pascolo per foraggiare la propria piccola-grande “cupola”, la propria piccola “collina”.
Una Waterloo, appunto. I bonapartisti, gli sconfitti, siamo noi. 
Per qualche tempo ancora. Poi impareremo sulla nostra stessa pelle che basta un cambio di valuta – via l’euro, insomma… - e un ribaltamento, soprattutto, di regime – come accaduto in Argentina, per esempio - per mandare in bancarotta non uno Stato, un popolo, ma gli usurai, gli speculatori internazionali, le loro cupole, i loro camerieri… e i loro lavapiatti.

mercoledì 8 settembre 2010

UE multietnica, più immigrazione meno diritti per tutti ( articolo di Michele Mendolicchio - Rinascita )


L'articolo che segue è ad opera di Michele Mendolicchio del quotidiano Rinascita.

di: michele mendolicchio
m.mendolicchio@rinascita.eu
I fautori dell’Europa multietnica cominciano a mostrare la corda. Finora i risultati non sono certo incoraggianti, anzi. Da Londra a Berlino, da Amsterdam a Parigi, da Madrid a Roma la situazione appare sempre più drammatica. Non si può certo parlare di integrazione, di rispetto dei diritti né tantomeno di legalità. L’area di sfruttamento di braccia e menti sta divenendo ogni giorno di più una costante di quest’Europa liberista e globalizzata.
Proprio col pretesto del mercato unico si stanno uccidendo tutti i diritti, in primis nel lavoro, acquisiti nel secolo scorso. Le parole di Marchionne sul venir meno dei diritti in virtù della sfida globalizzata, in merito alla vicenda del licenziamento dei tre lavoratori della Fiat, debbono far riflettere tutti sul dove si sta andando. E se non bastasse occorre ricordarsi anche delle parole del ministro dell’Economia Tremonti che confermano questa tendenza. Sarebbe ora che qualcuno, soprattutto nel centrosinistra ma anche nell’altra sponda di centrodestra, cominciasse ad aprire gli occhi di fronte alla realtà delle cose.
Il mondo globalizzato che si sta dipingendo non è fatto di bei colori ma di brutti presagi futuri: povertà sempre più diffusa, rinuncia ai diritti acquisiti in tanti anni di lotta dei lavoratori e rivolte di nuove banlieue. Ma l’area dei sordi e ciechi si allarga sempre più. Si pensa, soprattutto nella sinistra radicale, nel Pd, nel’Idv, nei finiani, nei palazzi d’oltretevere, nell’Udc e in parte nel Pdl che la società multietnica possa risolvere i problemi legati alla diversità fra le varie etnie, con il superamento del razzismo e della xenofobia. Siccome a noi questa logica dell’etichettatura etnica non interessa proprio, anche perché non la condividiamo, possiamo dire a testa alta che il vero problema è quello dello sfruttamento, ormai a livello di vera e propria schiavizzazione, di tutti, senza distinzione di razza e di religione. Ma tutti i fautori delle porte aperte ai migranti continuano a buttarla sul razzismo, facendo finta di non vedere quello che sta succedendo. Ormai in tutta Europa stanno sorgendo sempre più ghetti per soli stranieri e le rivolte sono sempre sul punto di esplodere. Più immigrati equivale a più ricchezza per gli imprenditori schiavisti e più miseria per tutti, compresi i lavoratori italiani, costretti sotto la mannaia della flessibilità e della precarietà a rinunciare ai propri diritti e a salari più dignitosi. Quindi s’è creato questo grande bacino multicolor di schiavi, anche grazie alla complicità dei tanti idioti che la buttano sul razzismo. Che bella la società multietnica, fatta di maiali imprenditori che si arricchiscono ma i vari Bertinotti, Diliberto, Ferrero, Fini, Casini, Veltroni