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mercoledì 29 giugno 2011

Goldman Sachs ufficialmente a capo della BCE ( articolo dell'associazione ATTAC - Francia )

Il seguente articolo, è a firma di ATTAC Francia ed è tratto dal sito web della sezione italiana di ATTAC.

Mario Draghi, ex presidente di Goldman Sachs Europa, assume oggi la presidenza della Banca centrale europea. Presiedeva la banca d’affari americana quando, negli anni 2000, aiutava la Grecia a truccare i suoi conti pubblici. Il compito di Draghi sarà quello di salvaguardare gli interessi delle banche nell’attuale crisi europea.
Ci si poteva chiedere fino ad oggi per quale motivo la Banca Centrale Europea e il suo presidente Jean Claude Trichet si opponessero in maniera così virulenta – perfino contro la cancelliera tedesca – a qualunque ipotesi di ristrutturazione del debito greco. Un atteggiamento che appariva incomprensibile visto che tutti gli analisti, compresi gli economisti delle banche, concordano nel ritenere che la Grecia non potrà garantire il rientro del debito alle attuali condizioni contrattuali. È opinione diffusa che un diverso scaglionamento o meglio una parziale cancellazione, siano inevitabili. Volerne ritardare la scadenza non fa che peggiorare i guasti economici e sociali provocati dai piani di austerità brutali e impopolari imposti al popolo greco.
A nomina di Draghi chiarisce le cose. La BCE non difende gli interessi dei cittadini e dei contribuenti europei, ma gli interessi delle banche. Grazie ai “piani di salvataggio” della Grecia e al “meccanismo europeo di stabilità” messo in atto da BCE, FMI e dall’Unione, “la parte di debito greco in mano ai contribuenti stranieri passerà dal 26% al 64% nel 2014. Vale a dire che l’esposizione di ciascuna famiglia della zona euro passerà dagli attuali 535 euro a 1.450 euro”. (Les Echos, 23 giugno 2011)
Il salvataggio della Grecia consiste di fatto in una gigantesca operazione di socializzazione delle perdite del sistema bancario. L’essenziale del debito greco – ma anche di quello spagnolo e irlandese – viene trasferito dalle mani dei banchieri a quelle dei contribuenti. Sara così possibile in seguito addossare i costi dell’inevitabile ristrutturazione di quei debiti ai bilanci pubblici europei.
Come dicono gli Indignati spagnoli “Non è una crisi, è una truffa!”. Il Parlamento europeo ieri ha votato il “Pacchetto di governante economica” che riforma il patto di stabilità appesantendo i vincoli sui bilanci nazionali e le sanzioni contro i paesi che li infrangono. Il Consiglio europeo che si riunisce oggi e domani completerà la bisogna. E non sarà la prossima nomina di Christine Lagarde a capo del FMI a ridurre il potere delle banche sulle istituzioni finanziarie internazionali, al contrario.
Ma la resistenza sociale e civile sta crescendo in tutta Europa. Governare per i popoli o per la finanza? Oggi la risposta è chiara: i popoli europei devono riprendere l’iniziativa per costruire insieme un’altra Europa.
Gli Attac di tutta Europa organizzano dal 9 al 13 agosto l’Università europea dei movimenti sociali a Friburgo, in Germania. Quest’estate sarà uno dei luoghi più importanti di coordinamento delle resistenze e di costruzione delle alternative europee.

Attac Francia, 24 giugno 2011

Pubblicato mercoledì 29 Giugno 2011

giovedì 14 aprile 2011

Londra scommette su una bancarotta italiana ( articolo di Filippo Ghira - Rinascita )





Il seguente articolo, è a firma di Filippo Ghira del quotidiano "Rinascita".


