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mercoledì 18 aprile 2012

FISCAL COMPACT. L'Italia non è più sovrana ( articolo di Valerio Lo Monaco - Il Ribelle )

Il seguente articolo, è a firma di Valerio Lo Monaco ed è preso dal sito web "ComeDonChisciotte". Il quale, lo ha tratto dal sito "Il Ribelle".

I Senatori - complici - approvano il Pareggio di Bilancio in Costituzione e consegnano lo Stato nelle mani dei tecnocrati.

Il Pareggio di Bilancio in Costituzione è stato firmato. Senza che i cittadini italiani ne sappiano nulla o quasi, né nulla di fatto hanno saputo di quanto stava accadendo, complici i media di massa che hanno alzato una cortina fumogena davanti alla vera, fondamentale, notizia di questi giorni, adesso la nostra Costituzione prevede che si debba rispettare ogni anno il pareggio dei conti dello Stato. Con questa norma, dal punto di vista pratico, lo Stato non potrà più operare delle scelte, magari volte a soluzioni che possano dare dei frutti più in là di un periodo di tempo limitato, se queste dovessero andare oltre i meri conti. Cioè se dovessero comportare lo sforamento del bilancio annuale.



Beninteso, la cosa in sé, teoricamente - ma solo teoricamente - non è del tutto campata in aria: se non ci sono soldi non si può spendere ulteriormente, se si rischia di superare il pareggio di bilancio, ci si deve fermare e non si può andare oltre. Ma significherà forse che la nostra classe politica sarà più morigerata, nelle spese, per esempio a discapito della propria, e certa, sua propria tendenza a sperperare denaro (vedi la querelle attuale sul finanziamento ai partiti)? Niente affatto, ovviamente: significherà molto semplicemente che per quanto possano fare male i conti, per quanto possano continuare a drenare denaro pubblico per le proprie esigenze, avranno, da adesso, mano libera di fare praticamente qualsiasi intervento, sulle spalle dei cittadini, per far rientrare i conti. Saranno costretti a farlo. Del resto, da oggi, lo dice anche la Costituzione...

Eppure c'è di peggio, di molto peggio, ed è il motivo esatto per il quale, proprio su questo tema così importante, si è evitato del tutto di far arrivare il dibattito alla conoscenza dei cittadini e si è deciso di prendere una decisione del genere all'interno delle Camere senza che i cittadini abbiano potuto esprimersi in tal senso come un cambiamento di Costituzione di questa importanza avrebbe invece imposto.

La decisione presa è infatti diretta discendente degli accordi del M.E.S., ovvero del Meccanismo Europeo di Stabilità imposto dall'Europa delle Banche agli Stati membri, il quale prevede, di fatto, la perdita ulteriore di sovranità da parte di ognun paese. Complice la necessità imposta dalla crisi, il controllo dei conti pubblici di ogni singolo Stato, da adesso, è appannaggio non più della sua sovranità ma di quella europea. O meglio, dei tecnocrati europei.

Di fatto, il regolamento del M.E.S. - ovvero gli obblighi del Fiscal Compact - conferisce a 17 governatori il potere di esigere qualsiasi somma dagli Stati membri che avranno sforato il pareggio di bilancio per evitare che questi vadano incontro in sanzioni di altro tipo. Brutalmente: volete gli aiuti europei, sempre più indispensabili in questi momenti di crisi? Allora, dal punto di vista economico interno, dovete fare quello che diciamo noi. Alzare le tasse, se serve, tagliare i servizi, schiavizzare i lavoratori.

Ora non è più "l'Europa che ce lo chiede"", ma ce lo impone.

Il controllo dei conti pubblici sarà nelle mani di un "organismo indipendente", che in realtà è ultra-dipendente, eccome: è dipendente dai desiderata di chi governa l'Europa, ovvero la tecnofinanza criminale che ci ha portato al punto nel quale siamo.

Non solo: esigendo queste somme di denaro (e di norme) si potrà rendere segreti e inviolabili gli archivi e i documenti. Risultato: noi cittadini non sapremo più nulla. E nulla potremo più decidere. In merito alle attività interne, alla vera e propria gestione dello Stato, che oggi come oggi è principalmente economica, l'Italia, ad esempio, prenderà ordini direttamente dall'Europa dei tecnocrati.

Il nuovo articolo 81 della nostra Costituzione recita che "lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico". E ancora che "il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta, al verificarsi di eventi eccezionali". Decidere quali siano gli "eventi eccezionali" che permettono lo sforamento di bilancio, tra cui sono annoverate "gravi recessioni economiche, crisi finanziarie, gravi calamità naturali" sarà compito di una legge ordinaria. In caso di sforamento ci dovrà però essere anche un "piano di rientro". Dunque, se un anno finisce in deficit, poi andrà recuperato e non finirà per accrescere il debito. Per legge. Il che significa che se il deficit supererà tale limite, sarà obbligatorio per il governo in carica fare una manovra, senza temporeggiare o demandare la grana a chi gli succede. Manovra sulle spalle di chi è superfluo indicarlo.

Mario Monti è ovviamente la persona più adatta, tra le altre cose, per dirottarci verso questo nuovo pezzo di perdita della sovranità nei confronti dei banksters, essendo egli stesso della medesima famiglia. E in ogni caso, oltre i due terzi dei nostri Senatori hanno approvato tale cambiamento della Costituzione. Dunque sono complici.

Dal punto di vista pratico, in questo modo, ovvero con l'impossibilità di prendere qualsiasi decisione veramente sovrana sul proprio futuro, su quello della propria economia e su quello della propria moneta, si è conferito, di fatto, il potere ai tecnocrati di tenerci legati come meglio e più gli aggrada alla macina dell debito a usura e dei mercati.

Vale, ancora una volta, la massima storica e imperitura di Ezra Pound: "i politici sono i camerieri dei banchieri". 

Ci hanno servito un bel piatto indigesto. E noi cittadini ce lo stiamo mangiando senza averlo ordinato e senza sapere esattamente i suoi ingredienti e perché ci stanno costringendo a ingurgitarlo.

È, in ultima analisi, un ennesimo, e determinante passo, verso la dittatura usuraia dell'Europa delle Banche.

Valerio Lo Monaco
www.ilribelle.com/

18.04.2012

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

La Voce del Ribelle è un mensile - registrato presso il Tribunale di Roma,
autorizzazione N° 316 del 18 settembre 2008 - edito da Maxangelo
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P.S.
Aggiungo che un'altra e interessante analisi in merito al Fiscal Compact, è stata pubblicata su "Rischio Calcolato" nell'articolo "Vergogna! L'Italia oggi ha perso la sua sovranità. Approvato il pareggio di bilancio" di Jester Feed.