e la Cei continuano a buttarla sul solito refrain del razzismo, come paravento per tutte le occasioni. Ma veniamo alle dichiarazioni del capo dello Stato che contro la crisi in atto non solo in Europa ma in tutto il mondo predica una maggiore integrazione. “L’Ue non è una fortezza ma vogliamo che sia un luogo sicuro e un luogo di incontro”, questo l’appello di Napolitano. Dal Colle arriva l’invito a trovare una soluzione comune in sede europea per ovviare ai tanti problemi legati all’immigrazione. A far scoppiare la bomba sono state soprattutto le prese di posizione di Sarkò sul tema dei rom illegali e sul ritiro della cittadinanza a chi si macchia di gravi reati. Posizione che non si può non condividere visto il degrado crescente sotto gli occhi di tutta Europa. Campi rom abusivi che crescono come un formicaio portando con sé la dote dell’illegalità, con furti, usura, racket dell’elemosina e traffico di droga. I quartieri del degrado non hanno ormai più confini: con una massa di gente pronta a vendere il proprio corpo e a farsi sfruttare.
Basti pensare alla rivolta di Rosarno, alla situazione di degrado nella provincia di Caserta, alla situazione esplosiva in via Padova a Milano e così in tante altre realtà italiane ed europee. Crescono ghetti etnici e soprattutto campi rom abusivi a ritmo frenetico e incontrollabile, nonostante gli impegni delle amministrazioni comunali a smantellarli. Il ministro dell’Interno Maroni chiede, giustamente, un maggiore impegno dell’Ue a rivedere le norme troppo blande, almeno per quanto riguarda la permanenza di cittadini comunitari e non a rimanere nel territorio privi di un lavoro e di una casa. Si tratta di una posizione equa, a meno che non si vuole far crescere favelas dappertutto.
A proposito del trattato italo-libico sui respingimenti che tanto clamore ha suscitato vogliamo ricordare ai tanti idioti in circolazione che sono stati proprio Prodi e D’Alema a sponsorizzarlo e a sottoscriverlo. Poi Maroni e Berlusconi l’hanno portato a termine. Il ministro leghista sta indubbiamente facendo bene, sotto tutti i punti di vista, anche nella lotta alle mafie. L’equazione più polizia meno criminalità, tanto per ricordarlo agli idioti bipartisan, non porta da nessuna parte senza l’azione decisa del capo del Viminale. Per debellare la criminalità ci vogliono corpi scelti e non tante divise inutili, come d’altronde sta avvenendo sotto la gestione di Maroni. Ma torniamo all’appello di Napolitano.
“L’ingresso di nuovi Stati membri nell’Ue -questa la precisazione del Colle- ha posto problemi di libera circolazione delle minoranze all’interno dell’Unione e della lotta contro i traffici criminali”. Assieme alla rappresentante della Finlandia, la Halonen il capo dello Stato ha acceso i fari sul rispetto dei diritti umani. Ma siamo alla solita solfa: questo non può essere il trucco per scardinare il diritto degli Stati a governare come meglio credono certi temi difficili come quello dell’immigrazione. L’equazione più integrazione più sviluppo non è affatto corrispondente alla realtà. Si tratta semmai di più sfruttamento più povertà. Teniamo sempre a mente l’equazione Marchionne: più globalizzazione meno diritti. Lo riusciranno a capire i tanti idioti delle porte aperte?

mercoledì 18 agosto 2010

Con Cossiga scompare un testimone dei misteri d'Italia ( articolo di Ugo Gaudenzi )


Il seguente articolo è tratto dal sito web del quotidiano "Rinascita" ed è a firma del Direttore Ugo Gaudenzi.