Quando si dice i corsi e i ricorsi storici. La City londinese entra ancora una volta a gamba tesa nelle nostre vicende politiche, economiche finanziarie. La strada scelta dal Financial Times, organo della speculazione britannica, è quello solito di un articolo di analisi della nostra situazione interna che, vista pura la non particolare stabilità del governo Berlusconi, deve essere letto nella maniera giusta come un siluro in piena regola a un Paese già colpito nei suoi interessi petroliferi in Libia.
Non è un caso infatti che l’attacco a Gheddafi, con la scusa di proteggere i ribelli già armati da britannici e francesi, abbia visto in Londra e Parigi i suoi più decisi fautori, ben felici di fare uno spezzatino di Tripolitania e Cirenaica e impossessarsi del petrolio e del gas dei suoi giacimenti e battere fuori gli italiani.
Nel caso di Berlusconi poi, si tratta di una avversione antica che il FT è stato ben lieto di cavalcare di nuovo considerato che il Cavaliere, sceso in campo politico nel 1994, scompigliò i piani di Wall Street e della City che volevano spazzare via la DC e il PSI, e il sistema italiano di economia mista, e portare al governo il PCI-PDS ormai divenuto socialdemocratico e legittimato a governare in cambio dell’avvio del processo di privatizzazioni delle imprese pubbliche, come ENI, Enel e Telecom. Un processo che ritardò di poco e che venne ripreso alla grande dai governi di Prodi, D’Alema ed Amato (1996-2001). Non è infatti un caso che D’Alema, il giorno dopo essere divenuto presidente del Consiglio (autunno 1998), si sia recato appunto alla City di Londra per rassicurare gli gnomi locali sulla fede “liberista” del suo governo, il primo guidato da un post comunista.
Una precisazione necessaria visti i precedenti. Il 2 giugno 1992, mentre l’Italia festeggiava la festa nazionale, la City ci preparava la festa. La crociera del Britannia, da Civitavecchia all’Isola del Giglio, vide infatti radunati sul panfilo reale un bel numero di manager italiani delle imprese pubbliche che vennero intrattenuti sulla necessità di avviare il processo di privatizzazione e quindi svendere le suddette imprese ai privati italiani e stranieri. Una corsa ad imbarcarsi su un panfilo affittato da “British Invisible”, società di promozione del made in Britain, che è spiegabile solo con la presa d’atto che era partita la stagione di Mani Pulite e che si era creato un vuoto di potere che dava l’idea di essere in procinto di allargarsi sempre di più. E quindi i boiardi di Stato furono spinti ad andare a vedere che aria tirava e cercare di capire quali sarebbero stati i nuovi referenti politici. Poi, tanto per fare capire che non si trattava di uno scherzo, nell’autunno del 1992 da Londra (ma anche da Wall Street) partì una massiccia speculazione contro la lira che spinse la Banca d’Italia governata da Carlo Azeglio Ciampi, ad utilizzare quasi tutte le proprie riserve valutarie per contrastarla, anche se era evidente che si trattava di una battaglia persa. Tanto è vero che lo stesso Ciampi fu obbligato a svalutare comunque la lira del 30% e rendere di conseguenza le aziende italiane più convenienti per tale percentuale.
Oggi il copione si sta ripetendo sia pure su un altro scenario e con diversi attori.  E non è un caso che la speculazione contro i titoli di Stato che ha già colpito Paesi come Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo, potrebbe interessarsi adesso dell’Italia. L’obiettivo non siamo ovviamente noi come Italia ma noi come membri del sistema dell’euro. La moneta unica, al di là di ogni giudizio che uno possa avere su di essa, sulla Banca centrale europea e sulla cessione di sovranità da parte degli Stati e delle Banche centrali nazionali, continua ad essere vista con profonda avversione sia da Londra (sterlina) che da Washington (dollaro) che temono di vedere progressivamente accantonato il ruolo storico della loro moneta. Colpire pesantemente un Paese come l’Italia, la terza o la quarta potenza economica europea, significherebbe creare una profonda crepa nell’architettura della moneta comune.
L’Italia in effetti ha un debito pubblico enorme, quasi il 120% sul Prodotto interno lordo (a fine dicembre era il 119%) e il 4,5% del disavanzo che, secondo il Patto di Stabilità europeo dovrebbe essere al 3%. Ma questi dati sono compensati da una più alta propensione al risparmio,  una più alta ricchezza delle famiglie, che ad esempio all’80% sono proprietarie della casa nella quale vivono. Una realtà che, a fronte della crisi, sta però cambiando tanto che lo stesso Istat ci ha annunziato che da tempo le famiglie italiane stanno attingendo ai risparmi di una vita.
Per il Financial Times, quindi, l’Italia è la “gran giocatrice d'azzardo” dell'Unione europea. E’ il Paese la cui economia e il cui debito sono abbastanza grandi da poter influenzare il destino della Ue. Se il Portogallo è stato relativamente facile da salvare e la Spagna potrebbe cominciare a creare qualche problemino, l'Italia è decisamente troppo grande per essere soccorsa. Quindi lasciamola fallire, sembra suggerire il FT, simbolo di un Paese che non fa parte del sistema dell’euro ma che anticipa generalmente le scelte degli speculatori e dei governi che ne sono l’espressione politica. E mentre il Portogallo si adopera per ricevere l'aiuto necessario, osserva il FT, il Belpaese è preso da altre faccende con un Berlusconi che affronta il suo ennesimo processo con la sua solita voglia di scherzare. Gli italiani, insiste il quotidiano, si dividono tra quelli che sono divertiti dalle sue follie e quelli che sono sgomenti. C’è poi n'altra parte di italiani che appare preoccupata che le vicende del Cavaliere non facciano comprendere i cambiamenti economici in atto e distraggano dalla necessità di affrontare compiutamente la crisi economica. E quindi, udite, udite,
“negli ambienti finanziari c'è chi si preoccupa che l'Italia venga colpita dalla crisi del debito”. Una crisi che potrebbe essere aiutata dall’esterno con una speculazione che, come nel caso dei Paesi Pigs, (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), Pigs vuol dire porci, verrà condotta cercando di fare cadere il valore di mercato dei titoli di Stato e spingendo quindi al rialzo i rendimenti, tanto da obbligare il Tesoro a dichiarare bancarotta per l’impossibilità di pagare gli interessi. Resta solo da aspettare e vedere quando partirà la speculazione contro l’Italia.

martedì 15 febbraio 2011

Cavalieri, maggiordomi e gnomi della City ( articolo di Filippo Ghira - Rinascita )


Il seguente articolo, è a firma di Filippo Ghira - Rinascita.