P.S. del giorno dopo ( 19 aprile 2012 )
Ecco altri articoli sul "Pareggio di bilancio", con il quale, oltre a spianare la strada al MES, saremo sempre più al soldo della U.E. e di entità sovranazionali:



Dal sito web del Senato, il Resoconto della seduta: "Legislatura 16° - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 710 del 17/04/2012";

Dal sito web del Senato, il link diretto al download del pdf sul resoconto: "PDF";

Dal sito web de "Il Messaggero", una dichiarazione del F.M.I. che è già un programma: "Sì al pareggio di bilancio in Costituzione. FMI: non sarà rispettato fino al 2017" ( della serie, aggiungo io, ora vi spenniamo noi. Avete dato carta bianca con questa approvazione? Cazzi vostri!! ).

domenica 27 novembre 2011

Così iniziano le dittature ( articolo/intervista a Nigel Farage di Claudio Messora )


Il seguente articolo con relativa intervista all'europarlamentare Nigel Farage, è tratta dal sito del giornalista Claudio Messora, Byoblu
Il 16 novembre Nigel Farage, in un discorso al Parlamento Europeo largamente ripreso e diffuso in Italia, ha accusato i burocrati europei di avere rimpiazzato il governo greco con un governo marionetta e di avere sostituito il governo Berlusconi con il governo Monti. Ha terminato il suo discorso chiedendo cosa, in nome di Dio, avesse dato loro il diritto di farlo. Questo blog aveva ripreso e tradotto il discorso di Farage.
Per approfondire la questione, ho intervistato Nigel Farage per  il blog. Enjoy.
CLAUDIO MESSORA: Mr.Nigel. due governi di due stati democratici si sono dimessi a distanza di un giorno l'uno dall'altro, e sono stati rimpiazzati da due governi tecnici, guidati da uomini provenienti dagli uffici internazionali dell'alta finanza e dalla Commissione Trilaterale. Mario Monti e Lucas Papademos. Si tratta di una coincidenza?


NIGEL FARAGE: Beh, si sentono molte teorie sul perche' le cose in Grecia e in Italia sono andate come sono andate. Non potremo mai avere una certezza. Cio' che sappiamo e' che due premier eletti democraticamente sono stati rimossi dai bulli di Bruxelles. Non erano piu' accettabili. Certo e' che, nel caso del signor Papandreou, egli ha osato bestemmiare in pubblico. Si, ha utilizzato la parola che inizia con “r”, la parola referendum. Inaccettabile, doveva andarsene. Il signor Berlusconi era irrecuperabile e le cose in Grecia possono sembrare gravi ma in Italia abbiamo il signor Monti, ex commissario europeo, uno degli architetti della zona euro, disastro! Un non eletto che non era neanche membro del parlamento quando tutta questa storia ebbe inizio. E, per finire, per mettere insieme tutti i pezzi ha composto una vetrina di persone, nessuna delle quali possiamo definire come politico eletto democraticamente. Indipendentemente dalla causa di tutto cio', se crediamo nella liberta' e nella democrazia dobbiamo dire che siamo davanti ad una mostruosita'. E' tutta una coincidenza? No, si tratta di CONTROLLO.


CLAUDIO MESSORA: Nonostante uno stato di crisi di gravità comparabile, a differenza dell'Italia la Spagna è andata incontro a regolari elezioni. Quali sono le differenze reali tra i due approcci?


NIGEL FARAGE: Beh, certamente domenica scorsa gli spagnoli hanno avuto le elezioni. Molto interessante: ero in un dibattito alla tv inglese quando i risultati sono arrivati e ho detto: perché si sono disturbati? Perché avere un elezione, visto che dopotutto, effettivamente, hanno le mani legate, e abbiamo visto oggi nei giornali, che la prima cosa il signor Rajoy ha fatto é andare dalla Merkel per farsi dare istruzioni, e certo se tra qualche mese loro non sono contenti, sará "licenziato" e rimpiazzato da qualcun altro. Ció che sta accadendo realmente con la crisi dell'Eurozona, é che la democrazia viene deliberatamente e volontariamente distrutta da persone che faranno di tutto per sostenere il loro fallimentare e fallito Euro-sogno.


CLAUDIO MESSORA: Cosa pensa della soddisfazione di una parte del popolo italiano per la sostituzione del governo Berlusconi con un Governo Tecnico? Vi è un sentimento diffuso, tra la popolazione, di rassegnazione all'incapacità di esprimere una buona classe dirigente dal basso, per cui molti preferiscono una soluzione imposta dall'alto.


NIGEL FARAGE: Ok, c'è questo argomento che il signor Berlusconi non era un buon premier. Questo può essere vero oppure falso. Ma l'essenza di una democrazia parlamentare è che per quanto un governo possa essere cattivo, voi, il popolo, avete un'occasione, un'opportunità di rimuoverlo in regolari elezioni politiche e sostituirlo con qualcun altro. L'argomento che Berlusconi non fosse all'altezza, che un governo tecnico sia in qualche modo meglio, penso sia sbagliato da due punti di vista. Primo, il signor Monti è uno dei principali artefici, personalmente, di questo fallimento. Secondo, questo è esattamente il modo in cui inizia una dittatura. Si dichiara uno stato di emergenza, le leggi normali democratiche si sospendono e c'è qualcuno che prende il potere per il bene del Paese. Così iniziano le dittature! A mio avviso, in qualunque circostanza, non è giustificabile.


CLAUDIO MESSORA: Uno degli obiettivi di Mario Monti, nella Commissione Trilaterale, era di perseguire con dedizione la totale unificazione europea. Crede che, come presidente del Consiglio, oggi stia facendo gli interessi del popolo italiano o quelli delle organizzazioni internazionali nelle quali ha ricoperto ruoli apicali?


NIGEL FARAGE: Quello che è certo è che il signor Monti non ha un mandato popolare di nessun tipo. Quello che è altresì certo è che lui vuole assicurarsi che la Grecia, e certamente anche l'Italia, restino nell'Euro e continuino a far parte del progetto europeo. Io non riesco, per quanto mi sforzi, a capire perché gli italiani vogliano sopportarlo. E' una mostruosità assoluta che è stata loro imposta. Ad Atene abbiamo visto la gente scendere in piazza e ti dico una cosa: se fossi in italia sarei tentato dal fare esattamente lo stesso.