di: Ugo Gaudenzi

direttore@rinascita.net
La morte di Francesco Cossiga priva il popolo italiano di un protagonista/responsabile della politica governativa della Repubblica dei partiti, e dei suoi misteri più dolorosi avvolti ancora dalle nebbie della disinformazione.
Lo stesso presidente Cossiga infatti si è proposto dal 1991-2 al giorno della sua morte sia quale fonte di rivelazione dei segreti di Stato, sia quale depistatore e sia quale uomo d'ordine che dichiarava la sua ignoranza sulle trame da lui stesso precedentemente confermate.
Un esternatore di tutto e del contrario di tutto.
Un negatore di tutto e del contrario di tutto.
Delfino di Antonio Segni ma sodale con Aldo Moro quando questi di fatto accusò quel presidente di trame golpiste indirizzandolo verso le dimissioni.
Difensore degli arruolati "Gladio" al soldo degli angloamericani per le operazioni "coperte" in Italia e pilotate dai residui "partigiani bianchi".
Delfino di Aldo Moro ma seguace della Dc e del Pci nella cosiddetta "linea della fermezza" che condannò proprio Moro ad essere ucciso dalle Br. E con lo stesso Moro suo accusatore dalla prigionia.
Accusatore della matrice "neofascista" della strage di Bologna, salvo ritrattazione a condanne definitive avvenute e indicatore di una fantasiosa e del tutto improbabile pista palestinese all'origine di quel massacro molto più probabilmente da addebitare al Mossad.
Silenziatore dei fatti militari occidentali antilibici (il mig precipitato in Sila) e delle responsabilità atlantiche nella strage di Ustica.
Un sodale dei socialisti, ma all'ultima ora, fuori tempo massimo, a psi ormai distrutto dall'operazione Mani Pulite organizzata dalla finanza atlantica.
Al tempo stesso disponibile a testimoniare contro Mario Draghi (contro la finanza atlantica e il complotto del Britannia) e a favore di chi scrive, querelato dal governatore della Banca (privata) d'Italia per i suoi articoli di denuncia sul suo ruolo destabilizzatore pubblicati findal 1993.
Non crediamo che chi - con lo stesso potere politico - gli è sopravvissuto (pensiamo a Giulio Andreotti, in particolare), avrà mai la sua stessa onestà, o desiderio, o tentazione, di squarciare il buio, il fumo artificiale, che nasconde eventi e tragedie della più recente storia italiana.