Come ai tempi di Mani Pulite nel 1992 la Gran Bretagna e i suoi ambienti finanziari non perdono il vizio di voler entrare a gamba tesa nelle vicende italiane. Il Mediterraneo per la City e per i suoi maggiordomi politici (conservatori, laburisti e liberali che siano), è sempre stato visto come un cortile di casa nel quale fare sentire con forza la propria presenza. Dalla crociera del Britannia del 2 giugno 1992 da Civitavecchia all’Isola del Giglio (collocata guarda caso a mezza strada tra le due stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) fino alla speculazione contro la lira dell’autunno seguente, partita appunto da Londra, che portò alla svalutazione del 30% della “nostra” moneta sul dollaro e sulla sterlina.
A dettare le danze e a suggerire il copione, forse già scritto o ancora da scrivere, è il quotidiano ufficiale dell’establishment finanziario britannico. Quel Financial Times che insieme al confratello, il settimanale Economist (entrambi di proprietà del gruppo Pearson), sono specialisti nell’indicare a chi di dovere i bersagli da colpire nei governi ritenuti “poco amici” degli interessi britannici e a suggerire i possibili loro sostituti. Si deve ricordare ad esempio che nel febbraio del 1978, l’Economist pubblicò una profetica copertina nella quale Aldo Moro era rappresentato come un burattino mosso da fili manovrati da un burattinaio ignoto, il tutto accompagnato dal titolo (in italiano): “E’ finita la commedia”. Quel Moro che stava lavorando ad un governo sorretto dall’appoggio esterno del PCI e che come tale destabilizzava gli equilibri internazionali e disturbava gli interessi americani, britannici e israeliani nel Mediterraneo. Poi infatti vennero Via Fani e Via Caetani…
Se nel 1992 poi l’obiettivo erano la DC (Andreotti) e il PSI (Craxi) da spazzare via insieme al sistema italiano di economia mista per essere sostituiti al potere da un PCI trasformato nel socialdemocratico PDS di Occhetto, legittimato a governare in cambio dell’avvio del processo di privatizzazioni, oggi l’obiettivo è rappresentato dal ruolo svolto dall’Italia in campo energetico sullo scacchiere internazionale. E considerato che alla guida della maggioranza e del governo c’è Silvio Berlusconi, che ha l’imperdonabile colpa di avere sottoscritto proficui contratti di fornitura di gas e di petrolio con la Russia e con la Libia, in chiave europea e non più “atlantica”, ecco che è il Cavaliere a finire sotto tiro. Certo Berlusconi ci ha messo molto di suo per finire sotto accusa, con alcuni suoi uomini condannati per avere aggiustato certe vicende giudiziarie. E con i bunga bunga party e la lunga serie di mignotte e sgallettate varie che hanno affollato Villa Certosa, Villa Casati Stampa e si dice pure Palazzo Grazioli. Ma se si pensa che le analoghe attività di Bill Clinton svolte in ufficio pubblico, come la Sala Ovale della Casa Bianca, hanno suscitato soltanto commenti ironici in Gran Bretagna, è lecito interrogarsi se Berlusconi non rappresenti il vero obiettivo e se in realtà la sua auspicata caduta, non solo dalla City ma anche da Wall Street sia soltanto il mezzo per arrivare ad altro. Anche in considerazione di quello che per il FT sarebbe il candidato ideale alla successione e cioè Mario Draghi. Il governatore della Banca d’Italia è attualmente anche presidente del FSB (Financial Stability Board), l’organismo incaricato di monitorare gli squilibri del mercato finanziario internazionale e di segnalarli ai governi e alle banche centrali. Un monitoraggio che non fu però in grado di vedere a sufficienza l’arrivo della tempesta finanziaria del 2007-2008, innescata tra l’altro dalle speculazioni di banche come la Lehman Brothers e la Goldman Sachs. Per la cronaca, prima di approdare a Via Nazionale nel gennaio 2006, Draghi fu vicepresidente per l’Europa appunto della Goldman Sachs, la banca anglo-americana che negli Usa il cittadino comune considera il simbolo stesso della speculazione finanziaria. Mentre nel 1992 era direttore generale del Tesoro. Come tale fu incaricato di sovraintendere al processo di privatizzazione delle imprese pubbliche. Chi meglio di lui, afferma il FT, per guidare il dopo Berlusconi?
Per il Cavaliere, il quotidiano inglese, utilizzando un editoriale intitolato in italiano “Arrivederci Silvio”, non esita a intonare il De Profundis. Sette anni fa, osserva il FT, Berlusconi era da considerare “tecnicamente e politicamente immortale”. Ma oggi la sua carriera ha perso questa sua aura e certamente è destinata a concludersi un giorno. Anzi, insiste il FT, “sarebbe meglio per la Nazione e per l'Unione europea che questo momento arrivi ora piuttosto che più avanti”. Incredibile è semmai il riferimento all’Unione europea considerato che viene espressa dal quotidiano di un Paese che vi crede così poco da avere sempre rifiutato di entrare nel sistema dell’euro… Il FT ironizza poi sul Cavaliere che si definisce vittima delle persecuzioni della Sinistra e dei giudici comunisti che sarebbero a suo dire autori di un tentativo di colpo di Stato, ma osserva il quotidiano britannico, sono poche le democrazie dove un primo ministro coinvolto in simili vicende non rassegni le proprie dimissioni “per risparmiare difficoltà al suo governo ed al Paese”. Come, potremmo ipotizzare noi, forti dell’esperienza del passato, una bella speculazione della City contro i nostri titoli di Stato…
Colpito e seppellito Berlusconi, il FT arriva al dunque e afferma che l'Italia ha “molti funzionari pubblici di valore, escluso Berlusconi”. Tra questi, il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che, ricordiamo noi, negli anni Settanta era l’unico esponente del PCI ricevuto senza problemi negli Stati Uniti. E ovviamente Mario Draghi. Entrambi, “fanno onore al loro Paese e rappresentano al suo meglio la Nazione”. Lo stesso non si può dire di Berlusconi, il cui rifiuto di fare l’unica cosa giusta, cioè dimettersi, non è altro che “una vergogna”.
Ora e sempre Mario Draghi dunque. Per il quale l’incontentabile FT, se non si realizzasse l’auspicio della guida di un “governo tecnico”, vedrebbe bene anzi benissimo la guida della Banca centrale europea. Si noti l’assurdità di un quotidiano inglese che suggerisce il nuovo presidente per una istituzione di cui la Gran Bretagna non fa parte. E senza nessuno dei Paesi che contano, Germania e Francia in testa, sappia o voglia rispondergli per le rime. Draghi, insiste il FT, andrebbe benissimo per la BCE ora che è venuta meno la candidatura di Axel Weber, attuale presidente della Bundesbank per la successione al francese Jean Claude Trichet. Draghi risponderebbe  a tutti i requisiti richiesti dall'incarico. E’ un esperto economista, conosce il sistema finanziario globale, ed è abituato a trattare con politici difficili. Ma purtroppo, deve ammettere il FT, che paventa la nomina di un candidato di secondo ordine, Draghi ha un punto debole, il fatto di essere italiano e il cancelliere Angela Merkel non può proporre ai tedeschi un banchiere centrale italiano. In realtà l’handicap principale di Draghi sta nell’essere considerato troppo legato al mondo finanziario anglo-americano. E in una fase storica in cui si annunciano contrapposizioni feroci tra America, Europa (esclusa la Gran Bretagna) ed Asia con le rispettive monete a rischio di sopravvivenza, né la Germania né la Francia, le prime due potenze economiche continentali, possono nutrire la voglia di affidare la tutela della moneta comune ad un funzionario come Draghi, che è di cultura finanziaria anglosassone.
Da parte sua il governo di Berlino, che dopo il francese Trichet pretende un connazionale, ha fatto sapere ieri che la guida della BCE non è una questione di passaporto. Quello che conta, si insiste da Berlino, è l'impegno per un euro stabile e contro il ritorno dell'inflazione, due questioni che stanno da sempre a cuore al mondo politico ed economico tedesco.