CLAUDIO MESSORA: Cosa ne pensa del MES, il trattato europeo in corso di approvazione che darà a 17 governatori, tra cui Mario Monti, il potere di esigere qualunque somma dagli stati membri e di contro li renderà immuni da qualunque procedimento giuriziario, oltre a dichiarare segreti ed inviolabili tutti i loro archivi e i loro documenti?


NIGEL FARAGE: Dunque, con la crisi dell'Euro la soluzione è gioco forza "più Euro". Questo è ciò che sentiamo dire da Barroso e da Van Rompuy. Ed ora c'è questo nuovo trattato MES, il meccanismo europeo di stabilità, e l'idea è che a breve ci sarà un cambio, magari in 18 mesi o in 2 anni, che renderà legali i salvataggi europei che abbiamo già avuto per gli stati dell'Eurozona. Qualcosa che sarà legale ma che al momento certamente non lo è. Ritengo che questo nuovo trattato sia la peggiore evoluzione dell'Europa Unita: darà un potere arbitrario e completo a burocrati stranieri mai eletti di controllare le economie di interi paesi, e anche se faranno un gran casino, il trattato conferirà loro l'immunità totale da qualsiasi iniziativa giudiziaria, a vita! Questo trattato, il MES, va a toccare cose che dovrebbero e anzi devono essere sottoposte a referendum in ogni stato membro, e gli italiani non dovrebbero prenderlo così sotto gamba. Sicuramente a un certo punto dovrete decidere del vostro futuro. Non potrete basarvi sempre sul fatto che il signor Monti ed altri facciano ciò che è nei vostri interessi.


CLAUDIO MESSORA: Perché ha accusato Mr.Rumpoy di non avere nessuna legittimazione democratica? Perché lo considera responsabile di quanto sta accadendo al popolo italiano?


NIGEL FARAGE: Herman Van Rompuy, un mio vecchio amico! Beh, 18 mesi fa ci siamo scontrati al Parlamento Europeo: io diedi una versione alternativa del suo curriculum, della sua formazione. Ma quello in cui, convintamente, avevo di sicuro ragione, era nel dire che non aveva nessuno legittimazione democratica. Seguimi: non è stato votato da nessuno, e non esiste nessun meccanismo per i normali votanti né per nessuna nazione europea di rimuoverlo. E la cosa più importante di questo recente fiasco italiano è stato vedere questo uomo non eletto venire da Brussels a Firenze a dire al popolo italiano che questo non è il momento per le elezioni, ma è il momento per le azioni. Chi, nel nome di Dio, gli ha dato il diritto di dire queste cose al popoplo italiano?


CLAUDIO MESSORA: Cosa ne pensa delle affermazioni di Sarkozy e della Merkek secondo cui chi fa cadere l'Euro si renderà responsabile dell'accensione di una nuova stagione di conflitti militari tra i paesi europei?


NIGEL FARAGE: Ho incontrato Angela Merkel un mese fa, e le ho fatto una domanda. Le chiesi: perché la Grecia non può essere lasciata libera di riavere la sua moneta, di svalutarla e di avere un suo proprio governo democratico? La risposta della Merkel fu chiara: se permettiamo alla Grecia di andare via, altri paesi la seguiranno. Quindi il problema qui è che il progetto europeo deve essere sostenuto al prezzo di qualsiasi costo economico o democratico. Deve essere tenuto coeso. E poi, quando iniziano a disperarsi, dicono che se l'Euro fallisce potrebbe esserci una guerra. Quale guerra? Chi dovrebbe invadere cosa? Dovremmo credere che la Germania tornerà a riarmarsi? E che invaderà la Francia? Non credo proprio! Queste sono le vecchie tecniche di intimidazione, e dovremmo ricordare che, in realtà, le guerre possono insorgere quando i popoli sono forzati artificialmente a stare insieme contro la loro volontà. Ricordate che è accaduto nei Balcani, è successo il secolo scorso, ne abbiamo visto ramificazioni negli ultimi venti anni e l'abbiamo chiamato Yugoslavia. Ci sono molte più probabilità di rivolte, di dissensi e anche di guerre civili se andiamo avanti a imporre agli europei una forma di governo che non hanno scelto e che non vogliono.


CLAUDIO MESSORA: Lei è contro l'Unione Europea. Come pensa che i singoli stati possano sopravvivere, in un'era di mercati globali, se lasciati da soli a confrontarsi con le potenze emergenti, senza un'unione forte?


NIGEL FARAGE: Il discorso della globalizzazione è davvero molto ampio. E una delle analogie che si possono fare è questa. Siamo qui, nel mezzo dell'oceano Atlantico, in una grande tempesta. Ci sono onde enormi che ci scuotono da ogni parte e la situazione è incredibilmente pericolosa. Ora il punto è che se siamo tutti insieme in una unica grande nave, in qualche modo sarà più sicuro e potremo fronteggiare questi temporali violenti con una certa speranza e una maggiore aspettativa di sopravvivenza. Io obietterei che, a dire il vero, la cosa più importante se vogliamo sopravvivere in una tempesta atlantica non è essere in una grande e grossa nave, che potremmo magari chiamare Titanic, ma credo che la cosa più importante, se siamo in mezzo ai marosi, è avere le mani saldamente sul timone ed essere capaci di tracciare la giusta rotta, seguendo la giusta direzione. In termini commerciali, in termini di relazioni internazionali, in termini di politiche estere, il mio paese, il Regno Unito, e l'Italia hanno approcci totalmente differenti. Non significa che io sia migliore di te, e non significa che io sia peggiore, ma significa che il mio paese è molto diverso dal tuo, e ritengo che abbiamo una maggiore, migliore speranza di sopravvivere alle grosse tempeste di attraversare indenni gli oceani di tutto il mondo, se siamo davvero in grado di tracciare la direzione che vogliamo seguire, piuttosto che seguire una decisione comune presa per conto di 27 popoli diversi, con idee contrastanti, e vedere tutto quanto ridotto a un pasticcio, a un compromesso che non va bene a nessuno e diretto da burocrati nella Commissione Europea che, lo abbiamo visto in qualsiasi altra area politica, hanno fallito in tutto l'arco degli ultimi vent'anni.


CLAUDIO MESSORA: Non crede che vi sia una eccessiva dominazione dei mercati, invece di perseguire un modello di società incentrato sul benessere dei cittadini? Ritiene giusto che le regole del mercato e della speculazione debbano prevalere al punto da mettere in crisi intere popolazioni, sebbene in fondo esse abbiano tutte le risorse fisiche necessarie per vivere bene?