mercoledì 7 luglio 2010

Due articoli tratti da Rinascita


Articolo di Vittoriano Peyrani



Osservando i fatti si devono prevedere peggioramenti continui ed inarrestabili della crisi economica al contrario delle previsioni ottimistiche dell’informazione ufficiale.
Si legge e si sente dire abbastanza spesso che siamo giunti al punto più grave della crisi e che da ora in poi la situazione economica comincerà a migliorare.
Si citano i cosiddetti “fondamentali” che sono i parametri finanziari, della produzione, del commercio e dei servizi; si parla dei titoli di Borsa e si cerca di infondere buone speranze consigliandone l’acquisto perché sarebbero estremamente sottovalutati e quindi dovrebbero presto risalire.
Questo è quanto affermano gli stessi economisti che hanno dimostrato di non saper prevedere, capire e comunicare l’arrivo e i motivi che hanno portato l’economia a questo punto.
Ma se si guarda attentamente quanto sta avvenendo si deve concludere che il peggio deve ancora arrivare e continuerà indefinitamente ad avanzare.
Vediamo di esaminare le ragioni di fondo che inducono a non prevedere cambiamenti positivi.
Non vi è dubbio che la crisi è stata scatenata o volutamente o incautamente dalla speculazione internazionale.
La seconda ipotesi sarebbe la più grave perché ci porterebbe a concludere che siamo nelle mani di persone poco capaci che gestirebbero dilettantisticamente un potere che incide sul benessere, sulla libertà e sulla vita di milioni di abitanti del pianeta. Si dovrebbero avere grossi timori se si trattasse di incoscienza, di incompetenza, di incapacità di coloro che dovrebbero decidere l’uso e il movimento di imponenti quantità di risorse con il dubbio che le potessero disperdere, disorganizzare, distruggere per errore.
Sarei più propenso a pensare che si tratti di un’operazione a vasto raggio dei più grandi poteri finanziari tendente all’appropriazione di capitali e di proprietà della finanza intermedia, delle popolazioni, degli Stati (privatizzazioni).
Il secondo motivo del pessimismo è il fatto che i comportamenti degli uomini politici non promettono niente di buono e che non è stato posto da questi alcun freno alla finanza bancaria internazionale. Questa, spostando a proprio piacimento capitali in grande massa, può continuare ad operare contro gli Stati europei, così come è successo per la Grecia e potrebbe succedere domani per l’Italia senza preavviso di sorta.
I bene informati dicono che le banche che contano stanno facendo incetta strisciante di buoni del tesoro di altri Stati europei. La stessa cosa era avvenuta per la Grecia come prodromo al quasi fallimento delle finanze di quello Stato. Il governo si è poi trovato, subito prima del rinnovo alla scadenza dei titoli, di fronte a una svendita al di sotto il valore nominale di buoni del tesoro nazionali concordata tra le banche. Questo ha allontanato i compratori. Si è così costretta la Grecia ad affidarsi all’usura delle banche internazionali prevalentemente anglo-americane. La Grecia, che non poteva pagare il proprio debito, non si potrà salvare aumentandolo e aumentando i conseguenti interessi: ha pertanto solo rimandato la resa dei conti, probabilmente aggravandola. Meglio avrebbe fatto a comportarsi come l’Argentina che ha concordato la restituzione del 20 per cento del debito, avendo la speculazione guadagnato abbastanza con tassi usurai fino al 17 per cento: prendere o lasciare.
Si fa notare che i guadagni di queste speculazioni non discendono dal mondo della Luna ma sottraggono ricchezze alle popolazioni.
I frequenti alti e bassi delle Borse non danneggiano sicuramente la casta borsistica apolide, ma solo gli ingenui investitori che si aspettano un rialzo secondo quanto affermato falsamente dalla informazione specializzata e non.
La tecnica è quella di vendere, senza parere, prima dei ribassi, mentre l’informazione sostiene i titoli con notizie roboanti o tranquillizzanti, e ricomprare a ribassi avvenuti, causati questi ultimi dalla diffusione di panico con speciosi allarmi sulla stampa. Si guadagnano così i miliardi di euro della differenza fra le vendite, a prezzi pieni, e i riacquisti a prezzi ribassati. Ecco dove sono andati a finire i miliardi cosiddetti “bruciati” in borsa! Il danno viene rigettato sul “parco buoi”, sui risparmiatori tenuti all’oscuro di queste manovre concordate, in sostanza su tutta la società che non ne può trarre evidentemente alcun beneficio.
Queste affermazioni faranno inorridire i membri della vecchia scuola economica classica che hanno studiato che le vendite creano ribassi mentre gli acquisti danno luogo a rialzi ma evidentemente ciò non avviene così semplicisticamente nella realtà. Gli speculatori di borsa non si lamentano, infatti, di perdere per questi continui movimenti delle quotazioni.