lunedì 7 febbraio 2011

Governo bicipite per un’Europa da lacrime e sangue ( articolo di Ugo Gaudenzi - Rinascita )


Il seguente articolo è a firma del Direttore del quotidiano Rinascita, Ugo Gaudenzi.

Mentre il nostro esimio presidente del Consiglio si arrabatta nella ricerca di sponde parlamentari per non far affondare una “riforma” chiamata federalismo (e con essa il governo e il suo personale potere), l’euro, la moneta unica imposta senza tutele ai cittadini di 17 dei 27 attuali membri dell’Unione europea, sta giocando la sua più delicata carta per sopravvivere.
Quale sia il nostro comune sentire al riguardo è noto.
L’euro è stata e resta - con gli istitutivi Trattati di Maastricht che hanno tolto ad ogni Stato nazionale la concreta sovranità economica e monetaria - la più grande truffa del dopoguerra ai danni delle nostre nazioni. Una truffa negoziata con la finanza internazionale e condita dalle “liberalizzazioni” (quelle che vuole di nuovo accelerare il nostro esimio premier, rapina dell’acqua pubblica inclusa), dalle “privatizzazioni” delle più importanti e strategiche industrie europee, tesori pubblici rapinati a tutti noi, e dalla cancellazione di quei patti sociali che avevano assicurato lavoro e benessere diffuso. Oltre a queste spoliazioni della ricchezza europea, il clan dei banchieri al timone dei governicchi coloniali della cosiddetta Ue, hanno anche dovuto imporre ai loro cittadini le terapie d’urto liberiste della competitività, della precarietà, della flessibilità, della disoccupazione, delle lacrime e sangue e della perpetua sudditanza al pagamento di interessi su interessi per i prestiti che gli Stati europei sono stati forzati a contrarre con le maggiori banche d’affari mondiali e con il Fmi per far sopravvivere i bilanci nazionali.
Nel sottolineare questo, sfondiamo porte già spalancate.
Il problema gravissimo è però quello che incombe in vista di ulteriori crack nazionali, dopo quello della Grecia.
I fatti sono conosciuti. La Germania della Merkel e la Francia di Sarkozy, autoelettisi “guida” del “patto per l’euro”, hanno deciso di imporre anche un “patto per la competitività”, con la parola d’ordine: chi ci sta ci sta, chi non ci sta è escluso.
Con tanti saluti all’altro nostro esimio Tremonti che, tra una mala-lettura delle tesi di Larouche e l’inutile varo di una legge a tutela del risparmio e per la riacquisizione della proprietà di Banca d’Italia illecitamente nelle mani di banche ex pubbliche svendute ai privati, cercava di negoziare l’emissione di “obbligazioni europee” per bloccare i crack a catena degli Stati “pigs”, o ritenuti tali.
Non è un caso che, ieri, la vera agenda politica di Bruxelles sia ruotata attorno a questi argomenti (che ai nostri esimii governanti e oppositori non interessano, concentrati come sono su ipotesi federaliste bucate o sui vari “Rubygate”).
E non è un caso che Frau Angela si sia - prima del vertice - incontrata a pranzo con Zapatero, ormai rappresentante di una Spagna in ginocchio di fronte ai diktat liberisti e lacrime e sangue.
Perché la Spagna non è la Grecia e nemmeno l’Irlanda.
Un crack di Madrid sul fronte del debito non conviene né ai Signori del denaro - che strangolano, sì, le economie nazionali, ma fino a quel tanto che permetta comunque loro di pagare gli interessi... - né ai capibastone dell’Unione europea, esattori e gabellieri ufficiali degli istituti d’usura. Quindi la Spagna deve adeguarsi ai diktat liberisti delle lacrime e sangue.
In sintesi. L’autoeletto governo bicipite liberal-liberista Merkel-Sarkozy, vuole introdurre un’Unione europea a “doppia velocità”. Nella cupola di comando, oltre a Parigi e Berlino, soltanto i governi che accetteranno conti pubblici in ordine, debito non superiore al 60 per cento del pil, età pensionabile a 67 anni, abbandono degli aumenti retributivi automatici e così via.
Indovinate adesso chi dovrà stringere - di più - la cinghia.
Già: l’Italietta.
Che dovrà affondare sempre più nel gorgo delle privatizzazioni, nel lavoro umano inteso come merce a basso costo e nelle peggiori ristrettezze economiche per “salvare il suo posto” (sic) nell’area “di comando” (ari-sic) dell’euro.
Basta. Basta. Basta.
Questi Terapeuti di governo che operano per gli interessi specifici della grande finanza internazionale, devono essere spazzati via.
L’Italia faccia come l’Argentina.
Si dichiari “insolvente”. Non paghi più gli interessi usurai alle grandi banche d’affari internazionali. Torni alla lira, ad una moneta nazionale, riprenda il controllo della sua Banca centrale, ora pilotata dal Klan dei Banksters, torni a produrre senza pagare “interessi” agli speculatori, torni a considerare il Lavoro come valore, non come merce.