NIGEL FARAGE: Tutto il discorso è che lo stato può avere cura delle persone al meglio, lo stato può assicurarsi che dalla culla alla tomba tu sia protetto, che tu possa prosperare e che tu possa lavorare. Beh, gli esempio di questa visione in realtà non sono molto positivi. Guarda l'Unione Sovietica. All'inizio la pensavano così, e guardate il disastro assoluto che hanno combinato. Io so che la società del libero mercato ha degli eccessi. Ci sono persone preparate a infrangere la legge, le regole, so che la ragione del profitto può diventare la ragione dell'avidità. Beh, io vi dico questo. La mia visione dell'evoluzione della societá umana é che se vogliamo avere scuole, ospedali e stato sociale, per avere tutte queste cose devi creare profitto! Perché é grazie al profitto che la gente paga le tasse. E ció che abbiamo adesso in questa unione europea é qualcosa che si definisce libero mercato ma che in realtá è totalmente controllato dagli stati, completamente nelle mani di grandi banche e multinazionali, che sta bloccando la genuina libera impresa e le piccole, medie imprese dal nascere e svilupparsi, e stiamo assistendo alla bassa crescita, a un disastroso indebitamento, un vero brutto affare per coloro per i quali, io credo, queste cose sono state pensate e realizzate: la parte debole della societá. Dobbiamo fare soldi, realizzare profitti, dobbiamo competere con il Brasile, con l'India, con la Cina e con tutto il mondo intero in via di sviluppo. Ma tutto ció che stiamo facendo é avvolgerci in un mantello che dice: "Oh, si puó lavorare meno, si deve guadagnare di piú," "si puó andare in pensione prima." Non funziona. Non paga. Una volta pensato attentamente a tutto questo, il mercato é ció che dà profitto, il profitto ci dá le tasse, le tasse ci danno il buono stato sociale in ogni stato libero.


CLAUDIO MESSORA: Cosa crede che dovrebbe fare l'Italia per superare la crisi?


NIGEL FARAGE: Allora, l'Italia? Ho sempre avuto la certezza che Grecia e Portogallo non sono mai stati adatti all'Euro, non avrebbero dovuto mai farne parte e dovrebbero essere lasciati liberi, o meglio essere liberati, il prima possibile. Ora, per l'Italia la questione si fa un tantino piú complicata. Siete una grande economia ma penso che alla fine la veritá stia nel fatto che non potrete mai prendere la vostra economia, la vostra cultura, la vostra politica e il sistema tedesco e fonderli insieme in una risoluzione pacifica. Non sará adesso, ci vorrá del tempo, ma penso veramente che l'Italia debba abbandonare l'Euro, tornare alla Lira e soprattutto sbarazzarsi di Monti e i suoi amichetti, che non sono mai stati votati da nessuno, che non hanno legittimazione democratica e che prima li cacciate e meglio é.


CLAUDIO MESSORA: Ci dica qualcosa dei suoi progetti futuri per il suo partito, l'UKIP, e per il Regno Unito.


NIGEL FARAGE: Siamo fortunati, abbiamo fatto un grande catenaccio per non entrare nell'Euro. Grazie a Dio non ci siamo entrati. Grazie al cielo siamo liberi. Oh, ma abbiamo i nostri problemi eh!? Un enorme indebitamento. Ma abbiamo la sterlina, che al momento é debole sui mercati, cosa che al momento é proprio un bene visto i conti in cui siamo. Il mio partito non é anti-europeo affatto. Vogliamo un'Europa con cui fare affari, collaborare, saremo perfino ottimi vicini di casa. Personalmente ho un grande affetto per l'Italia e gli Italiani, e per 7 anni, quando facevo un lavoro diverso quando ero nel business, ho avuto un'agenzia a Milano ed ho speso un sacco di tempo a girare l'Italia, in affari con aziende italiane. E, come ho detto in precedenza, noi non siamo meglio, non siamo peggio, siamo certamente, peró, molto differenti da voi. Rimaniamo con le nostre proprie forme di governo, monete, lingue, culture. Saremo uniti, faremo affari, saremo amici e buoni vicini e ci siederemo attorno a un buon piatto di spaghetti con il vostro delizioso vino, e saremo amici. Ma non dovremmo essere forzati insieme nella stessa unione politica, e il mio partito continuerá a portare avanti questa politica, per un Regno Unito libero, indipendente e democratico, non governato da Herman Van Rompuy, Barroso o altri orribili insignificanti burocrati che adesso stanno comandando le vite di 500 milioni di persone, nei fusi orari europei.


 Non sono particolarmente bravo con le pronunce straniere, peró voglio salutare tutti quelli del sito BYOBLU, credo si pronunci cosí... Mi sono molto divertito. Spero di rivedervi presto!
n.b. Grazie ad Alessio Mariottini per la trascrizione del testo


lunedì 3 ottobre 2011

Atessa, concessa cittadinanza onoraria a Ciampi: contraria Forza Nuova

 

Il seguente articolo è tratto dal sito web del  movimento politico, Forza Nuova. Pur non interessandomi al dualismo "destra" / "sinistra" e "fascisti" / "comunisti" - con il quale il sistema ci relega l'esistenza in compartimenti stagni per non evolverci, ma solo per scannarci a vicenda - preciso che con ciò non voglio prendere le simpatie di questo movimento, ma l'articolo, ritenendolo interessante, perchè basato su fatti reali e che stiamo scontando, è meritevole di attenzione e pubblicazione.