Connesso a quanto detto sopra è il fatto che chi possiede capitali non si mette certo ad organizzare impianti produttivi, superando rischi di bilancio, difficoltà tecniche ed amministrative, rapporti con la burocrazia (che si è preso un potere tale che spesso può essere superato solo con forme di corruzione), regolamenti cervellotici, oscuri ed al tempo stesso meticolosissimi. Di questi i funzionari e gli impiegati si arrogano il diritto di interpretazione caso per caso, stante la mancanza di ogni controllo.
Si preferisce investire in valute, oggi nel dollaro, ben sapendo che la linea di questa moneta è al rialzo e resterà tale per molto tempo ancora perché coloro che controllano i valori monetari a proprio piacimento vogliono ancora guadagnare con questo meccanismo monetario e sostenere comunque il sistema del dollaro a loro favorevole.
A chi decide non importa nulla della disoccupazione e del tenore di vita generale, anzi questi possono essere occasione di abbassamento dei propri costi e quindi di ulteriore lucro.
Secondo quanto si afferma da ogni parte i costi di produzione dell’industria cinese si aggirano sul quindici per cento dei nostri. In India, in Indonesia ed in altri paesi in via di sviluppo il costo del lavoro è molto più basso del nostro.
Con il movimento libero delle merci e dei capitali la conseguenza ovvia è la fuga delle industrie dall’Europa e la delocalizzazione in questi paesi dove si può guadagnare molto di più per gli infimi costi di una manodopera selvaggiamente sfruttata.
La deindustrializzazione dell’Italia e dell’Europa è l’inizio di una catena di fenomeni che porteranno miseria a tutti. Nessuno però se ne preoccupa più che a parole e non si prendono provvedimenti seri al proposito.
Da molto è già cominciata la chiusura delle aziende con le conseguenti mancanza di lavoro e disoccupazione: si verifica poi il calo dei consumi e dell’introito fiscale, le difficoltà di mantenere lo Stato Sociale e gli aiuti alle famiglie ed alle persone più bisognose. Inizialmente si allarga la forbice dei redditi sul modello americano, dove i più poveri stanno forse peggio della media dei cittadini del terzo mondo. Successivamente l’inasprimento fiscale, non potendo togliere a chi non ha più nulla, si rivolgerà a quel ceto medio-alto che oggi si ritiene al sicuro e se ne infischia degli altri.
Il pensiero unico politicamente corretto ha creato dei guasti tremendi: nessuno ha il coraggio nemmeno di ipotizzare la vera soluzione dei problemi ma si prospettano aggiustamenti provvisori solo per dare fumo negli occhi, assolutamente inadeguati alla gravità dei momenti che andremo a vivere. Si spera che col tempo la gente si abitui alle sempre maggiori ristrettezze senza ribellarsi e comunque si rimanda la resa dei conti guadagnando tempo fino a che sarà impossibile una reazione per l’indebolimento generale del sistema.
L’abbassamento degli stipendi, attraverso forme di dannosissimo precariato, con l’innalzamento a sessantacinque anni delle pensioni per le donne e la distruzione dello Stato Sociale, non possono in futuro farci superare lo spaventoso dislivello fra i nostri costi e quelli dei paesi che ci fanno concorrenza. Ottocentomilioni di contadini cinesi, che aspirano a diventare operai dell’industria, assicurano per decenni un bassissimo costo del lavoro nel loro paese.
Occorre anche dire che la situazione interna della Cina evidentemente ha particolarità uniche, è al di fuori del circuito produttivo e commerciale del resto del mondo e non è raffrontabile per nessun verso con quella delle altre nazioni. Quindi l’Europa, col libero mercato, è indotta dagli Stati Uniti a condurre una guerra perduta in partenza che avrà come risultato finale un suo forte ridimensionamento politico, economico e sociale.
Gli Stati Uniti stanno giocando il tutto per il tutto per la propria sopravvivenza e cominciano con il sacrificare il nostro continente mentre si aggrappano al fatto che la Cina accetta ancora propri buoni del tesoro certamente inesigibili. Fino a che durerà.
In questa drammatica situazione economica le burocrazie italiana ed europea prepotenti, ottuse ed autoritarie, si dilettano a far applicare le leggi nel modo più restrittivo possibile prendendosi il potere di imporre spese enormi alla comunità ed ai singoli.
Mentre altri paesi seri come la Svizzera, la Germania, la Francia hanno un corpus di circa diecimila leggi, in Italia una ditta specializzata, incaricata di fare un censimento delle normative, ha lasciato l’incarico quando ha raggiunto le centomila.