mercoledì 10 novembre 2010

Speculatori all`attacco ( articolo di Ugo Gaudenzi - Rinascita )






Il seguente articolo è ad opera del Direttore del quotidiano Rinascita, Ugo Gaudenzi.


di: Ugo Gaudenzi
E’ dal 1993, senza soluzione di continuità, che questo quotidiano lancia l’allarme sulle strategie di profitto sulle crisi messe in atto dalla grande finanza affamatrice dei popoli.
E’ dal 1993 che abbiamo denunciato con tutte le nostre forze l’appena allora avvenuta svalutazione della lira, la conseguente fuoriuscita della nostra valuta dallo Sme, il sistema monetario europeo, la stessa caduta di Craxi per opera di Transparency International, la predazione dell’intera Italia da parte dei finanzieri “magnati” alla Soros, dalla Banca Mondiale, dai Trattati di Maastricht e dal loro figlio spurio, l’euro, dai banksters, dai Privatizzatori e Liberalizzatori alla Ciampi, alla Prodi, alla Draghi...
Una Voce, la nostra, antipatica e controcorrente, da chiudere tra spessi pannelli isolanti, con la consegna, all’informazione omologata radiotelevisiva o stampa, della censura  e  del cordone del silenzio.
Badate bene, non è un lamento, è una constatazione. Prima del 1993, questo stesso quotidiano era presente in ogni “tribuna politica”, in ogni rassegna stampa. Appena mutato il vento, ecco calata la cortina di gomma. Con una serie di eccezioni particolari: ogni nostra indicazione, dopo qualche tempo, veniva riveduta, corretta e trasformata in qualcos’altro. La ritrovavamo tra le parole di tizio e di caio, negli slogans dei congressi altrui, tra gli “scoop” (li definiscono così) di organi d’informazione altri. Esempi classici la denuncia delle torture e delle stragi in Iraq, da Abu Ghreib a Fallujah,  i nostri no a Maastricht, all’euro, alle privatizzazioni folli delle aziende strategiche italiane, alle regalie dalemiane alle scuole cattoliche e alle società di lavoro in affitto, alla distruzione dello stato sociale, alle perfide lesioni della sovranità nazionale, al sostegno delle guerre atlantiche a mo’ di gurkha, alla politica multiculturale estirpatrice delle radici identitarie nazionali, all’immigrazione selvaggia... e chi più ne ha più ne metta.
Unico quotidiano nazionale, abbiamo, anche, ricordato come l’amico di Prodi, il citato Georges Soros, per gli stessi crimini attuati in Italia era stato condannato a morte in Malesia. E come Prodi, legato alle multinazionali e alla finanza anglosassone come il mentore Andreatta e l’erede Draghi, lo avesse invece “laureato honoris causa” a Bologna in economia per... aver speculato sulla lira e innescato il processo senza fine dell’indebitamento dello Stato con enti privati o usurai.
Da gennaio scorso, nell’assordante  silenzio della stampa “autorevole”, quella specializzata in cronache rosa e verdi, in spiate dal buco della serratura delle case dei vari Berlusconi e Marrazzo, avevamo avvisato della Grande Speculazione contro gli Stati nazionali europei più deboli  guidati da politicanti legati al carro della grande finanza cosmopolita.
Avevamo, primi in Italia, parlato dei “Pigs”, dei maiali - così l’acronimo inventato dalla stampa d’affari londinese per definire Portogallo, Italia/Irlanda, Grecia e Spagna - quali obiettivo della destabilizzazione monetarista inventata dalle banche d’affari, dalla cupola della finanza mondiale.
E adesso è resa dei conti.
La speculazione sui “titoli sovrani” (che eufemismo!) è  più dura che mai. Dopo Grecia e Spagna, ecco Portogallo e Irlanda. Ora tocca all’Italia.
Di cosa si tratti i nostri lettori lo sanno bene, e lo sanno anche gli addetti ai lavori che manovrano i burattini della politica politicante nazionale.
Le banche d’affari prestano il denaro per fare in modo che gli Stati paghino rispettosamente gli interessi sui prestiti che le finanze pubbliche hanno contratto con le stesse banche d’affari.
Il sistemino circolare è un girocollo  per impiccati. Sempre più stretto, sempre più stretto.
Il profitto è profitto. I cittadini non hanno più lavoro, più assistenza sociale?
La cupola se ne frega.

venerdì 23 luglio 2010

Due articoli tratti da Rinascita.