Marcolongo (FN): “In Islanda i banchieri sono arrestati ed espulsi, in Italia si premiano!” Il consiglio comunale di Atessa, in data 30 settembre 2011, ha concesso la cittadinanza onoraria a Carlo Azeglio Ciampi su proposta della “Fondazione Bertrando e Silvio Spaventa” di Bomba con 17 voti favorevoli di centrodestra e centrosinistra e 1 contrario di Forza Nuova. Il consigliere comunale forzanovista Luigi Marcolongo spiega la posizione presa: “Con un lungo intervento ho illustrato ai consiglieri quali erano i motivi che non permettevano di concedere una cittadinanza onoraria a Carlo Azeglio Ciampi e, malgrado le pesanti accuse mosse dal sottoscritto al candidato, nessun dei presenti ha osato smentire quanto detto da me, tantoché qualcuno di loro mi ha confessato in privato di aver pensato più volte di votare contrario. 1) Carlo Azeglio Ciampi banchiere: Dopo una vita passata nella Banca D’Italia a far carriera, nel 1979 ne diventa governatore per 14 anni. Viene denunciato l’8 marzo 1993 dal Prof. Giacinto Auriti (accademico, docente universitario, ideologo e giurista di chiara fama) per truffa, falso in bilancio, associazione a delinquere, usura e istigazione al suicidio, accuse che scaturiscono dal “signoraggio bancario”, ossia la truffa dell’emissione della moneta da parte delle banche centrali. Quando il Prof. Autiti fu chiamato dal Procuratore della Repubblica di Roma Ettore Torri, costui gli disse: “Prof. Auriti, lei ha dimostrato l’elemento materiale del reato, manca il dolo perché è stato sempre così!”. Il Professore di Guardiagrele non venne mai querelato per calunnia né da Ciampi né da Fazio, anch’esso denunciato, perché le accuse erano fondate! Il “signoraggio bancario” genera un illegale debito pubblico con impatti devastanti sulle nazioni, producendo sofferenza povertà e disoccupazione perché i governi sono costretti a aumentare le tasse, ridurre i servizi, privatizzare, liberalizzare il mercato del lavoro, mettere all’asta i beni dello Stato. Ciampi, essendo stato governatore della Banca d’Italia, è anch’egli responsabile di questa truffa ai danni degli italiani e di conseguenza dell’attuale debito pubblico italiano e di tutte le relative drammatiche conseguenze. 2) Carlo Azeglio Ciampi presidente del consiglio e ministro: Il 28 aprile 1993, su incarico del presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, diventa presidente del consiglio dei ministri di un governo tecnico di transizione per un anno, senza neanche essere parlamentare (alla faccia di quella democrazia che egli ha sempre osannato). Si contraddistinse per le privatizzazioni delle aziende statali avviando la svendita del patrimonio pubblico italiano alla finanza internazionale. Nel 1996, con la vittoria dell’Ulivo e di Prodi, viene nominato ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica e lo stesso incarico ebbe nel 1998 con D’Alema: comunisti e postcomunisti piazzarono un banchiere nel governo (alla faccia del proletariato!). E’con lui che gl’italiani conoscono le prime grandi manovre finanziare, che cominciano a svuotare le loro tasche, destinate a far rispettare i parametri del Trattato di Maastricht per l’ingresso dell’Italia nella moneta unica europea, altro grande disastro. Continuerà a spingere per le privatizzazioni delle imprese pubbliche. Ciampi con le privatizzazioni, le finanziare e l’euro ha creato danni enormi alla nazione, danni che diventano sempre più evidenti; è stato un servitore della grande finanza internazionale e di conseguenza nemico dell’Italia e della sua sovranità economica e monetaria. 3) Carlo Azeglio Ciampi presidente della repubblica: Ciampi fu un sostenitore del risorgimento italiano, vicenda storica ispirata, finanziata e compiuta dalle logge massoniche italiane e straniere per svuotare il meridione del cattolicesimo e delle ricchezze. L’epilogo dell’odio anticristiano degli “eroi” risorgimentali del presidente è la “Breccia di Porta Pia”, ossia i cannoni che spararono su Papa Pio IX definito dal massone Garibaldi “un metro cubo di letame”, che Ciampi celebrò il XX settembre 2005. Ciampi non ha mai parlato dei crimini nell’Italia meridionale contro la popolazione e il clero, dei villaggi e delle chiese bruciati, delle fucilazioni, degli stupri e dei saccheggi commessi dai suoi “eroi” garibaldini e sabaudi. Ciampi, così attento ai “campi di concentramento”, non raccontò mai che i primi in Europa sorsero nel nord Italia e che all’interno di essi furono deportati e morirono migliaia di soldati borbonici. Ciampi fu in varie occasioni accusato di essere affiliato alla massoneria, cosa che lui ha sempre smentito. Umberto Bossi durante un comizio e Mirko Tremaglia (MSI) in una lettera scritta al presidente della repubblica Scalfaro lo accusarono di essere stato iscritto alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. La fonte dei due parlamentari era la dichiarazione rilasciata da Clara Calvi, moglie del presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2 presieduta da Tina Anselmi; alla domanda dei commissari: “Suo marito le disse che Ciampi e Dini erano anch'essi della P2?” la donna rispose: “Sì”. Le prove, però, non si trovarono mai. Quindi Forza Nuova ha ritenuto che né Atessa nè nessun altro comune possa concedere una cittadinanza onoraria a Carlo Azeglio Ciampi, responsabile dell’attuale drammatica situazione economica e sociale italiana, soprattutto se sulla proposta si leggono le seguenti motivazioni: “si è distinto nel campo della giustizia, della moralità pubblica”. Mentre in Islanda i banchieri, accusati di tradimento dal governo e dal popolo, vengono arrestati ed espulsi, qui in Italia in Abruzzo ad Atessa, una città composta maggiormente da operai, agricoltori, piccoli commercianti e artigiani che più di tutti pagano le scelte sbagliate dei politici e dei tecnocrati come Ciampi, addirittura li si premia!” Per Info: centro@forzanuova.org  

venerdì 23 luglio 2010

Due articoli tratti da Rinascita.