Tali leggi vengono emesse da un legislativo che ha “perso la testa” avviandosi sulla via della confusione, della demagogia, della infinita creazione di leggi, leggine, regolamenti più o meno inutili e spesso, in pratica, non applicati. Mi riferisco in particolare alla legislazione sull’edilizia, sul traffico, sulla sicurezza, ai regolamenti attinenti i condomini, all’adeguamento degli impianti elettrici che non hanno creato incidenti domestici, o in uffici, scuole o altri ambienti in numero tale da imporre spese di miliardi alla comunità e di migliaia di euro ai singoli. Tali costi non ce li possiamo permettere.
Un esempio è la normativa antincendio praticamente copiata dal modello anglo-americano che è previsto per case principalmente in legno o altri materiali non resistenti al fuoco e non per case in muratura come da noi.
Il pensiero politicamente corretto, imposto dalle centrali culturali americane (contigue a quelle finanziarie) non vuole nemmeno esaminare la possibilità di introduzione di dazi doganali, quali che siano, da studiare a protezione del nostro lavoro.
Quali sono, quindi, i motivi per cui questa crisi dovrebbe in futuro terminare nessuno lo spiega ed essa non terminerà se non si prenderanno provvedimenti giusti e radicali.
Si insiste infatti nell’espandere il cosiddetto libero mercato che per l’Europa è un suicidio a rate, con il corollario di privatizzazioni cioè svendite delle proprietà e delle attività statali. Invece si dovrebbe studiare la storia e vedere che la crisi del 1929 in Italia fu attenuata, al contrario, con le nazionalizzazioni delle banche e delle aziende in fallimento per salvare il lavoro ed il potenziale produttivo dalla rapacità e dalle manovre finanziarie a danno dei cittadini. In Germania fu seguita la stessa strada con strabilianti risultati economici come il riassorbimento di quattordici milioni di disoccupati, l’impianto di industrie fiorentissime di ogni genere e la costruzione di opere pubbliche grandiose.
Con le liberalizzazioni i privati imporranno costi aggiuntivi sui prodotti e sui servizi da loro gestiti, perché, a differenza dello Stato, vorranno aggiungere il loro guadagno e non mi sembra che brillino per moderazione nelle loro esigenze. Che fine ha fatto la diminuzione dei prezzi che la concorrenza fra privati avrebbe dovuto portare con le privatizzazioni? Quali prezzi sono diminuiti per i consumatori?
Le manutenzioni di impianti e macchinari, poi, non vengono effettuate per perseguire un maggiore guadagno. La situazione economica dunque si aggraverà in assenza di decisioni contro la crisi.
In conclusione chi parla di privatizzazioni, di libero mercato, di globalizzazione dovrebbe essere messo alla gogna come potatore di miseria ai nostri connazionali. Non voglio, infatti, credere che sia talmente stupido o ingenuo da non capire il danno che tali progetti comportano.
Per fermare la crisi non si può prescindere da alcune decisioni di base, fra le quali ne elencherò alcune: diversamente stiamo assistendo ad una rovina irreversibile dell’economia europea.
riappropriazione del potere di emettere moneta da parte degli Stati per eliminare la sovrastruttura parassitaria del debito pubblico verso chi crea denaro dal nulla, lo impresta ad interesse alle comunità e ne pretende la restituzione in beni reali.
Nazionalizzazione delle grandi banche. Un esempio storico dei possibili risultati di questo provvedimento si potrebbe avere studiando, come citato, l’economia dell’Italia e della Germania negli anni trenta.
Controllo dei movimenti dei capitali speculativi che impazzano da una parte all’altra del pianeta:
Austerità nei consumi contro ogni forma di sfrenato consumismo dannoso alla salute ed all’ambiente.
Riordinamento delle leggi, ridimensionamento della burocrazia riorganizzazione del lavoro a partire dalla scelta, ad ogni livello, delle persone sotto l’aspetto delle capacità individuali, del merito, delle qualità morali (Stato Etico)
Compartecipazione agli utili ed alla gestione delle imprese secondo quanto previsto dal modello della socializzazione della prima metà degli anni quaranta, opportunamente adeguato ai nostri tempi sotto l’aspetto dei cambiamenti della tecnica e socio-culturali avvenuti.
Diversamente la crisi non potrà terminare e continuerà ad aggravarsi abbassando all’infinito e sempre più drasticamente il tenore di vita delle popolazioni del vecchio continente mentre i prestiti bancari ad usura faranno perdere le proprietà e toglieranno la libertà alla nostra gente.