Articolo di Alfredo Musto del 22 luglio 2010



L’onda lunga del 1992, l’onda lunga della morsa che stringe l’Italia, l’onda lunga della destabilizzazione e della penetrazione dei poteri che stanno sfibrando il tessuto politico, economico e sociale del Paese, mostra la sua forza d’urto riversandosi in ogni campo.
Naturalmente, infiltrandosi nei meccanismi dell’informazione e della propaganda, anzi dominandoli.
L’establishment della stampa e dell’editoria ricalca l’impronta di azione e controllo dei soggetti strategici che da decenni reggono le fila di un continuum oramai chiaramente ideologico e caricaturale.
Ne costituiscono una formidabile incarnazione Eugenio Scalfari e la sua emanazione Repubblica, espressioni di quel coacervo laico-azionista-massonico che ha caratterizzato fortemente i passaggi storici di questo Paese e a cui si ricollegano personaggi e vicende di primo piano, negli avamposti della politica, della finanza, della cultura così come dietro le quinte dei circoli e degli ambienti di comando e pressione.
I custodi delle verità precostituite e delle letture storiche preconfezionate amano spesso e volentieri menar vanto di lungimiranti intuizioni e di eccelse frequentazioni ideali o effettive. Costruiscono e aderiscono ad un immaginario di personaggi e ad uno scenario di eventi che poi calano sulla cosiddetta opinione pubblica, appositamente indotta o educata a credervi.
Scalfari, noto trombone di siffatto modus agendi, si è così prodigato per sé e per la Nazione nell’encomio di un uomo-simbolo che in tutti questi anni si è voluto piazzare sul piedistallo di moderno Padre della Patria, con tanto di “medaglia” al valore e al merito.
Scalfari loda Ciampi, dunque. L’occasione, l’ennesima, è l’uscita del libro-conversazione dell’ex presidente con Arrigo Levi. Dagli spunti che fornisce il fondatore de la Repubblica pare trattarsi di qualcosa decisamente differente dal pregnante “Fotti il potere” di un altro ex presidente quale Cossiga.
In questo suo “Ciampi, le tre vite del presidente. Autoritratto di un servitore dello Stato” [in data 17 giugno], Scalfari va in digressione sulla vita di quello che definisce “un personaggio unico nella storia dell’Italia repubblicana”.
(http://www.repubblica.it/politica/2010/06/17/news/ciampi_le_tre_vite_del_presidente_autoritratto_di_un_servitore_dello_stato-4910575/index.html?ref=search).
Ecco, distanti dalla ferma tenuta liberal-democratica dell’egregio Direttore, molto più volgarmente il Gran Maestro livornese nei nostri ricordi è un dissolutore dello Stato.
La sua ascesa alle postazioni di comando è stata figlia dei tempi.
Ciampi rappresenta quella fase di passaggio dalla primazia della politica alla prassi tecnocratica ed economicistica. Costituisce, di fatto, uno di quei personaggi dotati di un apparentemente neutrale sapere tecnico che si è voluto presentare come imprescindibile per muoversi all’interno delle nuove dinamiche globali. Così è accaduto che un Governatore della Banca d’Italia e punto di riferimento di una certa corrente finanziaria con determinati assetti e mire strategiche, sia stato indicato tra i prescelti a condurre il Paese in una fase di instabilità politico-economica.
Tuttavia, se è pur vero che egli viene fuori da e in una situazione d’urgenza, resta il fatto che questa è stata determinata da un insieme di cause scatenati che non piovono dal cielo, ma sono la risultante di quello che può essere definito – a maggior ragione oggi a distanza di anni- un processo di ridisegnamento geopolitico e geoeconomico, all’interno del quale si inserisce a pieno titolo quell’ ”oscuro” fenomeno null’affatto solo giudiziario che fu Mani Pulite.
Di Ciampi, a differenza delle complici reticenze di Eugenio Scalfari, preferiamo ricordare le sue per nulla sagge iniziative in particolare da Governatore nel ’92 e poi da Presidente del Consiglio nel ’93, a parte quelle da Ministro indiscusso del Tesoro dal ’96 al ’99.
La sua esaltazione storiografico-giornalistica è speculare alla mitizzazione fatta di Maastricht, dei suoi parametri eretti a dogmi di fede inattaccabile, e della moneta unica europea.
Negli anni Novanta l’europeismo è tutta un’alchimia tecno-finanziaria. Ciampi è come un profeta.
Alla guida di Bankitalia, in combutta con il fanta-socialista Amato e con le centrali della finanza e dei predoni nazionali ed internazionali, operò la scelta della svalutazione della lira.
Nei primi mesi del 1992, le parità di cambio all’interno dello SME erano pressoché consolidate, senza che ci fossero particolari oscillazioni oltre i limiti prefissati. Da parte sua, l’Italia presentava una bilancia commerciale nella sostanza equilibrata e un monte di riserve valutarie intorno ai 34 miliardi di ecu, più o meno 52mila miliardi di lire.
Nello scombussolamento generale in atto e nel convergere di diversi fattori endogeni ed esogeni, calò una significativa manovra finanziaria a far scricchiolare gli assestamenti degli anni precedenti.
Nel mirino c’era, tra le altre monete, la lira. In cabina di regia operavano Soros&soci. I loro bracci armati come l’agenzia di rating Moody’s lanciavano campagne a discredito del Paese.
Al trio Ciampi-Amato-Barucci non poteva sfuggire che un attacco di quel tipo non poteva essere contrastato operando sul mercato dei cambi con una solitaria iniziativa nazionale, anche in virtù delle condizioni di libera convertibilità. Sarebbe stato necessario almeno un sostegno tedesco, il che era evidente non fosse possibile. La Bundesbank non aveva intenzione di tener fede ormai agli accordi Sme, la stessa Germania avrebbe tratto vantaggio dalla svalutazione della lira.