Articolo di Alfredo Musto del 22 luglio 2010



L’onda lunga del 1992, l’onda lunga della morsa che stringe l’Italia, l’onda lunga della destabilizzazione e della penetrazione dei poteri che stanno sfibrando il tessuto politico, economico e sociale del Paese, mostra la sua forza d’urto riversandosi in ogni campo.
Naturalmente, infiltrandosi nei meccanismi dell’informazione e della propaganda, anzi dominandoli.
L’establishment della stampa e dell’editoria ricalca l’impronta di azione e controllo dei soggetti strategici che da decenni reggono le fila di un continuum oramai chiaramente ideologico e caricaturale.
Ne costituiscono una formidabile incarnazione Eugenio Scalfari e la sua emanazione Repubblica, espressioni di quel coacervo laico-azionista-massonico che ha caratterizzato fortemente i passaggi storici di questo Paese e a cui si ricollegano personaggi e vicende di primo piano, negli avamposti della politica, della finanza, della cultura così come dietro le quinte dei circoli e degli ambienti di comando e pressione.
I custodi delle verità precostituite e delle letture storiche preconfezionate amano spesso e volentieri menar vanto di lungimiranti intuizioni e di eccelse frequentazioni ideali o effettive. Costruiscono e aderiscono ad un immaginario di personaggi e ad uno scenario di eventi che poi calano sulla cosiddetta opinione pubblica, appositamente indotta o educata a credervi.
Scalfari, noto trombone di siffatto modus agendi, si è così prodigato per sé e per la Nazione nell’encomio di un uomo-simbolo che in tutti questi anni si è voluto piazzare sul piedistallo di moderno Padre della Patria, con tanto di “medaglia” al valore e al merito.
Scalfari loda Ciampi, dunque. L’occasione, l’ennesima, è l’uscita del libro-conversazione dell’ex presidente con Arrigo Levi. Dagli spunti che fornisce il fondatore de la Repubblica pare trattarsi di qualcosa decisamente differente dal pregnante “Fotti il potere” di un altro ex presidente quale Cossiga.
In questo suo “Ciampi, le tre vite del presidente. Autoritratto di un servitore dello Stato” [in data 17 giugno], Scalfari va in digressione sulla vita di quello che definisce “un personaggio unico nella storia dell’Italia repubblicana”.
(http://www.repubblica.it/politica/2010/06/17/news/ciampi_le_tre_vite_del_presidente_autoritratto_di_un_servitore_dello_stato-4910575/index.html?ref=search).
Ecco, distanti dalla ferma tenuta liberal-democratica dell’egregio Direttore, molto più volgarmente il Gran Maestro livornese nei nostri ricordi è un dissolutore dello Stato.
La sua ascesa alle postazioni di comando è stata figlia dei tempi.
Ciampi rappresenta quella fase di passaggio dalla primazia della politica alla prassi tecnocratica ed economicistica. Costituisce, di fatto, uno di quei personaggi dotati di un apparentemente neutrale sapere tecnico che si è voluto presentare come imprescindibile per muoversi all’interno delle nuove dinamiche globali. Così è accaduto che un Governatore della Banca d’Italia e punto di riferimento di una certa corrente finanziaria con determinati assetti e mire strategiche, sia stato indicato tra i prescelti a condurre il Paese in una fase di instabilità politico-economica.
Tuttavia, se è pur vero che egli viene fuori da e in una situazione d’urgenza, resta il fatto che questa è stata determinata da un insieme di cause scatenati che non piovono dal cielo, ma sono la risultante di quello che può essere definito – a maggior ragione oggi a distanza di anni- un processo di ridisegnamento geopolitico e geoeconomico, all’interno del quale si inserisce a pieno titolo quell’ ”oscuro” fenomeno null’affatto solo giudiziario che fu Mani Pulite.
Di Ciampi, a differenza delle complici reticenze di Eugenio Scalfari, preferiamo ricordare le sue per nulla sagge iniziative in particolare da Governatore nel ’92 e poi da Presidente del Consiglio nel ’93, a parte quelle da Ministro indiscusso del Tesoro dal ’96 al ’99.
La sua esaltazione storiografico-giornalistica è speculare alla mitizzazione fatta di Maastricht, dei suoi parametri eretti a dogmi di fede inattaccabile, e della moneta unica europea.
Negli anni Novanta l’europeismo è tutta un’alchimia tecno-finanziaria. Ciampi è come un profeta.
Alla guida di Bankitalia, in combutta con il fanta-socialista Amato e con le centrali della finanza e dei predoni nazionali ed internazionali, operò la scelta della svalutazione della lira.
Nei primi mesi del 1992, le parità di cambio all’interno dello SME erano pressoché consolidate, senza che ci fossero particolari oscillazioni oltre i limiti prefissati. Da parte sua, l’Italia presentava una bilancia commerciale nella sostanza equilibrata e un monte di riserve valutarie intorno ai 34 miliardi di ecu, più o meno 52mila miliardi di lire.
Nello scombussolamento generale in atto e nel convergere di diversi fattori endogeni ed esogeni, calò una significativa manovra finanziaria a far scricchiolare gli assestamenti degli anni precedenti.
Nel mirino c’era, tra le altre monete, la lira. In cabina di regia operavano Soros&soci. I loro bracci armati come l’agenzia di rating Moody’s lanciavano campagne a discredito del Paese.
Al trio Ciampi-Amato-Barucci non poteva sfuggire che un attacco di quel tipo non poteva essere contrastato operando sul mercato dei cambi con una solitaria iniziativa nazionale, anche in virtù delle condizioni di libera convertibilità. Sarebbe stato necessario almeno un sostegno tedesco, il che era evidente non fosse possibile. La Bundesbank non aveva intenzione di tener fede ormai agli accordi Sme, la stessa Germania avrebbe tratto vantaggio dalla svalutazione della lira.
Così, con larvato autolesionismo o meglio con subdola complicità, si provvedeva ad attuarla con un iniziale 7% poi in crescendo. La lira scivolava via dallo Sme.
A fronte di un’estemporanea boccata d’ossigeno sarebbero emersi almeno tre fattori, tutti indicativi di una manovra di destabilizzazione: i profitti dell’orda di speculatori, il dissanguamento delle riserve finanziarie e il deprezzamento della vasta gamma di aziende pubbliche per le quali si preparava il de profundis.
La consolidata struttura di economia mista italiana entrava praticamente nel ciclone liberista.
Il 2 giugno, sul Britannia, si raggiungeva un’altra tappa del regime change all’italiana.
E non casualmente, ma in perfetta sinergia, all’attacco economico-finanziario si affiancava in quel periodo quello politico, all’uopo per via giudiziaria, con l’operazione Mani Pulite (nome in codice cleanhands).
Sorvoliamo sulle altrettanto non casuali sanguinarie sortite della Mafia, a proposito delle quali lo stesso tecno-Carlo Azeglio di recente ed il clan di Repubblica da sempre, continuano a fare opera di depistaggio.
Evidentemente il nostro Ciampi, in scioltezza spalleggiato da Washington, Londra e Bruxelles, assurgeva a fidato alfiere del processo di sgretolamento predisposto per l’Italia.
In uno scenario politico sempre più cumulo di macerie, nasceva il primo governo tecnico della storia della Repubblica, con a capo il Gran Maestro (aprile ’93- maggio ’94).
Sintomo palese di una frattura storica. Prima di lui, fu Badoglio. In seguito ad un colpo di Stato. Allora il ’43, ieri il ’92. E ho detto tutto. Il governo Ciampi non badò, come naturale che fosse, alla tenuta del sistema. Nacque per gestire un itinerario all’interno di una transizione eterodiretta. In quei giorni si consumò la liquidazione dei vecchi partiti baluardo di un dato assetto, di una data politica; si redisse una riforma elettorale di tipo maggioritario e si avviò tutto quell’infausto processo di dismissioni-privatizzazioni che segnerà il ciclo degli anni Novanta, di chiara matrice centro-sinistra. Ci preparavamo a “fare all’americana”. Le sue parole al convegno I Nobel a Milano, riecheggiano la solita solfa del linguaggio moderno-liberista: “… i mali d’Italia si identificano in tre rigidità: quella del sistema economico finanziario, basato su grandi imprese in gran parte di proprietà pubblica incapaci di sviluppare un vero mercato del capitale di rischio; la rigidità del mercato del lavoro e del sistema fiscale; la rigidità della pubblica amministrazione.
Assieme, queste tre rigidità - afferma Ciampi - hanno disegnato un volto del sistema economico italiano in cui la propensione naturale per il mercato è stata svilita, in cui lo Stato è stato troppo presente dove non avrebbe dovuto essere - favorendo in tal modo l’inquinamento da corruzione - e non abbastanza presente dove avrebbe dovuto: nell’azione in difesa della concorrenza, nello sradicamento dell’economia criminale, nella promozione dei mercati finanziari al servizio di tutti”.[da “I giorni dell’IRI” di M. Pini] E venne l’ora delle intuizioni. Come “la politica di concertazione delle parti sociali” - per sua stessa definizione - che volevasi rivelare il mezzo per far fronte alle nuove dinamiche del mercato del lavoro. I sindacati, già sclerotizzati, stavano al gioco. Come l’abolizione dei limiti vigenti dalla legge bancaria del 1936 in merito alla separatezza tra banche e industria.
Come la nomina di un comitato di consulenza per le privatizzazioni con a capo Mr. Mario Goldman Sachs Draghi, di pari passo col ritorno all’Iri di quell’altro fuoriclasse della distruzione ovvero Romano Prodi.
Del duo sfasciacarrozze Carlo Azeglio – Romano ricordiamo la privatizzazione della Banca Commerciale Italiana, del Credito Italiano, di buona parte del settore agro-alimentare dell’Iri, della Nuova Pignone Eni. Con la logica della “ristrutturazione”, nel ’93 fu messa mano all’Ilva. Praticamente l’inizio della fine della grande siderurgia italiana.
Praticamente con Ciampi si avvia – per continuare poi con lui stesso al Tesoro- in maniera operativa la disintegrazione del controllo pubblico di banche ed industrie, l’annullamento di una visione strategica nazionale attraverso l’abbattimento dei settori chiave, l’appiattimento alle logiche eurocratiche con le relative disfunzioni nel mondo del lavoro ed in quello produttivo.
Un’azione scientemente condotta. Persino eversiva.
Scalfari, nella sua stucchevole sottolineatura dell’alto profilo istituzionale, non manca di far notare l’altro lato dell’atlantismo dell’ex presidente, accennando alla “riunione del Consiglio supremo di Difesa da lui convocato all’inizio della guerra americana in Iraq, che impose al governo la formula della “partecipazione pacifica” del contingente italiano all’iniziativa di Bush, visto che la nostra Costituzione impedisce guerre offensive”. Chiaro, no?
Ci vuole la tenacia, la complicità e la visione azionista di Scalfari per definire Carlo Azeglio Ciampi “un servitore dello Stato”. All’uno e all’altro, del resto, non manca una pedante retorica intrisa di formalismo liberal-democratico, la stessa in uso per giustificare e incensare le manovre di potere e gli sconquassi che segnano Italia dal ’92 ad oggi.
La stessa, del resto, in uso quando si ergono a legittimi paladini del bon ton costituzionale e della retta via da perseguire in ossequio ai dettami tecnocratici che provengono dalle “alte cariche” nazionali o estere.
L’accolita di giornalisti e intellettuali alla Scalfari dipinge sempre gli interventi e le mosse di grigi funzionari e integerrimi liberal-democratici come fossero le sublimi e necessarie posizioni che ad un Paese moderno e riformista spetterebbe assumere. La solita solfa.