Articolo di Giuseppe parente



Nella millenaria storia dell’uomo vi sono stati sicuramente tanti regimi feroci e sanguinari, che hanno provocato dolori e lutti, ma i comportamenti dei loro uomini di potere non sono nulla rispetto alla ferocia e alla spietatezza della dittatura del “libero mercato”.
Esiste una differenza profonda tra i dittatori e la dittatura del libero mercato, costituita dal fatto che i primi, essendo uomini in carne e ossa, potevano essere sconfitti da altri uomini, mentre quel che si definisce “libero mercato” è un meccanismo anonimo, impersonale che chiede ogni giorno sacrifici alla quasi totalità della popolazione mondiale.
La classe politica e la società civile per rendere omaggio a questo mostro hanno perso tutto, dignità, libertà, valori e ogni esigenza che non sia materiale.
Un operaio dello stabilimento della Fiat di Pomigliano d’Arco, al quale era stato chiesto il perché avesse votato “sì” ad un accordo penalizzante per i lavoratori dello stabilimento ha risposto in maniera malinconica e diretta che “così è il mercato”.
Infatti, nel nome delle sue necessità inderogabili, si accettano lavori da schiavi e si ringrazia pure, in ossequio al vecchio proverbio che dice “o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”. Gli economisti sostenitori del libero mercato ci ricordano come il mercato sia sempre esistito dalla nascita dell’uomo ai giorni nostri, ma per amore della verità, ribattiamo ai fautori del libero mercato che per migliaia di anni l’unica forma possibile di scambio è stato il dono e il contro dono poi evolutosi nella figura del baratto puro, mentre in epoca moderna notiamo una differenza abissale tra il capitalismo commerciale e il capitalismo industriale.
Il capitalismo commerciale opera sull’esistente, su una domanda che già esiste, mentre il capitalismo industriale, per prima cosa dilata enormemente l’offerta dei beni esistenti, poi, grazie allo sviluppo della tecnologia, crea bisogni che nel passato nessuno aveva.
Il capitalismo industriale a differenza del capitalismo commerciale ha una straordinaria vitalità e un grande desiderio di espandersi, in senso geografico, conquistando nuovi orizzonti e in senso verticale, non limitandosi a trasferire beni, ma pensando addirittura a crearne di nuovi.
In questo contesto, in cui l’offerta crea la domanda, nasce il consumatore moderno, amante delle produzioni di massa di ciò che è banale, futile, inutile.
Da giovane mi sono divertito, giocando al pallone con gli amici, anche se campi improvvisati nelle piazze del centro storico di Napoli, ho giocato al biliardino e a tanti giochi improvvisati, quanto divertenti, li abbiamo inventati noi, non avevamo mica il telefonino cellulare Gsm, non avevamo mica il lettore mp4 o l’accesso ad internet, per poi utilizzare il noto social network di facebook. Eppure siamo sopravvissuti lo stesso, non potranno dire lo stesso i giovani che oggi sono compresi nella fascia d’età che va dai 14 ai 18 anni, schiavi della tv, di internet, di facebook.
La dittatura del libero mercato, ha anche altre e ben più gravi conseguenze, se pensiamo che il prezzo dei beni superflui diminuisce vertiginosamente mentre viceversa il prezzo dei beni di prima necessità aumenta in maniera costante e veloce. Grazie al libero mercato, oggi è possibile con meno di € 50, da qualsiasi aeroporto italiano, raggiungere la Spagna o l’Inghilterra, ma con la stessa banconota da € 50 non si riesce a riempire un carrello al supermercato con prodotti di prima necessità.
Viviamo in una società, dove il superfluo è ritenuto necessario e siamo diventati schiavi di uno strano meccanismo che ci ha trasformato da uomini, in consumatori delle inutilità che altrettanto rapidamente abbiamo prodotto.

mercoledì 26 maggio 2010

L'Italia messa in vendita. E fanno finta di nulla ( articolo di Ugo Gaudenzi - Rinascita ).