Così, con larvato autolesionismo o meglio con subdola complicità, si provvedeva ad attuarla con un iniziale 7% poi in crescendo. La lira scivolava via dallo Sme.
A fronte di un’estemporanea boccata d’ossigeno sarebbero emersi almeno tre fattori, tutti indicativi di una manovra di destabilizzazione: i profitti dell’orda di speculatori, il dissanguamento delle riserve finanziarie e il deprezzamento della vasta gamma di aziende pubbliche per le quali si preparava il de profundis.
La consolidata struttura di economia mista italiana entrava praticamente nel ciclone liberista.
Il 2 giugno, sul Britannia, si raggiungeva un’altra tappa del regime change all’italiana.
E non casualmente, ma in perfetta sinergia, all’attacco economico-finanziario si affiancava in quel periodo quello politico, all’uopo per via giudiziaria, con l’operazione Mani Pulite (nome in codice cleanhands).
Sorvoliamo sulle altrettanto non casuali sanguinarie sortite della Mafia, a proposito delle quali lo stesso tecno-Carlo Azeglio di recente ed il clan di Repubblica da sempre, continuano a fare opera di depistaggio.
Evidentemente il nostro Ciampi, in scioltezza spalleggiato da Washington, Londra e Bruxelles, assurgeva a fidato alfiere del processo di sgretolamento predisposto per l’Italia.
In uno scenario politico sempre più cumulo di macerie, nasceva il primo governo tecnico della storia della Repubblica, con a capo il Gran Maestro (aprile ’93- maggio ’94).
Sintomo palese di una frattura storica. Prima di lui, fu Badoglio. In seguito ad un colpo di Stato. Allora il ’43, ieri il ’92. E ho detto tutto. Il governo Ciampi non badò, come naturale che fosse, alla tenuta del sistema. Nacque per gestire un itinerario all’interno di una transizione eterodiretta. In quei giorni si consumò la liquidazione dei vecchi partiti baluardo di un dato assetto, di una data politica; si redisse una riforma elettorale di tipo maggioritario e si avviò tutto quell’infausto processo di dismissioni-privatizzazioni che segnerà il ciclo degli anni Novanta, di chiara matrice centro-sinistra. Ci preparavamo a “fare all’americana”. Le sue parole al convegno I Nobel a Milano, riecheggiano la solita solfa del linguaggio moderno-liberista: “… i mali d’Italia si identificano in tre rigidità: quella del sistema economico finanziario, basato su grandi imprese in gran parte di proprietà pubblica incapaci di sviluppare un vero mercato del capitale di rischio; la rigidità del mercato del lavoro e del sistema fiscale; la rigidità della pubblica amministrazione.
Assieme, queste tre rigidità - afferma Ciampi - hanno disegnato un volto del sistema economico italiano in cui la propensione naturale per il mercato è stata svilita, in cui lo Stato è stato troppo presente dove non avrebbe dovuto essere - favorendo in tal modo l’inquinamento da corruzione - e non abbastanza presente dove avrebbe dovuto: nell’azione in difesa della concorrenza, nello sradicamento dell’economia criminale, nella promozione dei mercati finanziari al servizio di tutti”.[da “I giorni dell’IRI” di M. Pini] E venne l’ora delle intuizioni. Come “la politica di concertazione delle parti sociali” - per sua stessa definizione - che volevasi rivelare il mezzo per far fronte alle nuove dinamiche del mercato del lavoro. I sindacati, già sclerotizzati, stavano al gioco. Come l’abolizione dei limiti vigenti dalla legge bancaria del 1936 in merito alla separatezza tra banche e industria.
Come la nomina di un comitato di consulenza per le privatizzazioni con a capo Mr. Mario Goldman Sachs Draghi, di pari passo col ritorno all’Iri di quell’altro fuoriclasse della distruzione ovvero Romano Prodi.
Del duo sfasciacarrozze Carlo Azeglio – Romano ricordiamo la privatizzazione della Banca Commerciale Italiana, del Credito Italiano, di buona parte del settore agro-alimentare dell’Iri, della Nuova Pignone Eni. Con la logica della “ristrutturazione”, nel ’93 fu messa mano all’Ilva. Praticamente l’inizio della fine della grande siderurgia italiana.
Praticamente con Ciampi si avvia – per continuare poi con lui stesso al Tesoro- in maniera operativa la disintegrazione del controllo pubblico di banche ed industrie, l’annullamento di una visione strategica nazionale attraverso l’abbattimento dei settori chiave, l’appiattimento alle logiche eurocratiche con le relative disfunzioni nel mondo del lavoro ed in quello produttivo.
Un’azione scientemente condotta. Persino eversiva.
Scalfari, nella sua stucchevole sottolineatura dell’alto profilo istituzionale, non manca di far notare l’altro lato dell’atlantismo dell’ex presidente, accennando alla “riunione del Consiglio supremo di Difesa da lui convocato all’inizio della guerra americana in Iraq, che impose al governo la formula della “partecipazione pacifica” del contingente italiano all’iniziativa di Bush, visto che la nostra Costituzione impedisce guerre offensive”. Chiaro, no?
Ci vuole la tenacia, la complicità e la visione azionista di Scalfari per definire Carlo Azeglio Ciampi “un servitore dello Stato”. All’uno e all’altro, del resto, non manca una pedante retorica intrisa di formalismo liberal-democratico, la stessa in uso per giustificare e incensare le manovre di potere e gli sconquassi che segnano Italia dal ’92 ad oggi.
La stessa, del resto, in uso quando si ergono a legittimi paladini del bon ton costituzionale e della retta via da perseguire in ossequio ai dettami tecnocratici che provengono dalle “alte cariche” nazionali o estere.
L’accolita di giornalisti e intellettuali alla Scalfari dipinge sempre gli interventi e le mosse di grigi funzionari e integerrimi liberal-democratici come fossero le sublimi e necessarie posizioni che ad un Paese moderno e riformista spetterebbe assumere. La solita solfa.