Articolo di www.movisol.org del 22 luglio 2010



L’idea per cui le liberalizzazioni e le privatizzazioni portino benefici all’economia, è ormai, dai fatti, totalmente confutata.
1 – le liberalizzazioni portano ad un aumento dei prezzi;
2 – le liberalizzazioni portano alla distruzione di posti di lavoro ed all’abbassamento degli stipendi dei lavoratori e dei fatturati delle piccole imprese;
3 – la liberalizzazione-privatizzazione dell’impresa pubblica nel periodo 1992-2000 non è stata conseguenza dell’inefficienza economica;
4 – i processi di liberalizzazione-privatizzazione non hanno minimamente migliorato la capacità produttiva italiana;
5 – le liberalizzazioni favoriscono i concentramenti di capitale in poche ricchissime mani;
6 – il rendimento finanziario delle aziende privatizzate è stato peggiore rispetto alla generalità del mercato finanziario italiano.
Il processo di liberalizzazioni-privatizzazioni prese avvio in Italia nel 1992. La motivazione ufficiale che portò a questa fase di stravolgimento degli assetti proprietari dell’impresa pubblica nazionale fu quella dell’elevato debito pubblico che andava ridotto. A ciò si aggiungeva e si legava, la questione di una maggiore “libertà” del mercato, con cui la preminente presenza pubblica in settori strategici e non, confliggeva. Questa stagione prese avvio in concomitanza ad alcuni fatti che resero caldissima la situazione politica e sociale italiana: 1) l’operazione giudiziaria “Mani pulite”, che stravolse completamente il quadro politico italiano portando alla sostanziale sparizione dei partiti che costituivano il cosiddetto Pentapartito; 2) gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino; 3) l’attacco alla lira ed alle altre valute europee da parte di alcuni insider guidati dallo speculatore George Soros, che portarono ad una forte svalutazione delle stesse ed alla conseguente distruzione del Sistema Monetario Europeo (SME). Nel gennaio del 1993 l’Executive Intelligence Review pubblicò un documento intitolato “La strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni italiane: il saccheggio di un’economia nazionale”. In quello studio, inviato ad alcuni organi di stampa, alle forze politiche ed alle istituzioni, si delineava un quadro preoccupante di attacco all’economia italiana nel contesto della cosiddetta “globalizzazione dei mercati”, cioè la realizzazione di un unico sistema economico mondiale in cui non vi sarebbe stato più alcun controllo sui movimenti e sulla creazione di capitali. In quel documento si riferiva di un episodio passato inosservato, e che invece rivestiva una grandissima importanza. II 2 giugno 1992 si svolgeva una riunione semisegreta tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, ed i manager pubblici italiani, rappresentanti del Governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri o direttori generali nei Governi Amato, Dini, Ciampi, Prodi, D’Alema (ma anche Berlusconi, per quanto riguarda la centrale figura di Mario Draghi). Oggetto di discussione: le privatizzazioni. Questa riunione si tenne a bordo del panfilo della Corona inglese, il “Britannia”. Alla luce di quanto il complesso finanziario-mediatico-politico va oggi chiedendo – le liberalizzazioni-privatizzazioni appunto – possiamo individuare almeno due fasi di questo progetto che possiamo chiamare “Operazione Britannia”: la prima fase si occupò della svendita dell’Iri, di Telecom Italia, Eni, Enel, Comit, Imi, Ina, Credito italiano, Autostrade, l’industria siderurgica ed alimentare pubblica; la seconda fase – in corso di attuazione – punta invece al settore della previdenza, della sanità, dei trasporti (ferrovie, trasporto pubblico di linea, trasporto aereo e navale, taxi), a quello delle utilities (aziende municipalizzate nei settori acqua, elettricità, gas) e ad altre funzioni di rilievo pubblico. Se al livello dell’economia nazionale l’“Operazione Britannia” mette nelle mani di poche ricchissime famiglie ciò che prima era pubblico, con la dannosa conseguenza di diminuire le entrate dello Stato, i posti di lavoro e dunque il monte salari, creando così le condizioni per “riformare” in senso peggiorativo e non costituzionale il welfare (sanità, pensioni, giustizia, istruzione, ecc.), è sul superiore livello strategico internazionale che troviamo il grilletto che ha portato all’accelerazione di questa distruttrice fase della storia dello Stato sociale moderno. Attraverso la finanziarizzazione dell’economia mondiale, interi settori dell’economia reale vengono “cooptati” dal grande banco da gioco della finanza globale che per non crollare su sé stessa necessita continuamente di essere rifinanziata. Una grande “catena di Sant’Antonio” a livello globale, dove il gioco finisce quando l’ultimo della catena resta col cerino in mano, svelando che si è trattato di un grande bluff dove i valori finanziari espressi non esprimevano vera ricchezza reale.