Il seguente articolo è tratto dal sito del quotidiano "Rinascita". Ed è a cura del direttore Ugo Gaudenzi.
di: Ugo Gaudenzi
direttore@rinascita.net

In principio era Maastricht, e Maastricht era presso di noi, e Maastricht fu noi... L’inizio europeo della Globalizzazione, l’inizio del Libero Mercato, l’inizio della Flessibilità, delle Privatizzazioni, della Sovranità economica-finanziaria ceduta alle banche centrali a e ai loro Regolatori: le agenzie di rating, la Banca dei Regolamenti Internazionali, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Era il 7 febbraio del 1992 e, non a caso, per l’Italia, la firma fu apposta dall’allora ministro “socialista” Gianni De Michelis. Per acquisire meriti con i padroni atlantici, con i Signori del denaro e per mandare avanti i suoi affari con la Cina. Un buon triplice paracadute - a pensarci oggi bene - per evitare l’ostracismo democratico lanciato sul suo capo-partito, Bettino Craxi, ritenuto un avversario da abbattere dai Regolatori Atlantici. Vi risparmiamo il declivio dei 18 anni trascorsi. Accenniamo appena alla gita sul Britannia degli Andreatta, Draghi, Soros e banchieri d’affari per la svendita in blocco del patrimonio pubblico italiano, delle migliori aziende nazionali, dalle telecomunicazioni all’energia, ai trasporti, ai gioielli dell’industria di trasformazione, al settore manufatturiero. Ricordiamo il varo, con Amato - dopo una svalutazione della lira non bloccata da Ciampi - della prima stangata lacrime e sangue che colpì le tasche degli italiani, “protetta” - sic - da un prestito a usura internazionale. Poi la folle decisione - ah: di Prodi, D’Alema, Ciampi & Co. - di lanciare una moneta unica, l’euro, senza gradualità, e senza alcuna difesa contro i raid della finanza usuraia internazionale. Quindi l’esplosione della speculazione finanziaria, con le nostre amministrazioni pubbliche - dalle comunità montane alle Regioni - in gara a contrarre più prestiti “facili” possibili, e con enti di diritto pubblico e privato - pensiamo ai fondi assistenziali e previdenziali, ma non soltanto a quelli - messi “sul mercato”. Ricordiamo il 2008 e il crollo della finanza derivata e dei mutui anglo-americani e le conseguenti misure di salvataggio delle maggiori banche ai danni dei cittadini. E, di recente, l’attacco speculativo ai “pigs” - ai “maiali” mediterranei: Portogallo, Italia, Grecia, Spagna - e cioè il crack dell’euro per rafforzare il dollaro, permettere la rivalutazione dello yuan cinese. E infine ricordiamoci dell’unanime Elogio al Trattato di Lisbona, firmato il 1 dicembre 2009, per “affrontare la globalizzazione”. Mescoliamo bene il tutto, et voilà, il desco è servito. Non soltanto da 18 anni siamo forzati a distruggere le nostre produzioni, delocalizzarle, per così comprare quello che producevamo all’estero; non soltanto abbiamo visto devastare il Lavoro e spingere la maggior parte dei nostri cittadini in un nuovo Lumpenproletariat; non soltanto ci hanno privato dell’elementare diritto di essere proprietari del denaro che guadagnamo; non soltanto ci hanno costretto in una spirale nella quale compriamo dalle banche il denaro per pagare le banche; non soltanto siamo diventati carne da cannone per le guerre anglo-americane di dominio delle risorse energetiche dei Paesi in via di sviluppo... Ma poi dobbiamo anche ringraziare i nostri salvatori, i liberatori. Come? Naturalmente adottando anche noi - come la Germania, come tutti i Paesi-colonia d’Europa - politiche di restrizione dei redditi che faranno ancora più stagnare la nostra economia, per lasciare qualche attimo di respiro a quelle dei padroni atlantici. E il ministro? E il ministro Tremonti? Non aveva forse negato, anzi “scommesso”, che non vi sarebbero state più stangate? Un altro Padoa Schioppa. Un altro Ciampi. Un altro Amato.