Articolo di www.movisol.org del 22 luglio 2010



L’idea per cui le liberalizzazioni e le privatizzazioni portino benefici all’economia, è ormai, dai fatti, totalmente confutata.
1 – le liberalizzazioni portano ad un aumento dei prezzi;
2 – le liberalizzazioni portano alla distruzione di posti di lavoro ed all’abbassamento degli stipendi dei lavoratori e dei fatturati delle piccole imprese;
3 – la liberalizzazione-privatizzazione dell’impresa pubblica nel periodo 1992-2000 non è stata conseguenza dell’inefficienza economica;
4 – i processi di liberalizzazione-privatizzazione non hanno minimamente migliorato la capacità produttiva italiana;
5 – le liberalizzazioni favoriscono i concentramenti di capitale in poche ricchissime mani;
6 – il rendimento finanziario delle aziende privatizzate è stato peggiore rispetto alla generalità del mercato finanziario italiano.
Il processo di liberalizzazioni-privatizzazioni prese avvio in Italia nel 1992. La motivazione ufficiale che portò a questa fase di stravolgimento degli assetti proprietari dell’impresa pubblica nazionale fu quella dell’elevato debito pubblico che andava ridotto. A ciò si aggiungeva e si legava, la questione di una maggiore “libertà” del mercato, con cui la preminente presenza pubblica in settori strategici e non, confliggeva. Questa stagione prese avvio in concomitanza ad alcuni fatti che resero caldissima la situazione politica e sociale italiana: 1) l’operazione giudiziaria “Mani pulite”, che stravolse completamente il quadro politico italiano portando alla sostanziale sparizione dei partiti che costituivano il cosiddetto Pentapartito; 2) gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino; 3) l’attacco alla lira ed alle altre valute europee da parte di alcuni insider guidati dallo speculatore George Soros, che portarono ad una forte svalutazione delle stesse ed alla conseguente distruzione del Sistema Monetario Europeo (SME). Nel gennaio del 1993 l’Executive Intelligence Review pubblicò un documento intitolato “La strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni italiane: il saccheggio di un’economia nazionale”. In quello studio, inviato ad alcuni organi di stampa, alle forze politiche ed alle istituzioni, si delineava un quadro preoccupante di attacco all’economia italiana nel contesto della cosiddetta “globalizzazione dei mercati”, cioè la realizzazione di un unico sistema economico mondiale in cui non vi sarebbe stato più alcun controllo sui movimenti e sulla creazione di capitali. In quel documento si riferiva di un episodio passato inosservato, e che invece rivestiva una grandissima importanza. II 2 giugno 1992 si svolgeva una riunione semisegreta tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, ed i manager pubblici italiani, rappresentanti del Governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri o direttori generali nei Governi Amato, Dini, Ciampi, Prodi, D’Alema (ma anche Berlusconi, per quanto riguarda la centrale figura di Mario Draghi). Oggetto di discussione: le privatizzazioni. Questa riunione si tenne a bordo del panfilo della Corona inglese, il “Britannia”. Alla luce di quanto il complesso finanziario-mediatico-politico va oggi chiedendo – le liberalizzazioni-privatizzazioni appunto – possiamo individuare almeno due fasi di questo progetto che possiamo chiamare “Operazione Britannia”: la prima fase si occupò della svendita dell’Iri, di Telecom Italia, Eni, Enel, Comit, Imi, Ina, Credito italiano, Autostrade, l’industria siderurgica ed alimentare pubblica; la seconda fase – in corso di attuazione – punta invece al settore della previdenza, della sanità, dei trasporti (ferrovie, trasporto pubblico di linea, trasporto aereo e navale, taxi), a quello delle utilities (aziende municipalizzate nei settori acqua, elettricità, gas) e ad altre funzioni di rilievo pubblico. Se al livello dell’economia nazionale l’“Operazione Britannia” mette nelle mani di poche ricchissime famiglie ciò che prima era pubblico, con la dannosa conseguenza di diminuire le entrate dello Stato, i posti di lavoro e dunque il monte salari, creando così le condizioni per “riformare” in senso peggiorativo e non costituzionale il welfare (sanità, pensioni, giustizia, istruzione, ecc.), è sul superiore livello strategico internazionale che troviamo il grilletto che ha portato all’accelerazione di questa distruttrice fase della storia dello Stato sociale moderno. Attraverso la finanziarizzazione dell’economia mondiale, interi settori dell’economia reale vengono “cooptati” dal grande banco da gioco della finanza globale che per non crollare su sé stessa necessita continuamente di essere rifinanziata. Una grande “catena di Sant’Antonio” a livello globale, dove il gioco finisce quando l’ultimo della catena resta col cerino in mano, svelando che si è trattato di un grande bluff dove i valori finanziari espressi non esprimevano vera ricchezza reale.