mercoledì 26 maggio 2010

L'Italia messa in vendita. E fanno finta di nulla ( articolo di Ugo Gaudenzi - Rinascita ).

Il seguente articolo è tratto dal sito del quotidiano "Rinascita". Ed è a cura del direttore Ugo Gaudenzi.
di: Ugo Gaudenzi
direttore@rinascita.net

In principio era Maastricht, e Maastricht era presso di noi, e Maastricht fu noi... L’inizio europeo della Globalizzazione, l’inizio del Libero Mercato, l’inizio della Flessibilità, delle Privatizzazioni, della Sovranità economica-finanziaria ceduta alle banche centrali a e ai loro Regolatori: le agenzie di rating, la Banca dei Regolamenti Internazionali, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Era il 7 febbraio del 1992 e, non a caso, per l’Italia, la firma fu apposta dall’allora ministro “socialista” Gianni De Michelis. Per acquisire meriti con i padroni atlantici, con i Signori del denaro e per mandare avanti i suoi affari con la Cina. Un buon triplice paracadute - a pensarci oggi bene - per evitare l’ostracismo democratico lanciato sul suo capo-partito, Bettino Craxi, ritenuto un avversario da abbattere dai Regolatori Atlantici. Vi risparmiamo il declivio dei 18 anni trascorsi. Accenniamo appena alla gita sul Britannia degli Andreatta, Draghi, Soros e banchieri d’affari per la svendita in blocco del patrimonio pubblico italiano, delle migliori aziende nazionali, dalle telecomunicazioni all’energia, ai trasporti, ai gioielli dell’industria di trasformazione, al settore manufatturiero. Ricordiamo il varo, con Amato - dopo una svalutazione della lira non bloccata da Ciampi - della prima stangata lacrime e sangue che colpì le tasche degli italiani, “protetta” - sic - da un prestito a usura internazionale. Poi la folle decisione - ah: di Prodi, D’Alema, Ciampi & Co. - di lanciare una moneta unica, l’euro, senza gradualità, e senza alcuna difesa contro i raid della finanza usuraia internazionale. Quindi l’esplosione della speculazione finanziaria, con le nostre amministrazioni pubbliche - dalle comunità montane alle Regioni - in gara a contrarre più prestiti “facili” possibili, e con enti di diritto pubblico e privato - pensiamo ai fondi assistenziali e previdenziali, ma non soltanto a quelli - messi “sul mercato”. Ricordiamo il 2008 e il crollo della finanza derivata e dei mutui anglo-americani e le conseguenti misure di salvataggio delle maggiori banche ai danni dei cittadini. E, di recente, l’attacco speculativo ai “pigs” - ai “maiali” mediterranei: Portogallo, Italia, Grecia, Spagna - e cioè il crack dell’euro per rafforzare il dollaro, permettere la rivalutazione dello yuan cinese. E infine ricordiamoci dell’unanime Elogio al Trattato di Lisbona, firmato il 1 dicembre 2009, per “affrontare la globalizzazione”. Mescoliamo bene il tutto, et voilà, il desco è servito. Non soltanto da 18 anni siamo forzati a distruggere le nostre produzioni, delocalizzarle, per così comprare quello che producevamo all’estero; non soltanto abbiamo visto devastare il Lavoro e spingere la maggior parte dei nostri cittadini in un nuovo Lumpenproletariat; non soltanto ci hanno privato dell’elementare diritto di essere proprietari del denaro che guadagnamo; non soltanto ci hanno costretto in una spirale nella quale compriamo dalle banche il denaro per pagare le banche; non soltanto siamo diventati carne da cannone per le guerre anglo-americane di dominio delle risorse energetiche dei Paesi in via di sviluppo... Ma poi dobbiamo anche ringraziare i nostri salvatori, i liberatori. Come? Naturalmente adottando anche noi - come la Germania, come tutti i Paesi-colonia d’Europa - politiche di restrizione dei redditi che faranno ancora più stagnare la nostra economia, per lasciare qualche attimo di respiro a quelle dei padroni atlantici. E il ministro? E il ministro Tremonti? Non aveva forse negato, anzi “scommesso”, che non vi sarebbero state più stangate? Un altro Padoa Schioppa. Un altro Ciampi. Un altro Amato.